Diego Poli su Giovanni Vannicola

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Il tema dell’ “abisso” nel paradigma di Giuseppe Vannicola e del Futurismo

di Diego Poli

Università degli Studi di Macerata

da: Futurismo Futurismos, a cura di Barbara Gori

http://www.aracneeditrice.it

 

Con l’avvento del Modernismo, l’arte, diventata lo strumento di rivelazione dello spettacolo della vita, si mostra ansiosa di collocarsi nella metafisica dell’universale, aprendosi alla reinter­pretazione dei linguaggi della natura. In Italia, Giovanni Papinì rappresenta in maniera lucida il paradigma del nuovo corso; infatti, pur partecipe degli entusiasmi per il nuovo, e pur co­gliendo la profondità di senso da cui è prodotta la crisi della storia e della cultura del Novecento, non riesce a nascondere il timore per l’incognito.

Al contrario di Papini, Giuseppe Vannicola appare più ar­dimentoso nell’immergersi nell’abisso inesplorato del profon­do dell’inconscio, verso la dimensione in cui il pensiero cessa di essere il mezzo di conoscenza, e il soggetto esce dai limi­ti dello spazio e del tempo per farsi pervadere dall’occulto inframmischiato al mistico1.

Il poeta, svincolato dai legacci, entra nello stadio evolutivo da Rimbaud definito di « dérèglement de tous les sens » (Secon-delettredu Voyant, a Paul Demeny, 15 maggio 1871). Mediante questa sospensione delle facoltà intellettive e percettive, egli si fa veggente, esplora l’ignoto, e nel disordine caotico prodotto dalla facoltà immaginativa sregolatasi deve trovare un linguaggio atto a riorientarlo2. Siamo nell’esaltazione della ca­pacità fantastica: non aveva, per altro, uno fra i primi manifesti dell’Ottocento, quello di Marx e Engels del 1848, preannuncia­to nella prefazione che « Ein Gespenst geht um in Europa — das Gespenst des Kommunismus »? Con uno spettro, dunque, devono misurarsi tutti gli interpreti del Modernismo.

Vannicola è convinto di questo percorso, così come è affa­scinato dal monito di Nietzsche per cui « se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te»3. L’abisso è la strada impegnativa imboccata da coloro che sono sulle tracce della verità oggettiva sistematizzabile in una prospettiva filosofica. Come dimostreranno i teoremi dell’incompletez­za sintattica (di Kurt Godei) e semantica (di Alfred Tarski), la scienza non arriverà mai a cogliere la verità nell’interezza.

Rispetto alla oscurità di questa ermeneutica ipercriticista, per la prospettiva più vulgate, solite a decontestualizzare, il punto del­l’argomento è, piuttosto, individuato nell’affermazione di quella soggettività occulte che, attraverso la discesa nel sottosuolo e il ritorno, riesca a recuperare l’oltranza. Da tele interpretazione orfica, il Modernismo ha derivato uno schema di procedure cui attenersi e ha fornito ai suoi linguaggi un repertorio di simboli.

Vannicola ha consapevolezza circa l’acquisizione dell’appropriatezza espressiva. Nel primo numero di « Prose », 1906-07, esce Mistica della musica con cui egli intende collegare l’origine della musica al Lògos dell’atto creativo: «l’Idea è Suono. Il Logos, il Verbo, la Grande Parola, la Grande Idea, “il Dio”, sono una iden­tica cosa: il Suono Primordiale. “Iddio disse”, significa l’Ideazione divina, la Creazione dell’Universo per mezzo del suono »4.

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