Giuseppe Vannicola: La morte di Isotta

Agosto – Ottobre 1907

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Ringraziamo l’amico Mario Melillo per aver condiviso con noi alcune “perle” del suo archivio.

PROSE

RIVISTA D’ARTE E DI IDEE

 Direttore : GIUSEPPE VANNICOLA

  SOMMARIO:

F. COPPOLA – I semplicisti della libertà – G. VANNICOLA – La morte d’Isotta – A. de RINALDIS – Dell’idea di decadenza nell’arte italiana —G. AMENDOLA – Il primo sinottico del Pragmatismo —A. PAUL – Gli amori di Krischaa (dal Vischnuranam) — W. Goethe – Sprüche in Prosa – CURRENTI CALAMO :  Notizie dall’Italia — Figurini estetici – Ahimè! i poeti… – Leonardiana ultima – Buddismo e Cristianesimo.

 

C O S T A UNA LIRA

 

9 PIAZZA DI SPAGNA – ROMA – PIAZZA DI SPAGNA 9 Continua a leggere

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La bambina guardava…

PAPINI_CON_MOGLIE_E_FIGLIE

Papini con la moglie Giacinta e le figlie, Gioconda e Viola

Papini secondo Viola tenerezze in famiglia

Da Repubblica, 5 Gennaio 2007

Giovanni Papini, uno e centomila. Il “seminatore di spavento” e il cattolico integrale, il filosofo e il memorialista, l’ infaticabile provocatore, pronto a salire sui treni di tutte le avanguardie, e il disincantato osservatore del costume. La cultura fiorentina e italiana della prima metà del Novecento non sarebbero state le stesse senza le sue riviste, da «Leonardo» a «Lacerba», la sua verve dinamitarda di esploratore del nuovo, il suo cattolicesimo sempre in odore di eresia. Continua a leggere

Giuseppe Vannicola e le condizioni della vita teatrale a Roma

Giuseppe-Prezzolini

Da La Voce, 5 Maggio 1910

 

Le condizioni della vita teatrale a Roma sono, da quanto ho saputo da varie persone, assai deplorevoli. Per ora la Voce non ne può parlare a lungo. È nostra intenzione farlo presto ; e intanto pubblichiamo la seguente lettera di Giuseppe Vannicola diretta a Domenico Oliva, indice di quelle condizioni che deploriamo:

Albano Laziale, 1 Maggio 1910

Onorevole Signore,

Con lettera del 20 giugno 1909, l’avv. Gino Pierantoni mi annunziava che il Comitato di Lettura del Teatro Stabile di Roma, aveva accettata la mia Elsa abbandonata, la quale sarebbe stata recitata “entro la stagione 1909-1910”.
Senza tale annunzio ufficiale, ripetuto poi dai giornali, io avrei pubblicato il mio lavoro in volume; ma, poiché si dice che le scene richiedono soltanto dell’inedito e che la maggiore attrattiva del teatro è la sorpresa, mi rassegnai a non svelarne il contenuto che a pochissimi intimi, per non perdere ogni speranza di rappresentazione.
La mia rassegnazione nondimeno fu vana, giacchè la stagione “1909-1910 “ è decorsa, e tutte le novità annunziate sono state regolarmente eseguite, – e persino quelle non mai annunziate, alcune fra le quali hanno veramente “ sorpreso “ – tutte, tranne appunto la mia.
Prevedendo vagamente simile soluzione, io mi rivolsi a Lei perché, come Presidente della Società degli Autori di Roma, volesse tutelare il mio diritto. Ma Ella pur promettendomelo con parole tali che mi sono rimaste sul cuore come un sospiro sospeso, non ha creduto opportuno di farlo smentendo nel mio caso non so quale decantata inclinazione, da parte sua, verso i  “giovani”.
In questo, e siamo d’accordo, Ella non a perduto che un’altra occasione, fra le tante, d’indulgere come sa Lei, speciosamente sorridendo, in una delle sue venerabili prose ad libitum; – io, però vi ho perduto qualcosa che all’età mia significa tutto: il tempo; – e se il tempo per alcuni non è danaro, per altri può valere di più, infinitamente di più …
Per cui non mi sembra più opportuno di appartenere alla Società degli Autori di Roma, e se ne do pubblicamente le dimissioni, è perché pubblicamente mi venne arrecato un danno morale (soprattutto morale) che l’esponente di quella Società aveva il dovere di farmi evitare.

 Rimango però ugualmente rispettosamente suo

G. VANNICOLA


Alberto Viviani: Ombre del mio tempo

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Ombre del mio tempo

Memorie di vita letteraria

CASA EDITRICE BIETTI, MILANO

 

VI.

Gli ultimi «orfici»

Giuseppe Vannicola – Ernesto Ragazzoni – Dino Campana

 

Uno degli ultimi scapigliati italiani è stato Giuseppe Vannicola. Lo conobbi nel 1913 a Firenze nel caffè delle « Giubbe Rosse » quan­do ormai non gli rimanevano che due anni appena di vita.

Musicista poeta e giornalista, ridotto dal­l’artrite deformante a una pietosa rovina, con­duceva l’esistenza tra le camere di affitto non pagate e l’ospedale, sempre fedelmente segui­to dalla vecchia cagnetta « Paquette » che ar­monizzava il suo passo con quello penoso del padrone.

Negatogli dal male anche il sollievo del son­no, Vannicola trascorreva le notti fino all’alba tra le « Giubbe Rosse », il Caffè Paszkowsky e la Trattoria di Lapi, alternando bicchieri di vino bianco al filtro dell’assenzio quando amici stranieri di passaggio a Firenze lo invitava­no festosi in loro compagnia. Da solo si im­malinconiva, curvo e rattrappito, centellinan­do le interminabili ore insieme all’unica taz­zina di caffè. Continua a leggere

Silvano Salvadori: Beethoven e Vannicola

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Leggendo l’esaltazione del genio di Beethoven di Vannicola non può non venire in mente il monumento che Klinger gli eresse, dopo diciassette anni di lavoro, e che fu oggetto di tanta venerazione da essere al centro di un’apposita esposizione nel 1902 nel Palazzo della Secessione di Vienna. Fu un evento di “arte totale”: Hoffmann predispose la scenografia, Klimt dipinse il fregio ispirato all’, Malher ne diresse l’esecuzione mentre Isidora Duncan ballava. Il regno della musica proclamava il suo primato sulle arti come manifestazione diretta dello Spirito. Continua a leggere

Giuseppe Vannicola su Lacerba

mia le varie morali


LACERBA

Anno I, n. 4                  Firenze, 15 febbraio 1913                       Costa 4 soldi


 

Contiene: Vannicola, Le varie morali. — Soffici, Cubismo e oltre — Papini, Le parolacee. – Soffici, Giornale di bordo.

 

VANNICOLA.

LE VARIE MORALI

Per essermi attardato all’osteria vuotando più volte il bicchiere, e perchè la mia carne si era animata oltre misura della vista e dell’ odore delle donne, io andavo barcollando lungo la strada e il mio corpo s’era fatto leggero in modo che talvolta pareva che m’involassi.

Tale leggerezza mi empiva d’una grandissima gioia : correvo. poi m’arrestavo a cantare, ma solo il moto poteva calmare l’ardore, e mi mettevo nuovamente a correre. Mi sentivo al disopra della terra, solo con la mia ebrietà. Facevo passi immensi che mi proiettavano più veloce d’un volo; ma la grande leggerezza mi toglieva la sicurtà dei movimenti e mi portava di qua e di là pazzamente.

Percui, in uno slancio superbo, avendo urtato col piede in una pietra, caddi nel fosso che costeggiava la strada.

Quando ripresi i sensi e mi ritrovai in fondo al fosso, non pensai a rialzarmi e mi misi a sognare.

La notte mi penetrava l’anima, lenta, pacificatrice. Sul mio capo splendevano milioni di stelle, intorno a me bruivano lievi rumori che si confondevano e formavano come una voce: il sussurro delle foglie, il sospiro profondo del vento. o. non pensai a rialzarmi e mi misi a sognare. fruscii, mormoni, soffi, aliti… Continua a leggere