Da un velo

GIUSEPPE VANNICOLA

DA UN VELO

 

«usque ad divisionem animae et spiritus».

   S.PAOLO.

Lettore,

 io ti porgo la lampada, e tu accendila; io sono il poeta e tu sii il poeta del poeta.

Il velo della grande Iddia è nella pausa bianca che precede e segue il ritmo del segno scritto nella pausa che è tra il melodiare della mia penna e l’ascoltare vago del tuo sguardo.

 

Io sogno di un giovine prete anglicano, in un piccolo presbiterio semplice di stile come il cantare di un fanciullo.

Io lo sogno nella vita come in un tempio.

In fondo al suo sguardo limpido solo vivrebbero le cose immutabili; le altre vi passerebbero quasi vane apparenze in uno specchio profondo.

Oltre le forme visibili, mutevoli, imperfette, egli vedrebbe l’invisibile, il modello stabile e perfetto del mondo e degli esseri.

Le parole misteriose della Scrittura, aprendosi misteriosamente alla sua meditazione, mostrerebbero sempre nuovi orizzonti al silenzio della sua giovinezza austera, appartata come in un claustro spirituale, su cui l’interno cielo dell’anima svolgerebbe un muto ritmo infinito, simile al palpito delle stelle sulla solenne maestà delle montagne.

Con lui la sua sposa, dolce e triste, atteggiata di grazia e di malinconia, di quella malinconia sottile di anti- declinazione che è già nell’alba e non è più nel tramonto, che è già nella gemma e non è più nel fiore.

(Malinconia di enigmi non mai tentati, di musiche non mai ascoltate, di profumi non mai respirati, di navi non mai scese all’amplesso del mare!…. Malinconia, per la quale il vicino è già come il lontano, il desiderio è già come il rammarico!).

Le sue parole avrebbero quello strano languore che hanno i petali quando scendono vagolando dai rami appena commossi; e parrebbero estranee e remote, quasi che nel parlare ella s’allontanasse da sè medesima, leggera come un fantasma, per internarsi, nascondersi in un suo particolare mondo inanimato.

E il suo tacere sarebbe come il morire d’un profumo in una fiamma.

Ogni suo semplice atto sembrerebbe il segno rivelatore di una persona recondita in un silenzio e in una immobilità sopranaturali.

Tutte le musiche della sua mite esistenza parrebbero sottomesse ad un ritmo ineffabilmente grave e soave, un po’ vago, impreciso, indefinito, come il persistere d’un sogno dopo il risveglio.

Solo i suoi occhi fiammeggerebbero talvolta, per po- chi attimi, di una strana impreveduta luce, come il lucore d’una lama nel buio, quasi che tutta l’anima le ardesse allora nelle pupille.

Poi si spegnerebbero in un pallore notturno, riassorbi- ti dallo sguardo grigio, triste, scorrente nell’ombra silenziosa del volto, come un’acqua lenta nelle erbe.

E nel loro coniugio sarebbe il divieto, la constrizione eroica e dolorosa alla rinuncia, onde meglio aderire in un’ardua bellezza spirituale, e meglio esalare l’anima dal braciere della carne, come due grani d’incenso che vaporano in preghiera aromatica.

Così, essi vivrebbero nell’amore, non gustando dell’amore se non la essenza superfisica, innaturale, accesi, per le alte contemplazioni delle cose del cielo, nel desiderio di correrne la via, e ritrovarsi là dove sarebbero stati congiunti per sempre, in un’anima sola.

E di notte, riposando l’uno presso l’altro nel loro talamo immacolato, poi che il silenzio del sonno avesse spento sulle loro labbra l’ultimo murmure della Preghiera e diffuso sui loro volti l’ombra lieve e solenne dell’Amen, una profonda pace ideale s’adunerebbe intorno all’origliere dei dormienti, come la stagnante palude aduna i suoi circoli concentrici intorno ai nelumbi e alle ninfee.

E l’allacciamento semplice e casto delle mani implicherebbe ai loro sogni, quasi per spontanea virtù di coesione, uno stesso ritmo di serenità infinita.

Lo sposo le direbbe le melodie della mistica alienazione; le verserebbe nel cuore la voluttà obliviosa dell’ascesi; l’esaltazione emotiva e ascensionale, per le vie del sogno, nelle serene regioni dell’infinito; l’attrazione di Dio; la brama di Dio; i rapimenti, gli struggi- menti in Dio.

Nella sua voce passerebbe la parola e la fiamma dei grandi contemplanti che più intensa e amorosa vissero l’iperbole interna; la parola e la fiamma di Plotino, di Emerson, di Novalis, di Eckehart, di Ruysbroeck, delle più magnifiche e più profonde anime, ansietate d’amore, eloquenti di passione, anelanti di continuo in una vastità senza limite, in un’altezza senza fine.

La condurrebbe così per tutte le più irte vette del trascendentale; le aumenterebbe sempre più il conoscimento con l’aumento dell’inesplicabile; e dalla conscienza la spingerebbe verso la inconscienza, dalla sensazione verso la intuizione, lungo una strada infinibile, in una atmosfera di una luminosità allucinante, satura d’innumerevoli essenze.

Ed ella lo seguirebbe estatica e docile, come la nota segue la nota e l’onda l’onda, abbandonando la sua mistica vita sopra tutte le ali dei più sottili rapimenti.

Egli sarebbe lo spirito, ed ella l’anima; egli la luce, ed ella il calore; egli la musica, ed ella la canzone.

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Diego Poli su Giovanni Vannicola

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Il tema dell’ “abisso” nel paradigma di Giuseppe Vannicola e del Futurismo

di Diego Poli

Università degli Studi di Macerata

da: Futurismo Futurismos, a cura di Barbara Gori

http://www.aracneeditrice.it

 

Con l’avvento del Modernismo, l’arte, diventata lo strumento di rivelazione dello spettacolo della vita, si mostra ansiosa di collocarsi nella metafisica dell’universale, aprendosi alla reinter­pretazione dei linguaggi della natura. In Italia, Giovanni Papinì rappresenta in maniera lucida il paradigma del nuovo corso; infatti, pur partecipe degli entusiasmi per il nuovo, e pur co­gliendo la profondità di senso da cui è prodotta la crisi della storia e della cultura del Novecento, non riesce a nascondere il timore per l’incognito.

Al contrario di Papini, Giuseppe Vannicola appare più ar­dimentoso nell’immergersi nell’abisso inesplorato del profon­do dell’inconscio, verso la dimensione in cui il pensiero cessa di essere il mezzo di conoscenza, e il soggetto esce dai limi­ti dello spazio e del tempo per farsi pervadere dall’occulto inframmischiato al mistico1.

Il poeta, svincolato dai legacci, entra nello stadio evolutivo da Rimbaud definito di « dérèglement de tous les sens » (Secon-delettredu Voyant, a Paul Demeny, 15 maggio 1871). Mediante questa sospensione delle facoltà intellettive e percettive, egli si fa veggente, esplora l’ignoto, e nel disordine caotico prodotto dalla facoltà immaginativa sregolatasi deve trovare un linguaggio atto a riorientarlo2. Siamo nell’esaltazione della ca­pacità fantastica: non aveva, per altro, uno fra i primi manifesti dell’Ottocento, quello di Marx e Engels del 1848, preannuncia­to nella prefazione che « Ein Gespenst geht um in Europa — das Gespenst des Kommunismus »? Con uno spettro, dunque, devono misurarsi tutti gli interpreti del Modernismo.

Vannicola è convinto di questo percorso, così come è affa­scinato dal monito di Nietzsche per cui « se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te»3. L’abisso è la strada impegnativa imboccata da coloro che sono sulle tracce della verità oggettiva sistematizzabile in una prospettiva filosofica. Come dimostreranno i teoremi dell’incompletez­za sintattica (di Kurt Godei) e semantica (di Alfred Tarski), la scienza non arriverà mai a cogliere la verità nell’interezza.

Rispetto alla oscurità di questa ermeneutica ipercriticista, per la prospettiva più vulgate, solite a decontestualizzare, il punto del­l’argomento è, piuttosto, individuato nell’affermazione di quella soggettività occulte che, attraverso la discesa nel sottosuolo e il ritorno, riesca a recuperare l’oltranza. Da tele interpretazione orfica, il Modernismo ha derivato uno schema di procedure cui attenersi e ha fornito ai suoi linguaggi un repertorio di simboli.

Vannicola ha consapevolezza circa l’acquisizione dell’appropriatezza espressiva. Nel primo numero di « Prose », 1906-07, esce Mistica della musica con cui egli intende collegare l’origine della musica al Lògos dell’atto creativo: «l’Idea è Suono. Il Logos, il Verbo, la Grande Parola, la Grande Idea, “il Dio”, sono una iden­tica cosa: il Suono Primordiale. “Iddio disse”, significa l’Ideazione divina, la Creazione dell’Universo per mezzo del suono »4.

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Un anniversario da ricordare…

Picture_of_Papini_in_1913

Giovanni Papini, in una foto del 1913

Oggi è il 10 agosto, ricordiamo Giuseppe Vannicola nel giorno della sua scomparsa da questo mondo con una introduzione di Giovanni Papini, uno dei pochi amici che gli volle bene, fino all’ultimo. E anche dopo. Una “non dedica”, perché Gianfalco non era un uomo da fare dediche; a nessuno…

 Capri, 10 Agosto 2018

La redazione

 

LA VITA DI NESSUNO

di Giovanni Papini

Vallecchi, Firenze, edizione 1912-1918

Caro Vannicola,

non ho nessuna voglia di dedicarti questo librino niente affatto «eccezionale ». Non ho mai dedicato i miei libri a nessuno e non voglio de­dicare a nessuno i libri prossimi e futuri che usciranno dal capo mio. Tu sai benissimo che l’educazione non è il mio forte e che la garbatezza non è precisamente la mia cavalla di battaglia. Tu lo sai magnificamente. Se tu non lo sapessi tutti te lo direbbero. Io odio i capolavori di Giovanni della Casa quanto — se non più — le mie prigioni di quel Silvio che infradiciò i nostro occhi di bambinetti elementari.

Io non voglio dar nulla a nessuno. Non voglio consacrare o donare qualunque sia cosa a qualunque sia uomo. Sono l’animale non religioso per eccellenza ; sono l’ateo di cento teologie — della teologia mon­dana, socialista, umanitaria, aristocratica ; della teologia degli uomini seri, onesti, laboriosi, patriotti, civici e disciplinati e di ogni catechismo.

Con tali connotati tu capisci che non son uomo da far dediche a nessuno.

E non voglio farne. E non farò neppur questa.

Ma c’ è un ma. C è che tu hai dedicato a me un librino simile a questo — simile, dico, nella carta, nei caratteri, nelle dimensioni, nella copertina — ed io dovrei dedicarne uno a te. No, caro Vannicola. Scu­sami e perdonami col tuo generoso cuore di bene­dettino alcoolista, ma ciò non è possibile : è troppo al disopra della mia forza, che pure è grande. Io non posso infrangere per nessuno — neppure per te — una promessa fatta solennemente a me stesso. Se l’avessi fatta soltanto agli altri….

Tu sai quanto il cinico sottoscritto ti vuol bene, e non da ora, ma da parecchi anni, da quando tu, an­cor fresco delle glorie milanesi di Pierrot, venisti a Firenze come un pellegrino amoroso del Cavalcanti e nascondesti vicino al Poggio Imperiale il doppio mi­stero del tuo amore e della tua anima. Io ricordo sem­pre con eguale voracità la lettura del De profundis e il vino vecchio della tua tavola ; il tuo appassionato violino e l’odoroso the coi dolciumi di Giacosa. Tu che sei uomo di spirito e di fede e perciò pronto a trovare Iddio nella cattedrale e nella bettola in Bee­thoven e nella birra chiara, non ti arrabbierai di certo per questi accoppiamenti. Tanto più che in cima ai miei ricordi, proprio nel mezzo più luminoso delle mie memorie, te solo mi appari, te solo col romantico violino appoggiato al tuo collo. Non ho mai visto in vita mia una trasfigurazione cosi completa e improvvisa d’un uomo. Non ho mai visto un volto così acceso, così assorto, così divinamente amoroso e do­loroso come il tuo, mentre l’arco tenuto dalla tua mano di signore strappava alle corde e al legno quei sentimentali gemiti d’inutile nostalgia e d’inappagabile desiderio che mi commuovono anche oggi, al solo ricordo.

Caro Vannicola, io non sono nè una donna nè un pederasta e puoi accettare senza rossore le mie parole : in quei momenti tu eri bellissimo. Tutto perso e in­fiammato sotto il rosseggiare della fiamma elettrica ; tutto sperduto e rapito in quei singulti che sembravano uscire da un petto di carne e non da una cassa di le­gno ; cogli occhi socchiusi e le mani irrequiete, solo, divinamente solo in mezzo a noi tutti, in mezzo al silenzio di noi tutti, tu eri, ti assicuro, bellissimo. Non foss’altro che per quelle ore invernali di Via Monte-bello dovrei tessere intorno alla tua canizie giovanile una corona di gratitudine.

E invece…. E invece preferisco sembrarti ingrato e sconoscente e non ti dedico questo libro. E ti prego, anzi, di non considerare questa lettera come una de­dica travestita.

Io voglio che nei miei libri non vi sia altro nome e cognome che quello di

Giovanni Papini.

 

Una recensione sincera…

hermes Vannicola

Per l’”Oblio”,  del M.° Brogi

da Hermes, Febbraio 1904, vol. 1, fasc. II. pag. 106

II giorno stesso d’una festa non si offre che dei fiori. Il domani è permesso offrire delle riflessioni. La festa che si fa per l’opera nuova di un giovine di vo­lontà e d’ingegno è cosa lieta, ma essa è anche, e sopratutto, cosa grave. Il primo giorno è giorno di letizia; il domani è giorno di gravità. Il primo giorno la letizia guarda l’opera così, come è; il domani la gravità contempla l’opera così, come non è, ma come dovrebbe essere.

Io ho già guardato l’ Oblio. Continua a leggere

Il “Forse” di Vannicola eseguito a Novafeltria

casta


In anteprima mondiale a Novafeltria e’ stato eseguito “Forse” di Giuseppe Vannicola.

Con grande emozione Silvano Tognacci ha registrato la musica dell’evento che si e’ svolto a Novafeltria, in data 2 Aprile 2018, in occasione dello spettacolo “Casta Diva”.

La soprano Cristina Piperno, accompagnata al piano dal Maestro Mirco Roverelli, ha eseguito il brano del nostro musicista, dedicato alla signorina Ersilia Kerbaker, la cui famiglia era solito frequentare a Napoli.


 

Tetano Metafisico, il “tuttovannicola”

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Finalmente presto in libreria tutte le opere di Giuseppe Vannicola

a cura di Stefania Iannella

Nino Aragno editore


Il perchè di un titolo

(da un lettera di Giuseppe Vannicola a Giovanni Papini del 25 maggio 1907)

« Conosco il tuo male. È quello ch’io chiamo “tetano metafisico”. Ne guarirai. Lo Spirito è sopra di te e troppo tu devi operare per te e per gli altri — sono crisi, le tue, che preparano la Pentecoste. Continua a leggere