“L’Errore” di Vannicola su “Poesia”

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Da Poesia, anno II, n. 1-2, 1906

L’ERRORE

…. una notte l’intesi piangere d’improvviso nel nostro letto, presso di me, mentre dormiva. Sembrava che la sua anima le sfuggisse in lagrime simile a una timida polla singhiozzante. La sua voce dolce-dolente era come il palpitare di una corda di minugia nella quale la vita delle viscere cui venne strappata sembra aver lasciato il gemere d’un nervo animato.

Io la chiamavo sommesso carezzandole il volto inondato di pianto, con quelle insessuali carezze, quali si convengono all’assorbimento dei sogni. E m’era triste e dolce il confortarla così in quella sua lamentosa esalazione di sè medesima.

Ma ella pareva non intendesse, sognando…. E la destai, non potendo subire più oltre Terrore.


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Una foto nuova di Giuseppe Vannicola

FOTO ARCHIVIO PAPINI Vannicola particolare

FOTO ARCHIVIO PAPINI gruppo

Una foto di gruppo, scattata intorno al 1910, a Firenze.

Custodita presso la Fondazione Conti, nel fondo Giovanni Papini.

Foto di gruppo, [1910]. Sono riconoscibili, in primo piano, in basso da sinistra: Amelia Garoglio; al centro, seduta, con la stola e il manicotto di pelliccia, Giacinta Papini; accanto a lei, in piedi, Eva Amendola; infine Michele Campana. Dietro, da sinistra: Giuseppe Graziosi, Giovanni Amendola, Vincenzo Cardarelli, Oscar Ghiglia, Gustavo Sforni, Ardengo Soffici; quindi Giovanni Papini, Diego Garoglio, Scipio Slataper, Odoardo Campa. Ultimo in alto, sulla scalinata Giuseppe Vannicola.


Giuseppe Vannicola e le condizioni della vita teatrale a Roma

Giuseppe-Prezzolini

Da La Voce, 5 Maggio 1910

 

Le condizioni della vita teatrale a Roma sono, da quanto ho saputo da varie persone, assai deplorevoli. Per ora la Voce non ne può parlare a lungo. È nostra intenzione farlo presto ; e intanto pubblichiamo la seguente lettera di Giuseppe Vannicola diretta a Domenico Oliva, indice di quelle condizioni che deploriamo:

Albano Laziale, 1 Maggio 1910

Onorevole Signore,

Con lettera del 20 giugno 1909, l’avv. Gino Pierantoni mi annunziava che il Comitato di Lettura del Teatro Stabile di Roma, aveva accettata la mia Elsa abbandonata, la quale sarebbe stata recitata “entro la stagione 1909-1910”.
Senza tale annunzio ufficiale, ripetuto poi dai giornali, io avrei pubblicato il mio lavoro in volume; ma, poiché si dice che le scene richiedono soltanto dell’inedito e che la maggiore attrattiva del teatro è la sorpresa, mi rassegnai a non svelarne il contenuto che a pochissimi intimi, per non perdere ogni speranza di rappresentazione.
La mia rassegnazione nondimeno fu vana, giacchè la stagione “1909-1910 “ è decorsa, e tutte le novità annunziate sono state regolarmente eseguite, – e persino quelle non mai annunziate, alcune fra le quali hanno veramente “ sorpreso “ – tutte, tranne appunto la mia.
Prevedendo vagamente simile soluzione, io mi rivolsi a Lei perché, come Presidente della Società degli Autori di Roma, volesse tutelare il mio diritto. Ma Ella pur promettendomelo con parole tali che mi sono rimaste sul cuore come un sospiro sospeso, non ha creduto opportuno di farlo smentendo nel mio caso non so quale decantata inclinazione, da parte sua, verso i  “giovani”.
In questo, e siamo d’accordo, Ella non a perduto che un’altra occasione, fra le tante, d’indulgere come sa Lei, speciosamente sorridendo, in una delle sue venerabili prose ad libitum; – io, però vi ho perduto qualcosa che all’età mia significa tutto: il tempo; – e se il tempo per alcuni non è danaro, per altri può valere di più, infinitamente di più …
Per cui non mi sembra più opportuno di appartenere alla Società degli Autori di Roma, e se ne do pubblicamente le dimissioni, è perché pubblicamente mi venne arrecato un danno morale (soprattutto morale) che l’esponente di quella Società aveva il dovere di farmi evitare.

 Rimango però ugualmente rispettosamente suo

G. VANNICOLA


Alberto Viviani: Ombre del mio tempo

cover viviani

Ombre del mio tempo

Memorie di vita letteraria

CASA EDITRICE BIETTI, MILANO

 

VI.

Gli ultimi «orfici»

Giuseppe Vannicola – Ernesto Ragazzoni – Dino Campana

 

Uno degli ultimi scapigliati italiani è stato Giuseppe Vannicola. Lo conobbi nel 1913 a Firenze nel caffè delle « Giubbe Rosse » quan­do ormai non gli rimanevano che due anni appena di vita.

Musicista poeta e giornalista, ridotto dal­l’artrite deformante a una pietosa rovina, con­duceva l’esistenza tra le camere di affitto non pagate e l’ospedale, sempre fedelmente segui­to dalla vecchia cagnetta « Paquette » che ar­monizzava il suo passo con quello penoso del padrone.

Negatogli dal male anche il sollievo del son­no, Vannicola trascorreva le notti fino all’alba tra le « Giubbe Rosse », il Caffè Paszkowsky e la Trattoria di Lapi, alternando bicchieri di vino bianco al filtro dell’assenzio quando amici stranieri di passaggio a Firenze lo invitava­no festosi in loro compagnia. Da solo si im­malinconiva, curvo e rattrappito, centellinan­do le interminabili ore insieme all’unica taz­zina di caffè. Continua a leggere

Giovanni Amendola e Giuseppe Vannicola

 

famiglia Amendola

da : Eva Amendola Kühn  Vita con Giovanni Amendola, Parenti, 1960.


Nel carteggio, pubblicato dalla moglie Eva Kühn nel 1960, Vannicola viene spesso citato e compaiono anche alcune sue lettere.

Ne pubblichiamo alcuni stralci…


 

Amava leggermi le poesie di Carducci e del Foscolo, «La pioggia nel pineto» di D’Annunzio. Appassionate discussioni sull’arte si svolgevano tra lui e Giovanni Papini, Giuseppe Vannicola, Oscar Ghiglia, Umberto Saba, Scipio Slataper, il poeta lituano Jurghis Baltrusciatis, ecc., e sono testimoniate in parte nell’epistolario che qui pubblichiamo.

 * * *

19 – DA GIUSEPPE VANNICOLA A G. AMENDOLA ¹

 Egregio Signore,

Lietissimo di conoscerla. Sarò domani sera — dalle 7 in poi dall’Aragno, nella prima sala, presso l’ingresso. M’auguro che la cortese simpatia del Papini non abbia a causarle una troppo grande delusione.

Mi creda Suo obbligatissimo G. Vannicola

 1) Il biglietto non è datato, ma risale quasi certamente alla seconda metà del 1905. Giuseppe Vannicola, musicista ed esteta, diresse la rivista Prose alla quale Giovanni Amendola collaborò. Continua a leggere

Michail Nicolaevic Semenov: Bacco e sirene

 

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Quando mi trasferii definitivamente all’estero e in se­guito capitai per caso in Russia, fui invitato a colazione da uno dei miei cognati nella sua proprietà presso Mosca.

La colazione era gustosa, abbondante, ma niente di straordinario.

— Come trovi il mio cuoco ? – mi domandò il cognato.

— Non c’è male.

— Come, non c’è male ? Ma da me c’è come cuoco il tuo Nicandro.

Non credendo, corsi in cucina.

Davanti a me, sull’attenti, stava Nicandro.

— Salve ! Michail Nicolaevic.

— Salute, Nicandro. Ma cosa ti è accaduto?

Mi capì a volo.

— Ma che volete che faccia! Ignoranza completa. Non capiscono niente. Si attaccano alla medesima cosa e così mangiano ogni giorno. Ti passa anche la voglia di la­vorare !

Povero Nicandro !

Gli ho dato molto posto nei miei ricordi, e non mi rin­cresce. Lo merita!

All’autunno partimmo per Mosca, ove rimase la mia famiglia, ed io solo mi recai all’estero, a Roma.

Non so il perché, ma io mi sento come più leggero e gio­ioso quando mi accingo a scrivere della mia vita in Italia, benché anche qui, come si vedrà dopo, fui destinato ad at­traversare qualche periodo assai penoso.

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Edwin Cerio: Vannicola

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Edwin Cerio

 

VANNICOLA

In Stroncature, fra i più incisivi e corrosivi saggi critici sugli uomini che nel nostro secolo hanno rappresentata una parte preponderante nella letteratura e nell’arte ita­liana, Giovanni Papini, il Papini dell’ante – «Cristo», trac­cia un profilo di Giuseppe Vannicola che non è una stron­catura, ma l’espressione di un sentimento e d’una com­mozione, per la perdita dell’amico, che fa dimenticare, o per lo meno perdonare, l’insistenza con la quale l’emi­nente stroncatore si indugia a porre in rilievo i segni della deformazione fisica e della sofferenza corporale che ri­dussero la maschia bellezza di Vannicola ad una «figura curva e verlainiana». Continua a leggere

Silvano Salvadori: Beethoven e Vannicola

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Leggendo l’esaltazione del genio di Beethoven di Vannicola non può non venire in mente il monumento che Klinger gli eresse, dopo diciassette anni di lavoro, e che fu oggetto di tanta venerazione da essere al centro di un’apposita esposizione nel 1902 nel Palazzo della Secessione di Vienna. Fu un evento di “arte totale”: Hoffmann predispose la scenografia, Klimt dipinse il fregio ispirato all’, Malher ne diresse l’esecuzione mentre Isidora Duncan ballava. Il regno della musica proclamava il suo primato sulle arti come manifestazione diretta dello Spirito. Continua a leggere