Una foto di Giuseppe Vannicola

La dott.ssa Stefania Iannella ci segnala questa foto di Giuseppe Vannicola.

 

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Vittorio d’Aste su Lionello Balestrieri

anni


L’OPERA DI

LIONELLO BALESTRIERI

Premessa critica di Vittorio d’Aste

Firenze : Edizione di Giannini & Giovannelli, [1 9..?]

 

Se esprimersi esprimere è vivere, il Pittore Lionello Balestrieri, nato a Cetona il 12 settembre del 1872, ha una vita intensa, tutta ricca di una singolare ventura, di una originale espressione.

Non ostante la clamorosa disposizione all’arte, le casalinghe ristrettezze gli impedirono di avviarsi subito agli studi regolari per alimentare e disciplinare il fuoco del suo genuino talento. Covando la bella fiamma nella trepidazione dei primi sogni do­vette così passare nel paese natio quindici anni della vita sfo­gandosi con la gioia dell’innocenza a disegnare e a dipingere, maestro di se stesso, obbedendo ardente alla passionalità istin­tiva, alla prepotente interiorità creatrice. In Cetona, che adesso è orgogliosa della gloria che ne illumina la schiva fronte, tutti ricordano come egli tentasse trasognato i freschi estri dell’ado­lescenza dipingendo nelle botteghe dei carrai sui pannelli dei carri rossi, che son le berline dei bovi, mosse figure e motivi allegorici. Continua a leggere

Un ricordo di Rosso di San Secondo

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Pier Maria Rosso di San Secondo

Ringraziamo Edi Perino,

della Biblioteca del

Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino,

per averci inviato questo articolo.


L’IDEA NAZIONALE — Giovedì, 12 Agosto 1915

Vannicola è morto

Il fragore della storia martellata in grande ansia nella fucina delle nazioni, tra spire di vampe e aliti d’inferno in un atmosfera di carbone, non vieterà certa­mente a noi, di commuoverci all’annuncio della morte di persona in cui noi sa-pemmo una scintilla di quella non comune luce dello spirito, per la quale l’umanità inesorabilmente si divide in una maggioranza ed una minoranza, separate da un vallum incolmabile.

Il Vannicola era della minoranza. Se si dovesse giudicare dalla quantità dell’opera letteraria ch’egli lascia, dalla entità delle sue fatiche critiche, dal suo lavoro di traduttore, dagli articoli sparsi qua e là per fogli e riviste, gli uomini abituati alle merci sulle stadere alle barriere daziarie e all’ingresso dei mattatoi, il suo peso considererebbero trascurabile. Noi non cerchiamo, aguzzando lo sguardo, di cogliere il numero segnato dalla lancetta sulla lamina d’acciaio, e sappiamo che la merce imponderabile dello spirito non è commerciabile. L’esigua opera dell’ammalato Vannicola è anzi, anche per noi trascurabile in sè; ci vale però come l’indizio sicuro di un riconoscimento, il segno d’un passaggio terrestre, il cenno di colui che tra la moltitudine polverosa sull’enorme stradale, coglie la fogliolina dalla siepe e se la mette tra le labbra per distinzione.

Gli altri van raccattando, con occhi diffidenti i sassi per la loro gerla, pensando di trasformarli in oro più tardi; quegli, che per unico peso, ha l’assillante fastidio del suo male; debole, bisognoso, con sguardo di bimbo nel volto già vecchio, con mento di bimbo su collo già rugoso, con un sorriso da culla tra capelli tanto, tanto presto bianchi, quegli, più d’ogni altro in diritto di reclamare l’aiuto, non si ferma a raccattare nulla sullo stradale polveroso, anzi poi che soffoca tra la brancaglia, ecco, se non un ramoscello di siepe, almeno una fogliolina sola, che gli respiri un po’ di verde nel cuore, e un sorso di cielo per il passaggio terrestre.

E nemmeno l’ambizione di far sentire la propria superiorità. Indizi soltanto per quelli che son capaci d’intendere gl’indizi. Per colpire e trattenere un attimo lai moltitudine occorron razzi colorati e fuochi artificiali. Oh, povero malato, e a quale scopo bruciarsi le mani, ustionarsi le fibre del cuore per lo spasso dei rispettabile pubblico? Quando ancora poteva, provava sul violino accordi, tentava comparazioni, rievocava sospiri di anime lontane con l’esperienza delle corde. A contatto dei grandi affinava la sua sensibilità. Poi scriveva delicatissime pagine silenziose, svolgeva con mani leggere pieghe recondite dell’anima. E se bussava alla porta con nocche villane la realtà brutale e vigliacca, sospirava, ingozzando l’amaro, per risorridere, quantunque più melanconicamente.

Così trascorse le ore della sua vita, con una risonanza atmosferica intorno di suoni e di movenze sognanti; barriera, più che corazza, efficace per l’insulto della strada. Di città, in città, di contrada in contrada, così nostalgicamente, ramingando, con la sua fogliolina di siepe tra labbro e labbro, con i suoi occhi di bimbo, con il suo male distruttore.

Era di quelli, che ad onta d’ogni rabbioso tentativo che l’aridità sconfortevole della maggioranza ripete, tratto tratto, per un livellamento d’irreggimentazione, portava con sè viva la sua scintilla originaria, traverso tutte le angustie, le asperità, le caustiche arsure delle umiliazioni, sopportando cristianamente, cristianamente commiserando.

E’ morto a Capri, nel sole, fra l’azzurro del cielo e del mare; come conveniva.

Rosso di San Secondo