Un anniversario…

10 agosto, muore Giuseppe Vannicola, piccola margherita della letteratura italiana che nessuno ricorda (tranne noi)

Posted on Agosto 10, 2019, 9:47 am

Nell’implacabile scorrere del tempo, ci sono giorni dell’anno che si elevano a vero e proprio spartiacque per un evento importante accadutovi. Il mio San Silvestro personale è il 10 agosto, perché nel 1915 moriva, solo e sfinito, a Capri, lo scrittore Giuseppe Vannicola e nel 2013 se ne andava mio babbo, quindi perdonate la mia immodesta intemerata, se dico: “sono l’unico in Italia che ricorda Vannicola”. Sia la Treccani che il Dizionario Letterario Bompiani lo ignorano, sul Fedele della UTET ci sono venti righe curate da Giorgio Barberi Squarotti… tutto qui, questo violinista e scrittore vive nel mio cuore perché “ho raspato la terra per scoprirlo”, ho cercato di capire, senza riuscirci, il motivo del suo forzato oblio… ho visto con il binocolo “l’ultima gazzella del branco che zoppicava” ed ho scoperto che si chiamava Giuseppe.

Trovo agghiacciante versare oceani di lacrime di coccodrillo quando scompare un papavero e nel contempo spegnere un mozzicone di sigaretta col piede sopra una piccola margherita… è un fiore anche lei… forse perché non ha scritto quella gnorgnia di Montalbano, ha meno diritto ad essere guardata? Io sto con le margherite, tifo per l’ortica e lascio volentieri le rose rosse a quelle squadriglie di petulanti raganelle che condiscono i loro dialoghi di “come dire” e “assolutamente si”; abbiamo la lingua più bella del mondo e queste povere soffriggitrici di fuffa chiamano una bacheca, “moodboard”, un incontro di lavoro, “briefing”, un sano e gioioso vaffanculo, “fuck off”.

Il reverendo King aveva il suo “dream” e lo ha urlato a Washington; anch’io ho un sogno e lo scrivo, ospite della tribuna di Pangea e per bontà di Davide Brullo che ancora mi sopporta: “volgiamo il nostro sguardo agli scrittori dimenticati, ai poeti feriti  che non sono riusciti a sopportare il peso della vita, ai letterati che chiedevano di essere ascoltati”. Parafrasando l’Ecclesiaste, c’è un tempo per ascoltare e un tempo per parlare, ma nella commedia umana che stiamo tutti interpretando non esiste un tempo per tacere, perché il silenzio per uno scrittore è l’attimo prima della morte.

Silvano Tognacci

***

 (…) L’arte non potrebbe vivere soltanto di idee: bisogna che un artista prodighi loro la vita, che è il dono proprio dell’artista. Possono esservi poeti per quanto si vuole, di belle idee e di nobili forme: la vita soltanto è il segno dell’arte. Dove c’è un uomo vivo, c’è un’opera d’arte. Il dono della vita è infinitamente al di sopra di tutti gli altri.

Così scriveva, sei mesi prima della morte, Giuseppe Vannicola, in un articolo apparso su Il Mattino di Napoli, in ricordo dell’amico Butti; da alcuni anni, bontà di Davide Brullo che pubblica i miei interventi, ci si ricorda di questo singolare intellettuale del secolo scorso, morto in una stradina di Capri, forse, per tristezza, il 10 agosto 1915. Ricordo bene, quando nel 2015 in occasione dei cento anni, l’unico articolo uscito in Italia fu quello su La Voce di Romagna, con la raccomandazione di conservarlo, per la sua unicità. Addirittura la Treccani non lo annovera tra le sue voci, non esiste nel Dizionario Letterario Bompiani e le uniche venti righe su di lui sono quelle vergate da Giorgio Barberi Squarotti per il Fedele della Utet.

F.T. Marinetti, cantore della più famosa “sbornia con uscita di strada” della letteratura italiana, lo ricordava così: “Fui legato da profonda amicizia a Giuseppe Vannicola. Lo conobbi molti anni fa sul lago di Lecco, nella villa del drammaturgo Butti… Spesso deliziava le pause delle nostre notti consacrate allo spiritismo con delle inebrianti cavate del suo magistrale violino… Scrisse, tentò tutte le forme letterarie, sempre lanciato in folli e mirabili esplorazioni spirituali. Anima tentacolare, egli si logorò le braccia a stringere i più terrorizzanti fantasmi. Tutte le seti della terra, del cielo-inferno che le sue vene mistiche portavano, lo condannarono fatalmente all’alcool… Compiangerlo? Non credo. In realtà non fu vinto: vinse. Amò tutto, e anche l’impossibile; superò, ridendo liricamente, la vita; beffeggiò la miseria, ed ora certamente sorride con grazia, pensando al prodigioso terno al lotto di un riposo definitivo sulla marina ideale dell’Isola paradisiaca”. Allora, sonnambuli zukkerberghiani, come vi pare questa vecchia prosa polverosa dei primi del Novecento ?… stendiamo un velo pietoso sul frutto dei Vostri polpastrelli con il finale dell’ultimo articolo redatto per Il Mattino, che fu pubblicato il 15 agosto 1915 con la seguente avvertenza: “Articolo postumo di Giuseppe Vannicola. Questo, che è l’ultimo articolo che il povero e delicato artista abbia scritto, avrebbe dovuto veder luce nel Mattino, quando Vannicola è morto. Lo pubblichiamo come estremo omaggio alla sua memoria”.

(Silvano Tognacci)

*

(…) Nella primavera del 1905, un giornalista ozioso annunciò all’Europa che Oscar Wilde viveva ancora, viveva chiuso in un convento spagnolo; e trattando da sofista una lettera del poeta, e aggiungendo della sua fantasia, cercava di rendere probabile la novella.

Ma no! Oscar Wilde è morto, è ben morto. Una sera di esperimento spiritistico io ho potuto parlare con lui.

Avvenne a Parigi, in casa di André Gide. Durante il pranzo la conversazione si aggirò naturalmente intorno alla fantasia di quel gazzettiere. A poco a poco, si rimase solo in quattro: un’intellettuale dama che agiva da medium scrivente, Gide, il pittore belga Theo Van Ruyssemberg, ed io. Non rammento chi propose per celia la seduta.

Per la curiosità dei lettori, creduli o no, posso però riprodurne qui il colloquio come io lo fissai nella notte stessa. Eccolo in tutto il suo laconico mistero:

Wilde – Doriano mi ha tradito.

Gide gli domanda di riassumere le sue impressioni circa il processo.

Wilde – Vero inglese. Falsi, ipocriti puritani.

Io – Tu sai il culto ch’io tributo alle tue opere. Ti prego di voler esprimere un giudizio su di me.

Wilde – Grazie, Vannicola, delle armonie che hai pensate e scritte per me.

Ruyssemberg – Ci sarebbe caro di conoscere la tua opinione sulla esistenza di oltretomba.

Wilde – Confusione caotica di nebulosità fluidiche. Cloaca di psiche e d’essenze di vite organiche.

Gide – E sull’esistenza di Dio?

Wilde – è anche per noi il gran Mistero…

Giuseppe Vannicola

*

 

 

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Un anniversario da ricordare…

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Giovanni Papini, in una foto del 1913

Oggi è il 10 agosto, ricordiamo Giuseppe Vannicola nel giorno della sua scomparsa da questo mondo con una introduzione di Giovanni Papini, uno dei pochi amici che gli volle bene, fino all’ultimo. E anche dopo. Una “non dedica”, perché Gianfalco non era un uomo da fare dediche; a nessuno…

 Capri, 10 Agosto 2018

La redazione

 

LA VITA DI NESSUNO

di Giovanni Papini

Vallecchi, Firenze, edizione 1912-1918

Caro Vannicola,

non ho nessuna voglia di dedicarti questo librino niente affatto «eccezionale ». Non ho mai dedicato i miei libri a nessuno e non voglio de­dicare a nessuno i libri prossimi e futuri che usciranno dal capo mio. Tu sai benissimo che l’educazione non è il mio forte e che la garbatezza non è precisamente la mia cavalla di battaglia. Tu lo sai magnificamente. Se tu non lo sapessi tutti te lo direbbero. Io odio i capolavori di Giovanni della Casa quanto — se non più — le mie prigioni di quel Silvio che infradiciò i nostro occhi di bambinetti elementari.

Io non voglio dar nulla a nessuno. Non voglio consacrare o donare qualunque sia cosa a qualunque sia uomo. Sono l’animale non religioso per eccellenza ; sono l’ateo di cento teologie — della teologia mon­dana, socialista, umanitaria, aristocratica ; della teologia degli uomini seri, onesti, laboriosi, patriotti, civici e disciplinati e di ogni catechismo.

Con tali connotati tu capisci che non son uomo da far dediche a nessuno.

E non voglio farne. E non farò neppur questa.

Ma c’ è un ma. C è che tu hai dedicato a me un librino simile a questo — simile, dico, nella carta, nei caratteri, nelle dimensioni, nella copertina — ed io dovrei dedicarne uno a te. No, caro Vannicola. Scu­sami e perdonami col tuo generoso cuore di bene­dettino alcoolista, ma ciò non è possibile : è troppo al disopra della mia forza, che pure è grande. Io non posso infrangere per nessuno — neppure per te — una promessa fatta solennemente a me stesso. Se l’avessi fatta soltanto agli altri….

Tu sai quanto il cinico sottoscritto ti vuol bene, e non da ora, ma da parecchi anni, da quando tu, an­cor fresco delle glorie milanesi di Pierrot, venisti a Firenze come un pellegrino amoroso del Cavalcanti e nascondesti vicino al Poggio Imperiale il doppio mi­stero del tuo amore e della tua anima. Io ricordo sem­pre con eguale voracità la lettura del De profundis e il vino vecchio della tua tavola ; il tuo appassionato violino e l’odoroso the coi dolciumi di Giacosa. Tu che sei uomo di spirito e di fede e perciò pronto a trovare Iddio nella cattedrale e nella bettola in Bee­thoven e nella birra chiara, non ti arrabbierai di certo per questi accoppiamenti. Tanto più che in cima ai miei ricordi, proprio nel mezzo più luminoso delle mie memorie, te solo mi appari, te solo col romantico violino appoggiato al tuo collo. Non ho mai visto in vita mia una trasfigurazione cosi completa e improvvisa d’un uomo. Non ho mai visto un volto così acceso, così assorto, così divinamente amoroso e do­loroso come il tuo, mentre l’arco tenuto dalla tua mano di signore strappava alle corde e al legno quei sentimentali gemiti d’inutile nostalgia e d’inappagabile desiderio che mi commuovono anche oggi, al solo ricordo.

Caro Vannicola, io non sono nè una donna nè un pederasta e puoi accettare senza rossore le mie parole : in quei momenti tu eri bellissimo. Tutto perso e in­fiammato sotto il rosseggiare della fiamma elettrica ; tutto sperduto e rapito in quei singulti che sembravano uscire da un petto di carne e non da una cassa di le­gno ; cogli occhi socchiusi e le mani irrequiete, solo, divinamente solo in mezzo a noi tutti, in mezzo al silenzio di noi tutti, tu eri, ti assicuro, bellissimo. Non foss’altro che per quelle ore invernali di Via Monte-bello dovrei tessere intorno alla tua canizie giovanile una corona di gratitudine.

E invece…. E invece preferisco sembrarti ingrato e sconoscente e non ti dedico questo libro. E ti prego, anzi, di non considerare questa lettera come una de­dica travestita.

Io voglio che nei miei libri non vi sia altro nome e cognome che quello di

Giovanni Papini.

 

A Milano, prime esperienze di scrittura: Trittico della Vergine

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Secondo capitolo della Tesi di Lucia Principi

su Giuseppe Vannicola

 

Terminata la vacanza lombarda, non ancora convivente con Olga, Vannicola si dirige a Milano, dove frequenta gli ambienti letterari e musicali. Le testimonianze, compresa quella di Filippo Tommaso Marinetti, lo vogliono primo violino alla Scala. L’incontro con il fondatore del movimento futurista avviene nella villa di Olcio, sul lago di Lecco, del commediografo e scrittore Enrico Annibale Butti ed è in quella cornice che lo ricorda Marinetti nell’In memoriam vannicoliano curato da Edwin Cerio: «Egli si manifestava allora in tutta la sua veemente appassionatissima giovinezza d’artista […]. Spesso deliziava le pause delle nostre notti consacrate allo spiritismo con delle inebrianti cavate del suo magistrale violino»22. Continua a leggere

Lucia Principi: una Tesi per Vannicola

La redazione ringrazia la dott.ssa Lucia Principi per averci permesso di pubblicare a puntate la sua Tesi su Giuseppe Vannicola. Ricordiamo Giuseppe nel giorno della sua scomparsa, oggi 10 Agosto; 102 anni fa se ne andava, guardando il sole, appoggiando il suo dolore sull’antico muretto in fronte al diafano mare di Capri.

Paolo Pianigiani e Silvano Tognacci

 

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DIPARTIMENTO DEGLI STUDI UMANISTICI

CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN FILOLOGIA CLASSICA E MODERNA CLASSE LM-14

TESI DI LAUREA IN

LETTERATURA ITALIANA

PROFILO CRITICO DI GIUSEPPE VANNICOLA (1876-1915)

Relatore                                                     Chiar.ma Prof.ssa Laura Melosi
Laureanda                                                                                  Lucia Principi
ANNO ACCADEMICO                  2015/2016

 

Indice

1.1  Ritratto di un bohémien ………………………………………………………………………..p.  5

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Un ricordo di Rosso di San Secondo

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Pier Maria Rosso di San Secondo

Ringraziamo Edi Perino,

della Biblioteca del

Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino,

per averci inviato questo articolo.


L’IDEA NAZIONALE — Giovedì, 12 Agosto 1915

Vannicola è morto

Il fragore della storia martellata in grande ansia nella fucina delle nazioni, tra spire di vampe e aliti d’inferno in un atmosfera di carbone, non vieterà certa­mente a noi, di commuoverci all’annuncio della morte di persona in cui noi sa-pemmo una scintilla di quella non comune luce dello spirito, per la quale l’umanità inesorabilmente si divide in una maggioranza ed una minoranza, separate da un vallum incolmabile.

Il Vannicola era della minoranza. Se si dovesse giudicare dalla quantità dell’opera letteraria ch’egli lascia, dalla entità delle sue fatiche critiche, dal suo lavoro di traduttore, dagli articoli sparsi qua e là per fogli e riviste, gli uomini abituati alle merci sulle stadere alle barriere daziarie e all’ingresso dei mattatoi, il suo peso considererebbero trascurabile. Noi non cerchiamo, aguzzando lo sguardo, di cogliere il numero segnato dalla lancetta sulla lamina d’acciaio, e sappiamo che la merce imponderabile dello spirito non è commerciabile. L’esigua opera dell’ammalato Vannicola è anzi, anche per noi trascurabile in sè; ci vale però come l’indizio sicuro di un riconoscimento, il segno d’un passaggio terrestre, il cenno di colui che tra la moltitudine polverosa sull’enorme stradale, coglie la fogliolina dalla siepe e se la mette tra le labbra per distinzione.

Gli altri van raccattando, con occhi diffidenti i sassi per la loro gerla, pensando di trasformarli in oro più tardi; quegli, che per unico peso, ha l’assillante fastidio del suo male; debole, bisognoso, con sguardo di bimbo nel volto già vecchio, con mento di bimbo su collo già rugoso, con un sorriso da culla tra capelli tanto, tanto presto bianchi, quegli, più d’ogni altro in diritto di reclamare l’aiuto, non si ferma a raccattare nulla sullo stradale polveroso, anzi poi che soffoca tra la brancaglia, ecco, se non un ramoscello di siepe, almeno una fogliolina sola, che gli respiri un po’ di verde nel cuore, e un sorso di cielo per il passaggio terrestre.

E nemmeno l’ambizione di far sentire la propria superiorità. Indizi soltanto per quelli che son capaci d’intendere gl’indizi. Per colpire e trattenere un attimo lai moltitudine occorron razzi colorati e fuochi artificiali. Oh, povero malato, e a quale scopo bruciarsi le mani, ustionarsi le fibre del cuore per lo spasso dei rispettabile pubblico? Quando ancora poteva, provava sul violino accordi, tentava comparazioni, rievocava sospiri di anime lontane con l’esperienza delle corde. A contatto dei grandi affinava la sua sensibilità. Poi scriveva delicatissime pagine silenziose, svolgeva con mani leggere pieghe recondite dell’anima. E se bussava alla porta con nocche villane la realtà brutale e vigliacca, sospirava, ingozzando l’amaro, per risorridere, quantunque più melanconicamente.

Così trascorse le ore della sua vita, con una risonanza atmosferica intorno di suoni e di movenze sognanti; barriera, più che corazza, efficace per l’insulto della strada. Di città, in città, di contrada in contrada, così nostalgicamente, ramingando, con la sua fogliolina di siepe tra labbro e labbro, con i suoi occhi di bimbo, con il suo male distruttore.

Era di quelli, che ad onta d’ogni rabbioso tentativo che l’aridità sconfortevole della maggioranza ripete, tratto tratto, per un livellamento d’irreggimentazione, portava con sè viva la sua scintilla originaria, traverso tutte le angustie, le asperità, le caustiche arsure delle umiliazioni, sopportando cristianamente, cristianamente commiserando.

E’ morto a Capri, nel sole, fra l’azzurro del cielo e del mare; come conveniva.

Rosso di San Secondo


Una foto nuova di Giuseppe Vannicola

FOTO ARCHIVIO PAPINI Vannicola particolare

FOTO ARCHIVIO PAPINI gruppo

Una foto di gruppo, scattata intorno al 1910, a Firenze.

Custodita presso la Fondazione Conti, nel fondo Giovanni Papini.

Foto di gruppo, [1910]. Sono riconoscibili, in primo piano, in basso da sinistra: Amelia Garoglio; al centro, seduta, con la stola e il manicotto di pelliccia, Giacinta Papini; accanto a lei, in piedi, Eva Amendola; infine Michele Campana. Dietro, da sinistra: Giuseppe Graziosi, Giovanni Amendola, Vincenzo Cardarelli, Oscar Ghiglia, Gustavo Sforni, Ardengo Soffici; quindi Giovanni Papini, Diego Garoglio, Scipio Slataper, Odoardo Campa. Ultimo in alto, sulla scalinata Giuseppe Vannicola.


Alberto Viviani: Ombre del mio tempo

cover viviani

Ombre del mio tempo

Memorie di vita letteraria

CASA EDITRICE BIETTI, MILANO

 

VI.

Gli ultimi «orfici»

Giuseppe Vannicola – Ernesto Ragazzoni – Dino Campana

 

Uno degli ultimi scapigliati italiani è stato Giuseppe Vannicola. Lo conobbi nel 1913 a Firenze nel caffè delle « Giubbe Rosse » quan­do ormai non gli rimanevano che due anni appena di vita.

Musicista poeta e giornalista, ridotto dal­l’artrite deformante a una pietosa rovina, con­duceva l’esistenza tra le camere di affitto non pagate e l’ospedale, sempre fedelmente segui­to dalla vecchia cagnetta « Paquette » che ar­monizzava il suo passo con quello penoso del padrone.

Negatogli dal male anche il sollievo del son­no, Vannicola trascorreva le notti fino all’alba tra le « Giubbe Rosse », il Caffè Paszkowsky e la Trattoria di Lapi, alternando bicchieri di vino bianco al filtro dell’assenzio quando amici stranieri di passaggio a Firenze lo invitava­no festosi in loro compagnia. Da solo si im­malinconiva, curvo e rattrappito, centellinan­do le interminabili ore insieme all’unica taz­zina di caffè. Continua a leggere

Giovanni Amendola e Giuseppe Vannicola

 

famiglia Amendola

da : Eva Amendola Kühn  Vita con Giovanni Amendola, Parenti, 1960.


Nel carteggio, pubblicato dalla moglie Eva Kühn nel 1960, Vannicola viene spesso citato e compaiono anche alcune sue lettere.

Ne pubblichiamo alcuni stralci…


 

Amava leggermi le poesie di Carducci e del Foscolo, «La pioggia nel pineto» di D’Annunzio. Appassionate discussioni sull’arte si svolgevano tra lui e Giovanni Papini, Giuseppe Vannicola, Oscar Ghiglia, Umberto Saba, Scipio Slataper, il poeta lituano Jurghis Baltrusciatis, ecc., e sono testimoniate in parte nell’epistolario che qui pubblichiamo.

 * * *

19 – DA GIUSEPPE VANNICOLA A G. AMENDOLA ¹

 Egregio Signore,

Lietissimo di conoscerla. Sarò domani sera — dalle 7 in poi dall’Aragno, nella prima sala, presso l’ingresso. M’auguro che la cortese simpatia del Papini non abbia a causarle una troppo grande delusione.

Mi creda Suo obbligatissimo G. Vannicola

 1) Il biglietto non è datato, ma risale quasi certamente alla seconda metà del 1905. Giuseppe Vannicola, musicista ed esteta, diresse la rivista Prose alla quale Giovanni Amendola collaborò. Continua a leggere