Un anniversario…

10 agosto, muore Giuseppe Vannicola, piccola margherita della letteratura italiana che nessuno ricorda (tranne noi)

Posted on Agosto 10, 2019, 9:47 am

Nell’implacabile scorrere del tempo, ci sono giorni dell’anno che si elevano a vero e proprio spartiacque per un evento importante accadutovi. Il mio San Silvestro personale è il 10 agosto, perché nel 1915 moriva, solo e sfinito, a Capri, lo scrittore Giuseppe Vannicola e nel 2013 se ne andava mio babbo, quindi perdonate la mia immodesta intemerata, se dico: “sono l’unico in Italia che ricorda Vannicola”. Sia la Treccani che il Dizionario Letterario Bompiani lo ignorano, sul Fedele della UTET ci sono venti righe curate da Giorgio Barberi Squarotti… tutto qui, questo violinista e scrittore vive nel mio cuore perché “ho raspato la terra per scoprirlo”, ho cercato di capire, senza riuscirci, il motivo del suo forzato oblio… ho visto con il binocolo “l’ultima gazzella del branco che zoppicava” ed ho scoperto che si chiamava Giuseppe.

Trovo agghiacciante versare oceani di lacrime di coccodrillo quando scompare un papavero e nel contempo spegnere un mozzicone di sigaretta col piede sopra una piccola margherita… è un fiore anche lei… forse perché non ha scritto quella gnorgnia di Montalbano, ha meno diritto ad essere guardata? Io sto con le margherite, tifo per l’ortica e lascio volentieri le rose rosse a quelle squadriglie di petulanti raganelle che condiscono i loro dialoghi di “come dire” e “assolutamente si”; abbiamo la lingua più bella del mondo e queste povere soffriggitrici di fuffa chiamano una bacheca, “moodboard”, un incontro di lavoro, “briefing”, un sano e gioioso vaffanculo, “fuck off”.

Il reverendo King aveva il suo “dream” e lo ha urlato a Washington; anch’io ho un sogno e lo scrivo, ospite della tribuna di Pangea e per bontà di Davide Brullo che ancora mi sopporta: “volgiamo il nostro sguardo agli scrittori dimenticati, ai poeti feriti  che non sono riusciti a sopportare il peso della vita, ai letterati che chiedevano di essere ascoltati”. Parafrasando l’Ecclesiaste, c’è un tempo per ascoltare e un tempo per parlare, ma nella commedia umana che stiamo tutti interpretando non esiste un tempo per tacere, perché il silenzio per uno scrittore è l’attimo prima della morte.

Silvano Tognacci

***

 (…) L’arte non potrebbe vivere soltanto di idee: bisogna che un artista prodighi loro la vita, che è il dono proprio dell’artista. Possono esservi poeti per quanto si vuole, di belle idee e di nobili forme: la vita soltanto è il segno dell’arte. Dove c’è un uomo vivo, c’è un’opera d’arte. Il dono della vita è infinitamente al di sopra di tutti gli altri.

Così scriveva, sei mesi prima della morte, Giuseppe Vannicola, in un articolo apparso su Il Mattino di Napoli, in ricordo dell’amico Butti; da alcuni anni, bontà di Davide Brullo che pubblica i miei interventi, ci si ricorda di questo singolare intellettuale del secolo scorso, morto in una stradina di Capri, forse, per tristezza, il 10 agosto 1915. Ricordo bene, quando nel 2015 in occasione dei cento anni, l’unico articolo uscito in Italia fu quello su La Voce di Romagna, con la raccomandazione di conservarlo, per la sua unicità. Addirittura la Treccani non lo annovera tra le sue voci, non esiste nel Dizionario Letterario Bompiani e le uniche venti righe su di lui sono quelle vergate da Giorgio Barberi Squarotti per il Fedele della Utet.

F.T. Marinetti, cantore della più famosa “sbornia con uscita di strada” della letteratura italiana, lo ricordava così: “Fui legato da profonda amicizia a Giuseppe Vannicola. Lo conobbi molti anni fa sul lago di Lecco, nella villa del drammaturgo Butti… Spesso deliziava le pause delle nostre notti consacrate allo spiritismo con delle inebrianti cavate del suo magistrale violino… Scrisse, tentò tutte le forme letterarie, sempre lanciato in folli e mirabili esplorazioni spirituali. Anima tentacolare, egli si logorò le braccia a stringere i più terrorizzanti fantasmi. Tutte le seti della terra, del cielo-inferno che le sue vene mistiche portavano, lo condannarono fatalmente all’alcool… Compiangerlo? Non credo. In realtà non fu vinto: vinse. Amò tutto, e anche l’impossibile; superò, ridendo liricamente, la vita; beffeggiò la miseria, ed ora certamente sorride con grazia, pensando al prodigioso terno al lotto di un riposo definitivo sulla marina ideale dell’Isola paradisiaca”. Allora, sonnambuli zukkerberghiani, come vi pare questa vecchia prosa polverosa dei primi del Novecento ?… stendiamo un velo pietoso sul frutto dei Vostri polpastrelli con il finale dell’ultimo articolo redatto per Il Mattino, che fu pubblicato il 15 agosto 1915 con la seguente avvertenza: “Articolo postumo di Giuseppe Vannicola. Questo, che è l’ultimo articolo che il povero e delicato artista abbia scritto, avrebbe dovuto veder luce nel Mattino, quando Vannicola è morto. Lo pubblichiamo come estremo omaggio alla sua memoria”.

(Silvano Tognacci)

*

(…) Nella primavera del 1905, un giornalista ozioso annunciò all’Europa che Oscar Wilde viveva ancora, viveva chiuso in un convento spagnolo; e trattando da sofista una lettera del poeta, e aggiungendo della sua fantasia, cercava di rendere probabile la novella.

Ma no! Oscar Wilde è morto, è ben morto. Una sera di esperimento spiritistico io ho potuto parlare con lui.

Avvenne a Parigi, in casa di André Gide. Durante il pranzo la conversazione si aggirò naturalmente intorno alla fantasia di quel gazzettiere. A poco a poco, si rimase solo in quattro: un’intellettuale dama che agiva da medium scrivente, Gide, il pittore belga Theo Van Ruyssemberg, ed io. Non rammento chi propose per celia la seduta.

Per la curiosità dei lettori, creduli o no, posso però riprodurne qui il colloquio come io lo fissai nella notte stessa. Eccolo in tutto il suo laconico mistero:

Wilde – Doriano mi ha tradito.

Gide gli domanda di riassumere le sue impressioni circa il processo.

Wilde – Vero inglese. Falsi, ipocriti puritani.

Io – Tu sai il culto ch’io tributo alle tue opere. Ti prego di voler esprimere un giudizio su di me.

Wilde – Grazie, Vannicola, delle armonie che hai pensate e scritte per me.

Ruyssemberg – Ci sarebbe caro di conoscere la tua opinione sulla esistenza di oltretomba.

Wilde – Confusione caotica di nebulosità fluidiche. Cloaca di psiche e d’essenze di vite organiche.

Gide – E sull’esistenza di Dio?

Wilde – è anche per noi il gran Mistero…

Giuseppe Vannicola

*

 

 

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Da un velo

GIUSEPPE VANNICOLA

DA UN VELO

 

«usque ad divisionem animae et spiritus».

   S.PAOLO.

Lettore,

 io ti porgo la lampada, e tu accendila; io sono il poeta e tu sii il poeta del poeta.

Il velo della grande Iddia è nella pausa bianca che precede e segue il ritmo del segno scritto nella pausa che è tra il melodiare della mia penna e l’ascoltare vago del tuo sguardo.

 

Io sogno di un giovine prete anglicano, in un piccolo presbiterio semplice di stile come il cantare di un fanciullo.

Io lo sogno nella vita come in un tempio.

In fondo al suo sguardo limpido solo vivrebbero le cose immutabili; le altre vi passerebbero quasi vane apparenze in uno specchio profondo.

Oltre le forme visibili, mutevoli, imperfette, egli vedrebbe l’invisibile, il modello stabile e perfetto del mondo e degli esseri.

Le parole misteriose della Scrittura, aprendosi misteriosamente alla sua meditazione, mostrerebbero sempre nuovi orizzonti al silenzio della sua giovinezza austera, appartata come in un claustro spirituale, su cui l’interno cielo dell’anima svolgerebbe un muto ritmo infinito, simile al palpito delle stelle sulla solenne maestà delle montagne.

Con lui la sua sposa, dolce e triste, atteggiata di grazia e di malinconia, di quella malinconia sottile di anti- declinazione che è già nell’alba e non è più nel tramonto, che è già nella gemma e non è più nel fiore.

(Malinconia di enigmi non mai tentati, di musiche non mai ascoltate, di profumi non mai respirati, di navi non mai scese all’amplesso del mare!…. Malinconia, per la quale il vicino è già come il lontano, il desiderio è già come il rammarico!).

Le sue parole avrebbero quello strano languore che hanno i petali quando scendono vagolando dai rami appena commossi; e parrebbero estranee e remote, quasi che nel parlare ella s’allontanasse da sè medesima, leggera come un fantasma, per internarsi, nascondersi in un suo particolare mondo inanimato.

E il suo tacere sarebbe come il morire d’un profumo in una fiamma.

Ogni suo semplice atto sembrerebbe il segno rivelatore di una persona recondita in un silenzio e in una immobilità sopranaturali.

Tutte le musiche della sua mite esistenza parrebbero sottomesse ad un ritmo ineffabilmente grave e soave, un po’ vago, impreciso, indefinito, come il persistere d’un sogno dopo il risveglio.

Solo i suoi occhi fiammeggerebbero talvolta, per po- chi attimi, di una strana impreveduta luce, come il lucore d’una lama nel buio, quasi che tutta l’anima le ardesse allora nelle pupille.

Poi si spegnerebbero in un pallore notturno, riassorbi- ti dallo sguardo grigio, triste, scorrente nell’ombra silenziosa del volto, come un’acqua lenta nelle erbe.

E nel loro coniugio sarebbe il divieto, la constrizione eroica e dolorosa alla rinuncia, onde meglio aderire in un’ardua bellezza spirituale, e meglio esalare l’anima dal braciere della carne, come due grani d’incenso che vaporano in preghiera aromatica.

Così, essi vivrebbero nell’amore, non gustando dell’amore se non la essenza superfisica, innaturale, accesi, per le alte contemplazioni delle cose del cielo, nel desiderio di correrne la via, e ritrovarsi là dove sarebbero stati congiunti per sempre, in un’anima sola.

E di notte, riposando l’uno presso l’altro nel loro talamo immacolato, poi che il silenzio del sonno avesse spento sulle loro labbra l’ultimo murmure della Preghiera e diffuso sui loro volti l’ombra lieve e solenne dell’Amen, una profonda pace ideale s’adunerebbe intorno all’origliere dei dormienti, come la stagnante palude aduna i suoi circoli concentrici intorno ai nelumbi e alle ninfee.

E l’allacciamento semplice e casto delle mani implicherebbe ai loro sogni, quasi per spontanea virtù di coesione, uno stesso ritmo di serenità infinita.

Lo sposo le direbbe le melodie della mistica alienazione; le verserebbe nel cuore la voluttà obliviosa dell’ascesi; l’esaltazione emotiva e ascensionale, per le vie del sogno, nelle serene regioni dell’infinito; l’attrazione di Dio; la brama di Dio; i rapimenti, gli struggi- menti in Dio.

Nella sua voce passerebbe la parola e la fiamma dei grandi contemplanti che più intensa e amorosa vissero l’iperbole interna; la parola e la fiamma di Plotino, di Emerson, di Novalis, di Eckehart, di Ruysbroeck, delle più magnifiche e più profonde anime, ansietate d’amore, eloquenti di passione, anelanti di continuo in una vastità senza limite, in un’altezza senza fine.

La condurrebbe così per tutte le più irte vette del trascendentale; le aumenterebbe sempre più il conoscimento con l’aumento dell’inesplicabile; e dalla conscienza la spingerebbe verso la inconscienza, dalla sensazione verso la intuizione, lungo una strada infinibile, in una atmosfera di una luminosità allucinante, satura d’innumerevoli essenze.

Ed ella lo seguirebbe estatica e docile, come la nota segue la nota e l’onda l’onda, abbandonando la sua mistica vita sopra tutte le ali dei più sottili rapimenti.

Egli sarebbe lo spirito, ed ella l’anima; egli la luce, ed ella il calore; egli la musica, ed ella la canzone.

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https://www.liberliber.it/online/autori/autori-v/giuseppe-vannicola/da-un-velo/

 

Diego Poli su Giovanni Vannicola

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Il tema dell’ “abisso” nel paradigma di Giuseppe Vannicola e del Futurismo

di Diego Poli

Università degli Studi di Macerata

da: Futurismo Futurismos, a cura di Barbara Gori

http://www.aracneeditrice.it

 

Con l’avvento del Modernismo, l’arte, diventata lo strumento di rivelazione dello spettacolo della vita, si mostra ansiosa di collocarsi nella metafisica dell’universale, aprendosi alla reinter­pretazione dei linguaggi della natura. In Italia, Giovanni Papinì rappresenta in maniera lucida il paradigma del nuovo corso; infatti, pur partecipe degli entusiasmi per il nuovo, e pur co­gliendo la profondità di senso da cui è prodotta la crisi della storia e della cultura del Novecento, non riesce a nascondere il timore per l’incognito.

Al contrario di Papini, Giuseppe Vannicola appare più ar­dimentoso nell’immergersi nell’abisso inesplorato del profon­do dell’inconscio, verso la dimensione in cui il pensiero cessa di essere il mezzo di conoscenza, e il soggetto esce dai limi­ti dello spazio e del tempo per farsi pervadere dall’occulto inframmischiato al mistico1.

Il poeta, svincolato dai legacci, entra nello stadio evolutivo da Rimbaud definito di « dérèglement de tous les sens » (Secon-delettredu Voyant, a Paul Demeny, 15 maggio 1871). Mediante questa sospensione delle facoltà intellettive e percettive, egli si fa veggente, esplora l’ignoto, e nel disordine caotico prodotto dalla facoltà immaginativa sregolatasi deve trovare un linguaggio atto a riorientarlo2. Siamo nell’esaltazione della ca­pacità fantastica: non aveva, per altro, uno fra i primi manifesti dell’Ottocento, quello di Marx e Engels del 1848, preannuncia­to nella prefazione che « Ein Gespenst geht um in Europa — das Gespenst des Kommunismus »? Con uno spettro, dunque, devono misurarsi tutti gli interpreti del Modernismo.

Vannicola è convinto di questo percorso, così come è affa­scinato dal monito di Nietzsche per cui « se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te»3. L’abisso è la strada impegnativa imboccata da coloro che sono sulle tracce della verità oggettiva sistematizzabile in una prospettiva filosofica. Come dimostreranno i teoremi dell’incompletez­za sintattica (di Kurt Godei) e semantica (di Alfred Tarski), la scienza non arriverà mai a cogliere la verità nell’interezza.

Rispetto alla oscurità di questa ermeneutica ipercriticista, per la prospettiva più vulgate, solite a decontestualizzare, il punto del­l’argomento è, piuttosto, individuato nell’affermazione di quella soggettività occulte che, attraverso la discesa nel sottosuolo e il ritorno, riesca a recuperare l’oltranza. Da tele interpretazione orfica, il Modernismo ha derivato uno schema di procedure cui attenersi e ha fornito ai suoi linguaggi un repertorio di simboli.

Vannicola ha consapevolezza circa l’acquisizione dell’appropriatezza espressiva. Nel primo numero di « Prose », 1906-07, esce Mistica della musica con cui egli intende collegare l’origine della musica al Lògos dell’atto creativo: «l’Idea è Suono. Il Logos, il Verbo, la Grande Parola, la Grande Idea, “il Dio”, sono una iden­tica cosa: il Suono Primordiale. “Iddio disse”, significa l’Ideazione divina, la Creazione dell’Universo per mezzo del suono »4.

Scarica l’intero articolo:

pdf-Poli.AbissoinVannicolaeFuturismo.Padova

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Un anniversario da ricordare…

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Giovanni Papini, in una foto del 1913

Oggi è il 10 agosto, ricordiamo Giuseppe Vannicola nel giorno della sua scomparsa da questo mondo con una introduzione di Giovanni Papini, uno dei pochi amici che gli volle bene, fino all’ultimo. E anche dopo. Una “non dedica”, perché Gianfalco non era un uomo da fare dediche; a nessuno…

 Capri, 10 Agosto 2018

La redazione

 

LA VITA DI NESSUNO

di Giovanni Papini

Vallecchi, Firenze, edizione 1912-1918

Caro Vannicola,

non ho nessuna voglia di dedicarti questo librino niente affatto «eccezionale ». Non ho mai dedicato i miei libri a nessuno e non voglio de­dicare a nessuno i libri prossimi e futuri che usciranno dal capo mio. Tu sai benissimo che l’educazione non è il mio forte e che la garbatezza non è precisamente la mia cavalla di battaglia. Tu lo sai magnificamente. Se tu non lo sapessi tutti te lo direbbero. Io odio i capolavori di Giovanni della Casa quanto — se non più — le mie prigioni di quel Silvio che infradiciò i nostro occhi di bambinetti elementari.

Io non voglio dar nulla a nessuno. Non voglio consacrare o donare qualunque sia cosa a qualunque sia uomo. Sono l’animale non religioso per eccellenza ; sono l’ateo di cento teologie — della teologia mon­dana, socialista, umanitaria, aristocratica ; della teologia degli uomini seri, onesti, laboriosi, patriotti, civici e disciplinati e di ogni catechismo.

Con tali connotati tu capisci che non son uomo da far dediche a nessuno.

E non voglio farne. E non farò neppur questa.

Ma c’ è un ma. C è che tu hai dedicato a me un librino simile a questo — simile, dico, nella carta, nei caratteri, nelle dimensioni, nella copertina — ed io dovrei dedicarne uno a te. No, caro Vannicola. Scu­sami e perdonami col tuo generoso cuore di bene­dettino alcoolista, ma ciò non è possibile : è troppo al disopra della mia forza, che pure è grande. Io non posso infrangere per nessuno — neppure per te — una promessa fatta solennemente a me stesso. Se l’avessi fatta soltanto agli altri….

Tu sai quanto il cinico sottoscritto ti vuol bene, e non da ora, ma da parecchi anni, da quando tu, an­cor fresco delle glorie milanesi di Pierrot, venisti a Firenze come un pellegrino amoroso del Cavalcanti e nascondesti vicino al Poggio Imperiale il doppio mi­stero del tuo amore e della tua anima. Io ricordo sem­pre con eguale voracità la lettura del De profundis e il vino vecchio della tua tavola ; il tuo appassionato violino e l’odoroso the coi dolciumi di Giacosa. Tu che sei uomo di spirito e di fede e perciò pronto a trovare Iddio nella cattedrale e nella bettola in Bee­thoven e nella birra chiara, non ti arrabbierai di certo per questi accoppiamenti. Tanto più che in cima ai miei ricordi, proprio nel mezzo più luminoso delle mie memorie, te solo mi appari, te solo col romantico violino appoggiato al tuo collo. Non ho mai visto in vita mia una trasfigurazione cosi completa e improvvisa d’un uomo. Non ho mai visto un volto così acceso, così assorto, così divinamente amoroso e do­loroso come il tuo, mentre l’arco tenuto dalla tua mano di signore strappava alle corde e al legno quei sentimentali gemiti d’inutile nostalgia e d’inappagabile desiderio che mi commuovono anche oggi, al solo ricordo.

Caro Vannicola, io non sono nè una donna nè un pederasta e puoi accettare senza rossore le mie parole : in quei momenti tu eri bellissimo. Tutto perso e in­fiammato sotto il rosseggiare della fiamma elettrica ; tutto sperduto e rapito in quei singulti che sembravano uscire da un petto di carne e non da una cassa di le­gno ; cogli occhi socchiusi e le mani irrequiete, solo, divinamente solo in mezzo a noi tutti, in mezzo al silenzio di noi tutti, tu eri, ti assicuro, bellissimo. Non foss’altro che per quelle ore invernali di Via Monte-bello dovrei tessere intorno alla tua canizie giovanile una corona di gratitudine.

E invece…. E invece preferisco sembrarti ingrato e sconoscente e non ti dedico questo libro. E ti prego, anzi, di non considerare questa lettera come una de­dica travestita.

Io voglio che nei miei libri non vi sia altro nome e cognome che quello di

Giovanni Papini.

 

Una recensione sincera…

hermes Vannicola

Per l’”Oblio”,  del M.° Brogi

da Hermes, Febbraio 1904, vol. 1, fasc. II. pag. 106

II giorno stesso d’una festa non si offre che dei fiori. Il domani è permesso offrire delle riflessioni. La festa che si fa per l’opera nuova di un giovine di vo­lontà e d’ingegno è cosa lieta, ma essa è anche, e sopratutto, cosa grave. Il primo giorno è giorno di letizia; il domani è giorno di gravità. Il primo giorno la letizia guarda l’opera così, come è; il domani la gravità contempla l’opera così, come non è, ma come dovrebbe essere.

Io ho già guardato l’ Oblio. Continua a leggere

Ho fatto l’antiTetanica

Un chilo e duecentocinquanta grammi di carta giallina  cucita con filo refe ed avvolta in brossura con sovracoperta funerea … così  sono state impacchettate per i posteri la vita e le opere di un cesellatore della parola poco conosciuto vissuto nei primi anni del Novecento, Giuseppe Vannicola, quando l’Italia si sforzava di essere fucina di creazione in tutti i campi e non come è ridotta ora, fetida topaia di furbi ed opportunisti, sempre pronti a farsi un selfie salendo con i piedi sul corpo dell’altro. Con 35 euro, quei buffi foglietti colorati che dal 2002 muovono le nostre vite nel luna park europeo, mi sono portato a casa questo mattoncino, l’ho letto e riletto, soprattutto le prime 70 pagine in leziosa numerazione romana e in plurale maiestatis denominate “saggio introduttivo” ( di saggio c’è poco, di “introduttivo” mooolto …) ; ero tentato dal dissezionare, smembrare il corpus cartaceo come faccio con i quotidiani ( appena compro il giornale lo strappo nella costa per poterlo leggere meglio in metropolitana ) per poter stendere a terra i vari capitoli e disinnescare il timore reverenziale che 600 pagine incutono e così scopri che le 226 pagine di Sonata Patetica dal sapore mitteleuropeo sono diventate 100 paginette da “contratto di governo” tutte precisine, insipide ed inodore, roba da stalker; scopri che una chicca editoriale come Corde della grande lira, nato come omaggio alla compagna Olga, delicato e profondo nell’uso e nel significato è diventato interessante come una biopsia istologica e raggiungi “l’abominio della desolazione” quando arrivi a Elsa l’abbandonata, una pièce teatrale mai rappresentata che se la sfogliate seppur virtualmente sul sito dedicato a Vannicola, come uscì su La Riviera Ligure, vi trasmette un po’ di interesse, un po’ di vita mentre nel mattoncino diventa mera e pura ispezione microbiologica. Faccio un esempio, trascrivendo qualche riga tratta da Tetano Metafisico e dalla biografia che pubblicò Ferdinando Gerra nel 1978 :

(…) Corde della grande Lira è un insieme di tredici concetti espressi in stile aforistico stampati ciascuno in una pagina a sé, solo recto, in un piccolo libro formato album (12,5×20) costituito da trentadue pagine non numerate. In copertina muta è riprodotta unicamente un’orchidea … (tratto da Tetano Metafisico)

(…) il Vannicola scrisse una serie di tredici brevissimi pensieri, pubblicandoli poi con il titolo Corde della grande lira in un elegante fascicoletto formato album (cm. 12,5 x 20), con copertina muta su cui spicca il disegno di un’orchidea. (tratto dalla biografia di F. Gerra)

Ma, la vedete la differenza ??? e il cosiddetto “saggio introduttivo” inizia con queste parole che mi hanno fatto consumare tutto il Maalox che avevo in casa : “(…) Non è ancora ben noto cosa abbia scritto, né quale sia stata la sua vita.” Perché devo assistere impassibile a questo accoltellamento verbale ??? Giuseppe Vannicola non merita questo petulante interessamento peloso, lui scriveva per illuminare la sua vita difficile di colori, di speranza, di vino e assenzio, eeeh cosa sarà mai … gli astemi non hanno fatto la storia della letteratura, il Futurismo è nato da una sbornia e da una uscita di strada in auto, il più grande “musicista” del Novecento italiano strappava le pagine dei suoi Canti Orfici a chi non le poteva capire, l’Uomo Inimitabile volava su Vienna a seminar volantini, Guido Morselli sappiamo bene come è finito per non essere pubblicato, Lorenzo Calogero morì di fame sul suo letto, in Calabria, dopo aver scritto sulla terra delle poesie splendide e noi non dobbiamo incazzarci per questo superficialismo editoriale ??? Per dirla con il rev. M.L.King,  I have a dream … sogno di vedere, un giorno, ristampati in anastatica, i lavori di Vannicola “ come erano e dove erano”, come nei titoli di coda di un terremoto. Non so cosa mi trattenga dal passare nel tritadocumenti l’altezzoso mattoncino … veramente lo so, sono quei buffi foglietti colorati che ho speso, perché costano fatica, ultimamente anche molto sudore, e non è giusto nei nostri confronti, sprecarli.

Silvano Tognacci

In margine all’evento romano su Vannicola…

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Più di nicchia di così non si può …

Silvano Tognacci

Martedì 15 maggio ho messo nello zainetto la mia copia tartufata del libro di Ferdinando Gerra su Vannicola e il formaggino fresco e scoppiettante prodotto dall’Università di Macerata con gli atti della “due giorni vannicoliana” del novembre 2015 e sono partito per Roma … dovevo esserci, perché Giuseppe Vannicola è il mio coinquilino silente di questi ultimi anni difficili. La cavalcata, prima ferroviaria e poi automobilistica, è terminata in piazza San Salvatore in Lauro, nei luoghi byroniani de “Il segno del comando”, in un luogo carico di storia per gli intraprendenti marchigiani che nei secoli scorsi studiavano a Roma, il Pio Sodalizio dei Piceni. Dopo un abbondante “quarto d’ora accademico” per recuperare dall’auto parcheggiata una riproduzione del ritratto di Vannicola ad uso selfie, al cospetto delle “Nozze di Cana” e sotto la protezione di Eugenio IV, i proff. Rino Caputo, Diego Poli, Andrea Lombardinilo e Andrea Gialloreto hanno parlato di Vannicola ad uno “sparuto manipolo di eroi” con eccellente grado di sintesi e suggestioni molto interessanti; sono anche intervenuti, il Sindaco di Montegiorgio Dott. Armando Benedetti, il Sindaco di Porto Sant’Elpidio Dott. Nazareno Franchellucci, il Sig. Mario Liberati, il Sig. Dante Beleggia e il Gen. Alessandro Gentili. Il Prof. Caputo ha ricordato il tuffo nel fossato di F.T.Marinetti, l’incidente stradale più importante della storia letteraria d’Italia e quando il Prof. Poli ha citato Mattia Corvino ho pensato all’affresco nel Tempio Malatestiano di Rimini con la mappa dell’America del Nord fatta prima che Innocenzo VIII scoprisse l’America, riflettendo sui tanti Diogene che nei sotterranei della Storia cercano di illuminare gli antri della Verità negata e si battono con coraggio contro i malvagi paladini della Verità dicibile.  Il Prof. Gialloreto, ha giustamente contestualizzato l’esperienza di Vannicola nella mistica e nella sofferenza, scintille creative indispensabili alla creazione … non è mai capitato che a pancia piena qualcuno abbia fatto un capolavoro.

Vannicola soffriva e viveva, viveva e soffriva, ma sempre alla ricerca di musica nelle parole, anche lui come Dino Campana, “gli ultimi orfici”, così ha ricordato il Prof. Poli … persone così sensibili non dovrebbero mai essere lasciate sole, hanno un bisogno vitale di palcoscenico per interpretare la loro musica dell’Anima … talento e genialità scorreva nelle loro vene “aznavourianamente parlando”; “con tenerezza e con furore” hanno cavalcato la tigre dell’esistenza fino a quando hanno potuto, come scriveva Vannicola ad un amico: “… Nel quale caso, non sarò neppure io che abbandono la vita, la vita che adoro morbosamente freneticamente anche da questo letto di dolori, ma sarà la vita che mi abbandonerà, amante deliziosa e crudele, ai cui capricci non bisogna tenere il broncio”. Sotto l’attenta conduzione del Prof. Lombardinilo mi è stato concesso di intervenire per ricordare Giuseppe Vannicola con le parole di Francesco Meriano apparse su La Diana il 15 settembre 1915 e per annunciare il mio impegno ad organizzare una giornata di studi vannicoliani a Novafeltria (Rimini) con esposizione delle preziose edizioni della Collezione Dante Beleggia. Giusto il tempo di fare del pettegolezzo sulla recente uscita editoriale dell’opera omnia di Vannicola ( un algido mattoncino di 600 pagine, affascinante come un tavolo da obitorio e con un titolo agghiacciante) e il flash mob era finito … abbiamo ricordato un uomo solo e dimenticato che fu musicista, poeta, scrittore, dandy, affabulatore, flaneur e per un momento ho sentito nel mio cuore le parole che urlano agitando le loro sciarpe i tifosi del Liverpool : “… va avanti, va avanti / con la speranza nel tuo cuore / e non camminerai mai da solo / non camminerai mai da solo “. You’ll never walk alone, Mr. Vannicola.