Qualche cadenza

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Ringraziamo la sig.ra Edi Perino, per averci inviato una bella scansione del rarissimo opuscolo custodito nel Fondo d’archivio Terenzio Grandi, nella Biblioteca del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di TorinoNe diamo la trascrizione completa, facendola precedere da quanto scrive Ferdinando Gerra, nel suo libro su Vannicola, a proposito di questa pubblicazione.


 

Da: Ferdinando Gerra, Musica, letteratura e mistica nel dramma di vita di Giuseppe Vannicola, 1876-1915 – La Revue du Nord e la Rivista Prose. Editore: Bardi, Roma, 1978. Pag. 110.

Uno scritto da non tralasciare per seguire l’evoluzione dello spirito del Vannicola sul finire di quell’anno 1908, è il lungo articolo intimamente autobiografico pubblicato nel fascicolo di settembre-ottobre 1908 della rivista Coenobium di Lugano, con il titolo Qualche cadenza. Pro domo.

Deludente bilancio della propria vita, ridotta ormai ad una forma di rassegnato isolamento dalla società che lo circonda, divenutagli del tutto indifferente. E non è senza significato che quelle pagine nelle quali spesso riaf­fiorano accenni ironici, ma con un’ironia di tono ben diversa da quella passata, siano state inviate ad una rivista letta in Italia solo da pochi, mentre avrebbe potuto pubblicarle sulla Vita lette­raria che aveva a Roma notevole diffusione. Quasi contempora­neamente (numero del 2 ottobre 1908) apparvero invece su quel periodico romano a firma del Vannicola, con lo stesso pretitolo Qualche cadenza¹ ed il titolo specifico Complicazioni ad Ester, alcune banali divagazioni bibliche sul Libro di Ester. Continua a leggere

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“L’Errore” di Vannicola su “Poesia”

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Da Poesia, anno II, n. 1-2, 1906

L’ERRORE

…. una notte l’intesi piangere d’improvviso nel nostro letto, presso di me, mentre dormiva. Sembrava che la sua anima le sfuggisse in lagrime simile a una timida polla singhiozzante. La sua voce dolce-dolente era come il palpitare di una corda di minugia nella quale la vita delle viscere cui venne strappata sembra aver lasciato il gemere d’un nervo animato.

Io la chiamavo sommesso carezzandole il volto inondato di pianto, con quelle insessuali carezze, quali si convengono all’assorbimento dei sogni. E m’era triste e dolce il confortarla così in quella sua lamentosa esalazione di sè medesima.

Ma ella pareva non intendesse, sognando…. E la destai, non potendo subire più oltre Terrore.


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Il Veleno

veleno 1912

Giuseppe Vannicola

Il Veleno

Un fermento così forte

che era un veleno

 

A Giovanni Papini

Caro Papini,

Lungo il mio cammino verdeggiavano euforbie fiorite, e io ne frangevo gli steli per vederne stillare il veleno, bianco come latte. Ma quei fiori velenosi nutrivano la bella larva embrionale, verde macchiata di scuro, e una farfalla ne sarebbe nata, un insetto dalle ali colorite dei più delicati colori…

Tuo

Giuseppe Vannicola

Ricordate nelle Mille e una notte il racconto di quel giovane che giunge in un’isola governata da un vecchio re? Una sera, il figlio del re gli fa bere dei vini aromatici; poi lo conduce nella necropoli dell’isola. Passano fra grandi tombe bianche. Il principe si ferma davanti a un sepolcreto sontuoso, e dice:

— Fratello! devo chiederti un grande servizio, e ti prego di non ostacolarmi in quanto desidero.

Gli mostra quindi un vaso colmo d’acqua e un sacco di cemento:

— Io scenderò in questa tomba, — gli dice — e quando sarò entrato ti prego di murarne l’apertura in modo che nessuno oda più parlare di me.

Il giovane, il cui cervello è turbato dal vino, promette.

Allora, appare una fanciulla velata, coperta di gioielli; il principe solleva una porta di ferro che s’apre a fior di terra, poi si volge verso la fanciulla:

— Vieni, — le dice — e fa la tua scelta.

Ella non risponde e non esita: entra nella tomba e scende, in silenzio, per una scala a volta. Subito il principe la segue e il giovane, ebbro, lascia ricadere la porta di ferro, e col cemento, la mura.

L’indomani, ricorda confusamente l’accaduto e non osa ricomparire dinanzi al vecchio re.

Fugge il palazzo e va errando nella necropoli, ma tutte le tombe si somigliano ed egli non ritrova la porta di ferro. Sette giorni e sette notti erra inutilmente nel cimitero. L’ottavo giorno dispera e torna al palazzo dove trova il vecchio re in lagrime perché:

— Mio figlio e mia figlia, — gli dice il re — sono scomparsi da sette giorni e nessuno sa dire dove sieno.

Il giovane si getta ai piedi del re e gli confessa la propria colpa. L’uno e l’altro tornano nella necropoli e cercano la tomba murata. In un istante di lucidità il giovane la riconosce; svellono la porta di ferro, scendono la scala, e dopo cinquanta gradini sono arrestati da un fumo denso che li accieca. Proseguono oltre, e giungono in una vasta sala illuminata da un lampadario di sette braccia. Il suolo è cosparso di provviste e di ricchezze adunate per lunghi giorni; e in fondo alla sala annebbiata, sotto la malcerta luce del lampadario, vedono un letto basso e lussuoso su cui sono distesi due corpi abbracciati. E l’orrore soffoca il re e il suo compagno, perché i due corpi sono fatti neri come legno carbonizzato.

Allora il re si avvicina e sputa sul cadavere del figlio e lo colpisce con la pantofola.

— Oh, amico! — esclama. — Costui era fin dall’infanzia follemente invaghito di sua sorella. Molte e molte volte gli ho interdetto di vederla e mi dicevo: «Sono ancora così fanciulli!». Nondimeno, quando crebbero, il peccato venne fra loro; io potevo appena crederlo. Lo rinchiusi e lo minacciai delle più gravi minacce, e i servi e gli eunuchi dicevano: «Guardati da una cosa tanto orribile che nessuno prima di te ha mai fatto e nessuno farà mai dopo di te». E io aggiungevo: «Le carovane spargeranno lontano questo rumore. Non dar loro causa di scandalo o certamente ti maledirò e ucciderò io stesso».

— Poi li misi separatamente e rinchiusi mia figlia. Ma la figlia maledetta lo amava di passione, perché Satana si era impadronito di lei quanto di lui, e per sua illusione il loro orribile delitto sembrava ad essi bello. Ora, quando mio figlio vide che li avevo divisi, fece costruire segretamente questo sotterraneo e vi trasportò ricchezze e provviste come vedi; e, mentre io ero alla caccia, è venuto a nascondersi qui con sua sorella, e il giusto giudizio è disceso su loro e li ha consumati entrambi col fuoco del cielo.

I

Questo racconto fiabesco mi ricorda un fratello e una sorella incontrati sul lago di Como, fra le varie avventure che dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Russia, vanno a cercare in quelle rive una poetica cornice di elegante e profumata indulgenza.

La sorella aveva della grazia, e i contorni si accordavano secondo il rapporto voluto per evocare la parola di bellezza. Quando camminava, aveva l’aria d’essere avviluppata e portata da un soffio di mistero che scherzava nei suoi capelli biondi come il vento solleva e anima i fiocchi cadenti dei viburni lungo le siepi, d’ottobre.

Ma un esteta freddo avrebbe dichiarato che qualcosa rompeva quell’armonia proveniente certo da una famiglia aristocratica, e l’insieme del viso veramente aveva dell’equivoco.

L’equivoco! Questo solo avevano di comune quei due fratelli; un non so quale aroma turbatore che sfuggiva dall’uno e dall’altra e l’includeva entrambi nella curva delle passioni disonorate.

Io non conoscevo di loro che il nome indicato sul registro dell’hôtel: «X e sorella»; e quel che lasciavano intravedere, con una libertà quasi ostentata, non mi attraeva estremamente; era troppo conforme al manuale.

A questo punto della nostra civiltà certi costumi azzardati non hanno più nulla di misterioso; sono metafore rare che non turbano se non quegli spiriti semplici incapaci di deviare i sentimenti come si deviano le acque dal loro corso per guidarle a traverso la sterilità delle lande.

Molte volte, per il solo piacere di rendermi conto, ho seguito, nelle loro evoluzioni psichiche, dei soggetti interessanti. Soprattutto donne; ma, ingannate da un’attenzione di motivo non indovinabile, le donne ne suppongono volentieri un altro, più frequente, e si mettono subito a schermagliare con lo scrutatore sviandolo nelle fatue divagazioni del flirt.

Ora, ciascuna di quelle psicologie mi ha convinto che qualunque peccato è sempre mediocre, un atto incompleto, limitato dalla sua stessa natura. Contrario all’idea divina, s’arresta a mezza strada della contradizione, perché l’assoluto nel male è impossibile, sia pure a concepirsi.

Dunque, senza giudicare, immaginavo, dubitavo, sognavo.

In un embrione di romanzo, avvolgevo quei due fratelli nella dubbia nebbia sollevata dentro di me e li chiudevo in una tomba sulla cui porta alcune lettere d’oro dicevano: Letteratura.

Forse il sole bruciava a piombo sulle vasche della vita… Ma essi avevano per loro una camera chiusa dove l’ombra era così profonda che non potevano distinguere le cifre delle ore, e il tempo più non esisteva. Simile a un infermo che sapendo prossima la morte non cura scendere più nemmeno in giardino, il loro spirito era assopito in quel silenzio e in quell’ombra; e quando alfine supponevano scesa la sera era per vedere le stelle dire alla luna: Ave.

Come una parola improvvisa all’orecchio, la voce di Baudelaire apriva per loro le tre dimensioni d’un mondo misterioso. Un rimpianto immenso, un ricordo informe e violento, il male d’un esilio che rianimava in fondo al cuore l’immagine di belle patrie perdute, ed evocava col suo incantesimo la resurrezione di quanto non era stato mai: «Laggiù tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà. Guarda sui canali dormire quei navigli dall’umore vagabondo; è per soddisfare il tuo minimo desiderio che vengono dall’estremità del mondo. I soli al tramonto rivestono i campi, i canali, la città intiera, di giacinto e d’oro; il mondo s’addormenta in una calda luce. Laggiù tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà».

La voce cantava «come il vento delle spiagge, fantasma gemente, venuto non si sa da dove, che accarezza l’orecchio e al tempo stesso l’impaura».

Potevano essi discernere di quali sentimenti li farebbe alfine complici l’ascoltazione di quella voce evocatrice e d’una così straordinaria soavità? Ma era troppo tardi per sfuggire. Le più grandi passioni s’erano insinuate in loro, così grandi e vaste e complete fino a divenire contradittorie. Era tutta l’anima loro con la violenza non supposta degli amori diversi che quella magica voce faceva ad essi stessi sensibile. Desolato ardore nato dalle acque funebri nascoste nel profondo nel cuore, e che a poco a poco si sollevava come per disfarsi del peso di tutte le tenebre, anelando come un pensiero cercato tutta la vita e che si fa sempre più prossimo, come i battiti sempre più urgenti della memoria, e come la liberazione di scoprire alfine, tenebrosa, infinita, carica di morte e di gioia, la parola tanto anelata.

Psicologie malate, senza dubbio, poiché mi interessavano. Il normale non può essere percepito, non potendo essere differenziato.

Come distinguere dall’ottavo il nono suono della mezzanotte? Dei dodici, solo il primo e l’ultimo sono dissimili, perché o preceduti o seguiti dal silenzio.

Ma se quei due erano un po’ malati, non ero io un po’ colpevole, forse, d’addolcire di romanzo l’urto iniziale che si provava da quella loro sfrontata indipendenza?

Le incantazioni dei libri avevano però messo in me un fermento così forte che era un veleno. Sebbene io fossi molto diverso, socievole, aperto a tutte le impressioni, nondimeno non ero fatto per calmare i miei pensieri. E una circostanza si aggiunse alle disposizioni del mio spirito, evocando in me le più singolari sensazioni. Intorno ai due insottomessi s’accese il nimbo tragico che isola certi individui dall’umanità per farne il modello di qualche esaltazione.

Fu nell’ombrata solitudine del parco, in un viale che l’autunno già cospargeva di foglie morte. Essi erano seduti sotto gli alberi annosi. Non mi vedevano. Non parlavano.

Un po’ nervosa, la sorella si levò in piedi movendo verso la luce. La veste parve metterle attorno ai fianchi un fremito di corolle aperte. Il vento passò, agitando le foglie secche. Un grande ramo basso si piegò col rumore delle sete gualcite. Una foglia, alcune foglie, come gocce di pioggia, caddero in un lento fruscìo.

— Mi seguono! Mi perseguitano! — gridò lei presa nel turbine che voleva invano fuggire.

E trascinata, come una foglia, nel volo circolare delle foglie, ricadde, smarrita e tremante vicino al fratello, gridando sempre:

— Mi perseguitano, le foglie, le foglie morte!

«Un delitto, forse?» mi chiesi io sorpreso da quella crisi improvvisa.

L’interrogazione incosciente mi fece trasalire.

«L’equivoco! ma è la causa, è la causa!».

L’idea si levava come da un sedile, camminava, mi si avvicinava, io ne subii la stretta e il bacio, vissi con lei tutta la sera. Nuda e fredda, tenace e muta, l’idea si distese vicino a me, sul mio letto d’uomo solo, vegliando sui miei pensieri.

L’equivoca luce che s’accusava nel viso della sorella, era il segno d’elezione, la prova ch’ella era donna fino alla virtualità criminale, fino alla passione.

Ucciso, ella ha ucciso! L’oblazione d’una vita umana è il concime del loro orribile piacere. Una vita umana sta sotterrata ai loro piedi sotto le radici dell’albero maledetto, e i frutti nati da quella perversa vegetazione, sono le loro ostie sacrileghe. I loro esseri dimenticano l’onnipotenza degli spiriti inferni, si elevano, ascendono, lungo i mistici gradi nel clima dei calvari gridando alla vita: Il nostro regno non è di questo mondo. Ah! la desolata e tragica e sontuosa e tenebrosa perdizione che li avvince contro le leggi, circondati dai vaporanti miasmi della morte, soli come in un’isola sul punto di sommergere nel flutto ineluttabile d’un oceano oscuro! La triste sensuabilità di lui che bacia le mani della sorella, quelle mani che dettero la morte, e s’illanguidisce all’incanto di bere un infernale etere e mormora nelle labbra la sequenza dell’Orazione cattiva. «Que tes mains soient benies, car elles sont impures! / Elles ont des péchés secrets à toutes les jointures; / Lys d’épouvante, leurs ongles blancs font penser, sous la lampe, / A des hosties volées dans l’ombre blanche, sous la Lampe, / Et l’opale prisonnière qui se meurt à ton doigt, / C’est le dernier soupir de Jésus sur la croix».

II

L’indomani fui liberato. L’imperiale succubo era svanito non lasciando di sé che una polvere di diamante. L’ironia, protesta mentale e garanzia sull’eccesso delle emozioni sentimentali, l’ironia mi suggerì la reazione.

«Un delitto: Eh, via! La realtà non ha deduzioni così elementari! Io mi sono forse lasciato ingannare da un’idea. Un’idea è un orizzonte. Si eleva come una montagna; bisogna guardarla con serenità. Una montagna! Un albero sulla montagna e che sembra grande perché è sulla montagna. Un albero lo possiamo abbracciare. Un albero! Spesso quello che prendiamo per un albero non è che un tronco che il contadino porterà sulla spalla e taglierà a colpi di scure e getterà sul fuoco. È un tronco, un ramo, un virgulto che si spezza per fare un bastone; è una canna, che i ragazzi strappano tornando di scuola per tagliarla a foggia di flauto. È una canna, una lunga canna di cicuta… Oh, signorina! Vi sono scherzi della natura che sembrano davvero trascendenti. Delle sensazioni residuali vibrano ancora nei nostri nervi, ed eccoci spaventati da un turbine di foglie morte… Ah! poveri cuori ossidati che aspirate dietro la verginità di una nuova impronta, ci cadrete nella forma, pazienza! e godrete della divorante liquefazione, e le vostre molecole rientreranno nella matrice, e altre monete della divinità continueranno nello spazio, la vostra circolazione interrotta, — altre monete eternamente simili!».

In tal modo, ironiche driadi, le mie morenti immaginazioni, scherzavano. Moriuntur ridendo.

Ma dietro la rutilanza dell’atmosfera logica, vidi brillare gli sguardi ardenti di un invisibile spettro, due occhi fascinatori, incitatori e imperiosi. Li riconobbi: erano i due occhi della Letteratura. Ah! sì, la riconoscevo. Era un’amica di adolescenza. Era ingegnosa: molte volte m’aveva soffiato nell’orecchio le parole magiche e solenni della Chimera alla Sfinge: Cerco nuovi profumi, fiori più larghi, piaceri non provati… Adesso mormorava il grido soffocato d’Amleto: Orribile! orribile! orribile!.

Una soddisfazione d’autore mi rianimò: «Ebbene, sia: ne farò della letteratura. Trasporterò gli arabeschi delle mie fantasmagorie in un racconto strettamente basato sull’esaltazione di ieri, e quei due vuoteranno fino all’ultima goccia il calice d’oro di Babilonia. L’immaginazione delle cose è la loro vera realtà; lo dice l’autore del De Statu animae. E Hobbes afferma che la verità consiste nell’espressione e non nella cosa; in dicto, non in re. Se il fatto mi sfugge, l’espressione mi appartiene. Quale realtà val mai un foglio di carta, arnia meravigliosa dove le parole, come api ideali nel loro nido di cellula, distillano il pensiero?».

Voi mi direte che passando nel dominio della letteratura la cosa perdeva il suo carattere perdendo la realtà. Il suo carattere morale, forse, non già il suo carattere psicologico. Se non come effetto pratico, come natura ideale rimaneva identica.

Del resto, cosa è il reale? Possiamo sapere con precisione quali atti compiamo ogni volta che abbiamo un’idea, che accettiamo un pensiero, che proviamo un’impressione?

Lo scultore che concepisce una statua fa un atto buono o cattivo, ma più reale dell’atto successivo col quale realizza quella statua: la sua idea è più reale del bronzo e del marmo. Fissando in un racconto di pura fantasia i paludosi vapori suscitati in me da quelle circostanze, non era arrestare un istante l’ombra fuggitiva, realizzare un istante le passanti apparenze? Non era proiettare quel succubo fuori delle contingenze, al riparo delle deduzioni e delle negazioni?

La follia simulata da Amleto, non si realizza in Ofelia? Quanti Werther segreti e che s’ignoravano non ha ucciso la pistola del Werther di Goethe? Chi può dire le realtà di cui siamo gli autori?

Ma perché nascondere il più grave?

I romani avevano un grido profondo: Panem et Circenses! il pane e i giochi del circo. Nella sua volontà selvaggia il popolo romano metteva allo stesso livello, quel che bisogna per vivere e quel che bisogna per morire, ciò che forma il sangue dell’uomo e ciò che fa scorrere il sangue dell’uomo: la vita e la morte.

Quel grido è tipico e rivela la passione d’una voluttà spaventevole. La voluttà di veder soffrire. Lucrezio, nel celebre:

Suave mari magno…

attribuisce il piacere di veder soffrire al sentimento della sicurezza personale dello spettatore, sentimento che si esalta per contrasto quando lo spettatore tranquillo assiste al pericolo degli altri. Senza dubbio questo contrasto è essenziale. Ma ve n’è un altro più profondo di quello fra sicurezza e pericolo; è il contrasto della tortura e della voluttà.

Ebbene, vi confesso che mentre scrivevo, io obbedivo a questo genere di voluttà. Io che per una nativa bontà d’animo non ho mai fatto soffrire nessuno, (se non per ragioni di analisi, le lagrime essendo sempre un po’ rivelatrici del profumo interiore, dell’essenza inclusa nella fiala segreta), io esasperavo il grido crudele dei romani fino al raffinamento, fino al pensiero di leggere il mio racconto ai due peccaminosi fratelli, innanzi a un ristretto uditorio d’iniziati…

«Li trafiggerò d’ironia — mi dicevo — mostrerò loro che certe malattie di distinzione sono pallidi giuochi lunari in un antico specchio usato; che quello che loro prendono per il destino non è che un frammento d’antologia.

«Scuoterò quella polvere d’eternità che l’illusione ha deposto sulle loro povere ali. Plasmerò la loro eccellente e nobile sostanza secondo le più trascendenti fantasie. Vedranno quale altra aureola farebbe alle loro fronti il fogliame intrecciato delle sanguinanti conseguenze! Vedranno come il piacere acquisterebbe valore d’attrattiva con un assassinio sulla coscienza, nel deserto, nel gran deserto senz’acqua e senz’amore, nella caverna profonda e nera dove si vedono delle ossa di iene morte di fame!».

E mentre li spingevo in tal modo nel più memorando precipizio dell’Obbrobrio e dello Spavento, provavo la sensazione iniqua di fustigarli con una flagellazione degna di Suso, che veniva trovato nella sua cella svenuto in una pozza di sangue. Nell’amara orgia mentale, vedevo le corde e i nodi della disciplina stigmatizzare le spalle, i fianchi, i reni; insanguinare il candore delle carni della sorella; la vedevo, lei, inginocchiarsi a mani giunte, rilevarsi a braccia tese, curvarsi, arrovesciare nello spasimo la testa pallida, guardarmi con due occhi dove il bianco divorava le iridi, implorarmi quando il flagello tardava a scendere: Ancora! Ancora! e gettarmi le braccia intorno al collo, e cadere trascinandomi con lei fino in fondo all’abisso.

III

 

Quando terminai di leggere il mio racconto e dopo il cerimoniale degli applausi, vi fu un gran silenzio e una grande inquietudine, perché tutti sapevano.

I due s’erano alzati e venivano verso me passando nei sussuri e negli sguardi.

— Quale tragica e tenebrosa storia! — disse la sorella tendendomi la mano mentre io le cercavo, attraverso il discreto impudore del vestito, le cicatrici della mia fustigazione.

Di fronte a quell’atteggiamento audace stimai abile mostrarmi semplice; ma dove comincia la naturalezza in un essere dotato di qualche anima di ricambio?

— Oh, quella storia, — risposi — non è che l’immagine di una notte popolata di sogni…

Ma non si lasciarono ingannare che a metà, e quando lei salì in lift il fratello me lo fece vedere chiaramente:

— Una notte popolata di sogni — cominciò poi che fummo soli, seduti nell’hall davanti a qualche alcool — ed è questa la giusta immagine della mia vita.

La semplicità drammatica di quell’uomo che degnava rivelarsi mi commosse:

— È l’immagine di tutte le vite — risposi. — Appena cerchiamo di decifrare, il crepuscolo scende sulla nostra testa, e cominciano i sogni…

— Decifrare! — esclamò lui. — Bisogna decifrare o esser divorati dalla sfinge… Decifrare!… Strana parola che spiega una cosa la quale non è a nostra disposizione e che pure è di un’importanza da far fremere! La vita mescola insieme persone e cose: il bene, il male, il mediocre, il sublime, l’orribile. La terra, che è grigia, sembra che getti sopra ciascuna cosa un manto grigio… Gli uomini si somigliano, in apparenza. Il costume stabilisce una dissomiglianza artificiale, l’abitudine ne stabilisce un’altra, la simulazione un’altra, la paura un’altra… Viviamo su apparenze. Una quantità di veli nasconde la realtà. Lo spettacolo delle cose che bisogna divinare e che non si può, ci conduce sull’orlo dell’abisso, e l’abisso attira la preda. Sull’orlo della fatalità, curva sull’abisso, sta la sfinge misteriosa e terribile…

Parlava lentamente, senza esitazioni se non volute, dando al ritmo della voce cambiamenti bruschi o insensibili, d’una brutalità improvvisa o d’una dolcezza infinitesimale…

Dopo un silenzio riprese:

— La storia che avete letto mi ricorda quei vecchi evangelari così carichi d’alluminature che gli occhi dei profani vi cercano invano il testo santo. Vi sono scritture difficili…

S’arrestò un poco, poi con un piccolo riso afono:

— Però, dove non avete potuto decifrare, avete saputo divinare. Siete stato indiscreto… Avete lacerato il velo d’Iside.

Sinceramente turbato, lo guardai.

— Avreste dunque, — chiesi come paradossando sopra un tono confidenziale, — avreste dunque qualche macchia di sangue sulle dita?

— No; fu il veleno.

La risposta uscì dalle sue labbra con la calma d’una confessione meditata.

Quando riprese a parlare, la sua voce fu il singhiozzo d’un ferito che si dibatte:

— La vita c’inganna con delle ombre, — disse — è di un’eloquenza incoerente… Vende tutto troppo caro, e noi compriamo ad un prezzo mostruoso il più meschino dei suoi segreti.

— Un meschino segreto! — esclamai tristemente. — Oh! Io non voglio giudicare il vostro peccato…

Egli m’interruppe, mise la mano sulla mia, e guardandomi con lo sguardo più doloroso:

— Non era un peccato! — disse. — Ci siamo ingannati, perché gli uomini curvano volentieri i loro capricci sotto un fato che li consacri tragici. Pensate! Essere gli eletti degli oscuri decreti della necessità! Cadere nell’inevitabile! Subire una legge eccezionale! Ah, l’ironia è il più terribile tra gli elementi della divinità!… C’era un’incognita da liberare, un’X che sfidava le risorse dell’algebra… E la sfinge voleva che non ci fosse risposta… e la sfinge ci ha divorato… Come divinare che non eravamo fratelli?

Il mio stupore fu così eccessivo che un bicchiere cadde in frantumi.

— Non siete fratelli?

— No, e non lo sapevamo… Come tutto è semplice, non è vero? Come tutto rientra nell’ordine, come tutto si risolve nell’ingenuo, con un’eleganza veramente divina e candida! Ah! la realtà, certe volte, varca ogni limite del verosimile! È una prestigiatrice incomparabile. I suoi movimenti sono così destri che noi dobbiamo rinunziare a seguire il filo dell’arabesco che scrivono nello spazio… Come avremmo potuto divinarlo? Quand’io nacqui, lei era già in casa da oltre un anno. Mio padre, studioso delle scienze occulte, viveva sepolto fra libri di satanismo, e mia madre, devota, volle, con la pietosa adozione di un’orfana, scongiurare i castighi del cielo da una casa sconsacrata dalle scienze maledette. E il Signore, infatti, l’esaudì quasi subito, richiamandola a lui nel darmi alla luce… In tal modo, fummo ingannati. Crescemmo insieme, come fratello e sorella, in una libertà che solo vigilava una vecchia governante. Nacque così il prestigio d’un sentimento che il divieto del sangue, capite? il divieto del sangue ingrandiva e faceva irresistibile… Vennero poi gli anni del Liceo, e durante le vacanze d’una estate particolarmente calda, accadde quello che eravamo autorizzati a qualificare d’orribile… Sotto l’infernale fosforescenza dello sguardo di Satana, fummo simili a Dio. Il cielo lacerò le sue nubi, l’universo dismise i suoi veli, il sole tese alla natura le sue braccia incandescenti; le erbe si colorarono di zolfo, le bestie spaurite fuggirono verso le foreste — ma le foreste si scolorarono e le foglie caddero: il sole rise su noi in tutto l’implacabile effluvio del suo cuore. Rise; scoppiò dal ridere, ah, ah! Lei aveva concepito, comprendete? concepito nelle mie braccia, in negazione alle leggi della natura… L’unità incestuosa avrebbe dovuto non essere ternaria; il peccato avrebbe dovuto rimanere sterile; e la sua carne, invece, si rivelava feconda…

Trasalii. Il veleno!… ecco il veleno… Avevano avvelenato il sangue loro… Avevano ucciso i forse che dormono nel mistero dell’uovo, le possibilità incluse nella speranza, l’avvenire… Avevano soppresso la bellezza di domani, la vita di domani… Avevano assassinato la Redenzione!…

Mi parve che un vento freddo mi passasse sopra… Dov’ero? Qual’era la voce che parlava dentro di me?… Che tristezza, che notte! Mi sentivo d’improvviso stanco, mi pareva di cadere in un abisso… Avevo paura… Abbrividii quando egli riprese a parlare, con gli occhi che sembravano vedere più lontano delle cose:

— Quale disincanto, allora! Non eravamo fratelli! La sfinge mostruosa era, nella nostra mano, l’umile animaletto che la sera innanzi luceva misteriosamente tra i cespugli… L’ignoranza, abbandonandoci, aveva lasciato nella nostra testa un vuoto profondo come un precipizio… Sapevamo… La verità ci opprimeva… La Verità! Ah! se si potesse colpire nel cuore di questo triste vampiro, oppure soffocarlo, senza rumore, perché Dio non se ne avveda… Non eravamo fratelli!… Ci parve tornare da lontano, da così lontano! Ci riconoscevamo appena… Tutto era mutato… Avevamo sognato, veduto un incendio… Quando? Dove? In quale oceano, in quale deserto? Pareva che dei fiori fossero morti. C’era nell’aria un odore di foglie morte… Oh, come rimpiangemmo allora il sogno che ci eravamo fatto dell’amore! … Provammo di accettare le visioni innocenti, le idee pure che la natura offriva alla nostra immaginazione convalescente… Ci sposammo. Sì, ci sposammo, dopo il lutto di mio padre, trovato un giorno morto nella sua stanza, col capo piegato sopra una Kabbala… Fu in una piccola cappella solitaria, sotto la mano d’un vecchio sacerdote commosso, senz’altro discorso che le parole del messale… Ma invano! non era possibile; non fu possibile… Non c’interessavamo più l’uno dell’altro… Se ancora ci abbandonavamo a un gesto d’amore, era senza emozione, senza desiderio. I nostri occhi già rivelavano il rimpianto d’un paradiso perduto. Quando ne parlavamo, già veniva nei nostri discorsi l’inesorabile parola: Allora!… Triste notte, quella in cui comprendemmo che la natura ci aveva esclusi dal suo banchetto!… Certe ore non hanno dimane, e per questo, forse, varrebbe meglio non averle vissute mai. Si corre dietro le loro sorelle che passano sul quadrante dell’orologio, e ciò può condurre lontano, giù, fino in fondo agli inferni dove dei dannati gemono il nessun maggior dolore

Io volli osare, in quell’accasciamento, la parola profonda, la parola decisiva, quella che tocca l’intimo dell’essere e che strappa al Rimorso le preziose perle del Pianto:

— E morì, il figlio? — chiesi a voce bassa.

— No, vive, — rispose lui gravemente. — Vive in un brefotrofio, come un figlio della colpa… Abbiamo voluto ritorcere alla natura la sua ironia…

— Perché io non so — soggiunse con un sorriso diabolico — non so se avete apprezzato quel che c’è di alto divertimento nell’evidente inutilità del nostro peccato. In tutto questo si può gustare una bella testimonianza di quanto valga la voce del sangue. E la chiaroveggenza dell’Opinione!… ah! ah! Basta la qualifica di fratelli per trasformarci in due mostri in missione speciale sopra una terra minacciata di catastrofe e d’incendio… Questa innocente simulazione, vedete, è un istrumento di piacere veramente anormale… apre una porta inedita e astrusa… I pensieri evocati mormorano al nostro orecchio come un volo di farfalle apriline, e il fruscìo delle loro ali talvolta ci è dolce all’epidermide…

Quelle parole avevano il sapore d’un vizio. La voce che le pronunziava, nondimeno, era fatta per cantare, amare, sedurre; ma io non ritenevo che il senso tortuoso, inquietante, e vedevo levarsi innanzi a me, sotto la forma di quell’uomo, la figura stessa della Corruzione.

Poi, quasi piegato al mio orecchio, mi narrò misteriosamente dell’oscuro suicidio d’un giovane, l’anno prima, in quell’hôtel, nei viali del parco…

Fece una breve pausa, indietreggiò la testa e, bruscamente:

— È questo il veleno!…


Dal Simbolismo al Déco

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Giuseppe Vannicola

Che la parola vada intesa come segno che non già trasmette sibbene produce significato, risulta evidente al Vannicola, non solo a livello di realizzazione del testo, ma anche di riflessione di poetica, se enuncia: «Dicono anche che le parole sono i segni di cui ci serviamo per chiamare le cose; infatti le ‘chiamiamo’, le evochiamo costituendo in noi lo stato di conoscenza che corrisponde alla loro presenza sensibile, le produciamo. Produrre! cioè dotare di un’esistenza esteriore un essere artificiale, uniforme, che s’imprime nei nostri sensi sempre lo stesso» (Arte d’eccezione). Delineando cosi un ragionamento assai vicino, in partenza, al mallarméano ‘principio di evocazione’ degli oggetti, e per adoperarlo, conseguentemente, ai fini di una attività simbolista misti­co-cabalistica, sia nel precisare «Il Logos, il Verbo, la Grande Parola, la Grande Idea, il Dio, sono una identica cosa: – il Suono Primor­diale», che nel farne uso per render conto di esperienze (o di progetti di esperienza) nell’ordine dell’ineffabile. Così, il referente che non può essere detto, che sfugge alla designazione e nominazione, si pone sia ‘pri­ma’ che ‘dopo’ la scrittura, e prevalentemente in una prospettiva avanti, come resultato da ottenere più che come acquisizione già effettuata e da comunicare. Il discorso, pertanto, pur se motivato da occasioni del vissuto, anzi specialmente in tali casi, tenderà a discostarsi massima­mente dal referente, per elaborarne e costruirne, talvolta legiferarne, la significazione, tanto nelle prove narrative legate ad una fattualità in­tesa come reale (Sonata patetica; II veleno), che in quelle fondate su una trasposizione dell’esistente/esistito nella dimensione del pensato emblematico (Da un velo; le laforghiane). E in modo affatto analogo risulterà composto anche un testo, pur esso motivato dall’occasionale, di tipo aforismatico-cerimoniale, come Corde della grande Lira, dove appunto il significato di ciascun termine (di ciascuna parte del coerente insieme) verrà scritto come serie di definizioni, sequenza di asserti, e il referente dichiarato, postulato, risulterà non già via parafrasi o glossa, ma verrà identificato man mano che se ne scrivono (se ne leggono) le equivalenze connotanti, a lor volta sostituenti, metaforicamente, il sen­so e la portata (e che sono, propriamente, occorrenze: si realizzano sol­tanto nell’essere pronunciate). Continua a leggere

Elsa, l’abbandonata

riviera

Elsa l’abbandonata

Pubblicata su “La Riviera”, Maggio 1911

Morale, di G. Vannicola

 a Giovanni Amendola

 

 

PERSONE :

L’AUTORE

LA SUA CARICATURA

ELSA

MIRABELLA

ALINA

*

PROLOGO

La Caricatura — Signore e Signori, io sono la Caricatura dell’Autore. O meglio, sono il suo monocolo; ciò che gli permette di avere due sguardi: l’uno, scoperto, per sperimentare qualche emozione sentimentale; l’altro, al ri­paro, per sorvegliarle con discernimento, e sorriderne.

L’emozione, questa volta, si chiama Elsa, la nobile fidanzata del magico Cavaliere del ci­gno. Seducente creatura! ella aveva tutte le in­genuità che attirano le carezze, e Lohengrin non ebbe nessun scrupolo di abbandonarla, dopo una sola notte di matrimonio, per dileguarsi verso le altezze fredde e bianche della Meta­fisica. Continua a leggere