Alberto Viviani: Ombre del mio tempo

cover viviani

Ombre del mio tempo

Memorie di vita letteraria

CASA EDITRICE BIETTI, MILANO

 

VI.

Gli ultimi «orfici»

Giuseppe Vannicola – Ernesto Ragazzoni – Dino Campana

 

Uno degli ultimi scapigliati italiani è stato Giuseppe Vannicola. Lo conobbi nel 1913 a Firenze nel caffè delle « Giubbe Rosse » quan­do ormai non gli rimanevano che due anni appena di vita.

Musicista poeta e giornalista, ridotto dal­l’artrite deformante a una pietosa rovina, con­duceva l’esistenza tra le camere di affitto non pagate e l’ospedale, sempre fedelmente segui­to dalla vecchia cagnetta « Paquette » che ar­monizzava il suo passo con quello penoso del padrone.

Negatogli dal male anche il sollievo del son­no, Vannicola trascorreva le notti fino all’alba tra le « Giubbe Rosse », il Caffè Paszkowsky e la Trattoria di Lapi, alternando bicchieri di vino bianco al filtro dell’assenzio quando amici stranieri di passaggio a Firenze lo invitava­no festosi in loro compagnia. Da solo si im­malinconiva, curvo e rattrappito, centellinan­do le interminabili ore insieme all’unica taz­zina di caffè. Continua a leggere

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Enrico Gurioli, l’ambiente fiorentino fra Campana e Vannicola

Barche amorrate
Da Barche amorrate di Enrico Gurioli, la descrizione dell’ambiente fiorentino ai tempi di Giuseppe Vannicola…
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Nel 1912 la casa editrice del Dott. L.Baldoni&C, pubblica nel quinto numero della collana “Prose” diretta da Giuseppe Vannicola, un volume di liriche scritte in russo dal poeta lituano Jurgis Baltrušajtis, tradotte da Eva Amendola Kühn, dal titolo La scala terrestre. In una lettera a Giovanni Boine datata 12 novembre 1911, la traduttrice afferma: “Baltrusciaitis è uno spirito religioso, fuori di ogni dogma, di ogni sistema”. Baltrušajtis è legato a Eva Kühn e a suo marito Giovanni Amendola da un comune interesse per la storia del pensiero filosofico russo, oltre che da una profonda amicizia, condivisa da fin dalla sua venuta in Italia da Giovanni Papini. “Nel remotissimo 1904 apparve nella mia vita la cara figura, mai dimenticata, del poeta Jurghis Baltrusaitis. Lo incontrai a Firenze in quel caffè delle Giubbe Rosse dove, in quegli anni lontani, si udivano e si leggevano tutte le lingue d’Europa . (…) Si diventò amici in pochi giorni, come avviene in quella beata età che corre dai venti ai trenta.” Quella tra il poeta lituano e Papini è più di una semplice amicizia o di un sodalizio professionale: li legava sopratutto “una fratellanza nel sentire, un’intensa comunione di stati d’animo”. Era il consesso solidale fiorentino, articolato e complesso, dove era facile ritrovarsi in pubblico attorno ai tavoli del Caffè delle Giubbe Rosse per poi perdersi in un segreto viaggio fra esoterismo e teosofia. Erano gli anni in cui la britannica Annie Besant cercava nella massoneria una libera muratoria al femminile dove “le donne fossero accettate come gli uomini”. Predicava una forma particolare di co-massoneria, come estensione del suo interesse per i diritti delle donne come un movimento che pratica vera fratellanza, in cui donne e uomini lavoravano fianco a fianco per il perfezionamento dell’umanità. Aveva fondato l’Ordine delle Stelle d’Oriente e non è un caso che questa decisione – quella di iniziare le donne alla massoneria- avesse provocato una scissione all’interno della potente famiglia massonica italiana dando vita a due obbedienze definite, semplificando, di Palazzo Giustiniani, quella ortodossa, e di Piazza del Gesù, l’obbedienza mista. A Firenze fra gli ispiratori di questa complessa operazione iniziatica al femminile ci furono Edoardo Frosini, noto anche come dottor Hermes, uomo dai confusi entusiasmi esoterici del marinismo e Arturo Reghini, membri influenti della Loggia Lucifero, usciti dal solco della tradizione massonica inglese per fondare un Rito Filosofico Italiano, proponendosi come unico consesso esoterico erede della tradizione massonica italiana. In Italia per la prima volta il Rito Filosofico Italiano nel 1910 ammise le donne con gli stessi diritti e doveri degli uomini, escludendosi però le maritate con profani e ponendo alle nubili l’obbligo di sposare massoni. Reghini era stato il Maestro Venerabile della potentissima loggia massonica Lucifero dipendente dal Grande Oriente d’Italia e fra i suo scritti iniziatici si legge “Il simbolismo dell’architettura, delle cerimonie e delle immagini è superiore al linguaggio ordinario grazie alla moltitudine di significati che solo il simbolismo può esprimere, dal momento che opera per analogia; i geroglifici e gli ideogrammi sono superiori alle forme alfabetiche di scrittura grazie all’ampiezza e precisione del loro significato”.I suoi testi trattavano di Pitagora, e di Ermete della Cabala e di Dante, di Agrippa , di Cagliostro, Guenon e Schuré. Mistica, misteriosofia e orfismo. Egli era un anticlericale senza essere ateo tuttavia senza essere per nulla cristiano. Con alcuni amici del tramontato “Leonardo” aveva fondato nell’autunno del 1908, con Papini presso la Biblioteca di Piazza Donatello, il Circolo di filosofia. Ne era a capo Giovanni Amendola con la moglie lituana Eva Kühn e molto vivamente partecipavano alle settimanali riunioni, Calderoni, Marrucchi, Neal, Ferrando, Assagioli, oltre allo stesso Amendola segretario vi compariva talvolta un ex-redattore del condannato e cessato Rinnovamento: il ligure Giovanni Boine, gracile figura giovane un po’ curva, nel cui volto parevano confondersi un intenso pianto dominato da un sorriso. Dall’epoca spiritistica e teosofica del Circolo di Filosofia c’era nella biblioteca in un piccolo scaffale colmo di preziosi testi della sapienza indiana, un bizzarro strumento per esperienze occulte, formato d’un’assicella da cui pendeva un filo che in cima aveva una pallina di sambuco. Sulla grande tavola rotonda di una delle due sale c’era un quadernetto ben in vista, dove i soci notavano i nomi dei grandi libri che desideravano acquistati dalla Biblioteca. Non è dato sapere con certezza quale fosse quella dama che, nelle sale silenziose, scendeva solenne in bianca veste e chiome d’argento, dal gesto imperioso, e i giovani filosofi la ricevevano con devota riverenza. Tuttavia è in questi anni che Eva Kühn manifesta i segni di un grave e misterioso male . Dirà  “Mi ammalai all’improvviso di una strana febbre cerebrale e rimasi senza coscienza per alcuni mesi in una casa di salute. La febbre mi scoppiò la sera stessa di una conferenza della celebre Annie Besant, presso la società Teosofica. Avevo polemizzato con lei, che aveva sostenuto l’inutilità di combattere certe tentazioni, asserendo che bisognava liberarsi dal male realizzandolo in pratica: io mi ero alzata e avevo detto energicamente alla maestosa e sprezzante Besant che quella sua teoria era micidiale. La Besant vestiva tutta di bianco, aveva i capelli bianchi, e somigliava al Pontefice: mi rivolse uno sguardo minaccioso, che mi fece cadere in deliquio come fulminata. È l’inizio di un lungo calvario per l’ irrequieta lituana Eva Kühn, appassionata studiosa di letteratura russa – in particolare di Leone Tostoj- e rinomata traduttrice di Dostojesky, che aveva trovato nell’austero Giovanni Amendola il padre dei propri figli, e nel futurismo una apparente compensazione a quelle terribili crisi nervose che anche da giovanissima avevano caratterizzato anche il periodo di fidanzamento il brillante giornalista napoletano. Da quel momento in avanti Eva doveva fare i conti con una nevrosi ipomaniacale, caratterizzata cioè dall’alternarsi di momenti di iperattività ed euforia a puntate psicotiche connesse a periodi di stasi, tristezza e depressione sia psichica che fisica.” Intrecci di grande spessore culturale si mescolavano con spregiudicate operazioni di sincretismo religioso, oppure a frequentazioni non sempre disinteressate di uomini e donne in organizzazioni teosofiche come l’Ordine del Cavaliere Ideale, della Lega Internazionale di Corrispondenza, della Federazione Internazionale dei Giovani Teosofi, della Legione di Karma e Reincarnazione, dell’Ordine di Servizio, della Teosofica Associazione Universitaria Mondiale organizzate per raccogliere tutti coloro che attendevano anche l’avvento di un grande Maestro Spirituale. Nell’organizzazione de Il più lungo giorno consegnato a Papini e soprattutto nella scelta del nuovo titolo in Canti Orfici non è da escludere l’influenza o il tentativo di Dino Campana di entrare in quel circuito iniziatico fiorentino, con cui fino a quel momento condivideva soltanto una osservazione speciale delle forze di Pubblica Sicurezza. Dino Campana non possedeva il phisique du role dell’esoterista borghese e neanche quello dell’iniziato alla massoneria “Tutto era mistero per la mia fede, la mia vita era tutta «un’ansia del segreto delle stelle, tutta un chinarsi sull’abisso». Ero bello di tormento, inquieto pallido assetato errante dietro le larve del mistero. Poi fuggii” Tuttavia e suo malgrado Dino apparteneva a quei giovani sconosciuti poeti che in Italia avrebbero potuto essere aiutati nel farsi conoscere nei salotti di donne importanti e famose come succedeva a Parigi nel salotto di Madame Aurel, oppure a Roma nella nuova casa della futurista convita Eva Kühn aggregatrice di giovani talenti artistici. Il salotto di Giuseppe Vannicola e Olga de Lichnizki, per condizione, non rientrava più nel cerchio e nella cultura sacrale dell’esoterista matematico Arturo Reghini ormai ispirato dall’antico Ordine dei Templari e affiliato a un’ancestrale Schola Italica le cui origini risalirebbero alla prima comunità monastica di Pitagora. L’attentato di Sarajevo aveva ormai acceso la miccia interventista per ricondurre Trieste al Regno d’Italia dove per altro nei territori austriaci l’attività massonica era vietata. Ospite o residente in Firenze c’era il monumentale triestino Teodoro Däubler; geniale “esperto di popoli e di secoli” rimasto in città per terminare la sua opera protetto da quella catena iniziatica di cui Reghini era comunque l’ispiratore e crocevia di contatti internazionali. d’Italia. Nello stesso anno in cui si stampavano i Canti Orfici aveva pubblicato Imperialismo pagano sulla rivista “La salamandra” e dopo essere entrato nel movimento futurista, aveva fatto parte del comitato direttivo della rivista Lacerba. “L’influenza di Reghini su Papini e Prezzolini, nonché su tanti protagonisti dell’avanguardia fiorentina e persino del futurismo, è da più fonti attestata. […] pubblicamente poco loquace ma onnipresente: il giovanissimo Viviani lo conobbe alle Giubbe Rosse insieme a Ardengo Soffici, Italo Tavolato […] Giuseppe Vannicola, e alcuni altri, commensale abituale di Däubler, il poeta triestino con cui Campana poteva dialogare e discutere di una sua opera letteraria pressoché sconosciuta in Italia: Das Nordlicht .Theodor Däubler, triestino prima, cittadino del mondo poi, passava gran parte della sua vita pellegrinando nelle più importanti città europee, conducendo una vita magra e di privazioni ma al contempo godendo del dolce far niente garantito da occasionali mecenati conosciuti in circoli esoterici. La sua identità culturale si era formata tra Venezia, Vienna, Parigi, Firenze e poi Berlino. Il poeta aveva destato attenzione non tanto per la gigantesca opera Das Nordlicht, oltre trentamila versi, bensì per la figura trasandata tipicamente bohémien. La stessa impressione fu suscitata negli intellettuali vociani durante il suo soggiorno a Firenze. Non di certo a Campana. Il manoscritto del Nordlicht era stato consegnato a larghe distanze di tempo Marrucchi, lo studioso di mistica appartenente al Circolo di Filosofia di Piazza Donatello. È molto probabile infatti che proprio nell’ambiente culturale fiorentino Däubler abbia affinato la sua cosmogonia, “fra il pensiero tomistico di Neal e la metafisica volontaristica di Amendola, fra il riveduto pragmatismo filosofico di Mario Calderoni e la mistica metafisica di Piero Marrucchi, e la nascente filosofia mefistofelica di Papini” Ma è altrettanto plausibile che Dino Campana conoscendo le lingue meno il russo , avesse letto senz’altro le liriche di Baltrušajtis nella traduzione del marzo 1912 di Eva Amendola Kühn. Arturo Reghini assieme a Giovanni Amendola, Giovanni Papini, ateo convinto, erano il riferimento silente di un complesso movimento di idee e di ideali che ruotavano attorno ai caffè fiorentini che diventavano “nel contempo, casa, studio, ufficio, rifugio occasionale, patria del sapere, ritrovo d’amici, spazio d’accoglienza per il viaggiatore e zattera per l’esule.” In una di quelle sere d’inverno di gennaio del 1915 dopo aver ascoltato l’ennesimo ragionamento del maestro esoterico Reghini, cominciato con l’elogio della metempsicosi, Campana, ubriaco s’infuriò cominciando a inveire contro i letterati fiorentini, usando verso di loro frasi ritenute ingiuriose proclamandosi in piedi su un tavolo “poeta della quarta Italia”. Furono cacciati fuori dal proprietario e il giovane scrittore Giacomo Natta avendo assistito alla scena la descrisse così. “Dalla baruffa, non ci scappò il morto; ma credo che poco ci mancasse. Se la pesante mazza sospesa sul capo di Campana non fosse stata trattenuta a tempo, gli avrebbe forse spaccato il cranio… Era circa l’una quando uscimmo da Ponte Vecchio e volgemmo per lung’Arno Acciaioli, nebbioso e deserto. Sbucarono da un andito dov’erano appostati, corsero verso di noi e ci furono addosso. Campana si slanciò contro Reghini, e i suoi compagni tentarono di metterglisi davanti per impedire a noi di difenderlo e di separarli. Fu un parapiglia. Parte dei colpi diretti a Reghini furono deviati e menomati. Sbattuto or di qua or di là gemeva pallidissimo. Campana, barba e capelli scompigliati, mostrando una schiena vigorosa e triviale, picchiava, dinoccolato, mandando dei sibili, dei sospiri di soddisfazione profonda, di copula. Gli ridevano gli occhi di una specie di gioia selvaggia. Passò una vettura a botticella, dove Reghini fu introdotto. Gli sedette accanto la guardia del corpo. Affacciandosi dal finestrino aperto Campana sputò in faccia al suo bersaglio: “te”, gli disse facendogli con una mano le corna: “prendi”. Lo afferrammo, scivolò per terra, si rialzò e inseguì, per poco, la vettura. Pareva un manigoldo teutonico.” Schiaffi, pugni e botte nella gelida Firenze dei lungarni. In un sol colpo si era scrollato di dosso qualche anno di incomprensioni e malintesi; probabilmente aveva inteso centrare un presunto aguzzino con i suoi riti di passaggio iniziatico. In fondo è sempre la stessa storia: Orfeo tormentato dalle Menadi e dal ballo dei Coribanti.

 

 

Il Veleno

veleno 1912

Giuseppe Vannicola

Il Veleno

Un fermento così forte

che era un veleno

 

A Giovanni Papini

Caro Papini,

Lungo il mio cammino verdeggiavano euforbie fiorite, e io ne frangevo gli steli per vederne stillare il veleno, bianco come latte. Ma quei fiori velenosi nutrivano la bella larva embrionale, verde macchiata di scuro, e una farfalla ne sarebbe nata, un insetto dalle ali colorite dei più delicati colori…

Tuo

Giuseppe Vannicola

Ricordate nelle Mille e una notte il racconto di quel giovane che giunge in un’isola governata da un vecchio re? Una sera, il figlio del re gli fa bere dei vini aromatici; poi lo conduce nella necropoli dell’isola. Passano fra grandi tombe bianche. Il principe si ferma davanti a un sepolcreto sontuoso, e dice:

— Fratello! devo chiederti un grande servizio, e ti prego di non ostacolarmi in quanto desidero.

Gli mostra quindi un vaso colmo d’acqua e un sacco di cemento:

— Io scenderò in questa tomba, — gli dice — e quando sarò entrato ti prego di murarne l’apertura in modo che nessuno oda più parlare di me.

Il giovane, il cui cervello è turbato dal vino, promette.

Allora, appare una fanciulla velata, coperta di gioielli; il principe solleva una porta di ferro che s’apre a fior di terra, poi si volge verso la fanciulla:

— Vieni, — le dice — e fa la tua scelta.

Ella non risponde e non esita: entra nella tomba e scende, in silenzio, per una scala a volta. Subito il principe la segue e il giovane, ebbro, lascia ricadere la porta di ferro, e col cemento, la mura.

L’indomani, ricorda confusamente l’accaduto e non osa ricomparire dinanzi al vecchio re.

Fugge il palazzo e va errando nella necropoli, ma tutte le tombe si somigliano ed egli non ritrova la porta di ferro. Sette giorni e sette notti erra inutilmente nel cimitero. L’ottavo giorno dispera e torna al palazzo dove trova il vecchio re in lagrime perché:

— Mio figlio e mia figlia, — gli dice il re — sono scomparsi da sette giorni e nessuno sa dire dove sieno.

Il giovane si getta ai piedi del re e gli confessa la propria colpa. L’uno e l’altro tornano nella necropoli e cercano la tomba murata. In un istante di lucidità il giovane la riconosce; svellono la porta di ferro, scendono la scala, e dopo cinquanta gradini sono arrestati da un fumo denso che li accieca. Proseguono oltre, e giungono in una vasta sala illuminata da un lampadario di sette braccia. Il suolo è cosparso di provviste e di ricchezze adunate per lunghi giorni; e in fondo alla sala annebbiata, sotto la malcerta luce del lampadario, vedono un letto basso e lussuoso su cui sono distesi due corpi abbracciati. E l’orrore soffoca il re e il suo compagno, perché i due corpi sono fatti neri come legno carbonizzato.

Allora il re si avvicina e sputa sul cadavere del figlio e lo colpisce con la pantofola.

— Oh, amico! — esclama. — Costui era fin dall’infanzia follemente invaghito di sua sorella. Molte e molte volte gli ho interdetto di vederla e mi dicevo: «Sono ancora così fanciulli!». Nondimeno, quando crebbero, il peccato venne fra loro; io potevo appena crederlo. Lo rinchiusi e lo minacciai delle più gravi minacce, e i servi e gli eunuchi dicevano: «Guardati da una cosa tanto orribile che nessuno prima di te ha mai fatto e nessuno farà mai dopo di te». E io aggiungevo: «Le carovane spargeranno lontano questo rumore. Non dar loro causa di scandalo o certamente ti maledirò e ucciderò io stesso».

— Poi li misi separatamente e rinchiusi mia figlia. Ma la figlia maledetta lo amava di passione, perché Satana si era impadronito di lei quanto di lui, e per sua illusione il loro orribile delitto sembrava ad essi bello. Ora, quando mio figlio vide che li avevo divisi, fece costruire segretamente questo sotterraneo e vi trasportò ricchezze e provviste come vedi; e, mentre io ero alla caccia, è venuto a nascondersi qui con sua sorella, e il giusto giudizio è disceso su loro e li ha consumati entrambi col fuoco del cielo.

I

Questo racconto fiabesco mi ricorda un fratello e una sorella incontrati sul lago di Como, fra le varie avventure che dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Russia, vanno a cercare in quelle rive una poetica cornice di elegante e profumata indulgenza.

La sorella aveva della grazia, e i contorni si accordavano secondo il rapporto voluto per evocare la parola di bellezza. Quando camminava, aveva l’aria d’essere avviluppata e portata da un soffio di mistero che scherzava nei suoi capelli biondi come il vento solleva e anima i fiocchi cadenti dei viburni lungo le siepi, d’ottobre.

Ma un esteta freddo avrebbe dichiarato che qualcosa rompeva quell’armonia proveniente certo da una famiglia aristocratica, e l’insieme del viso veramente aveva dell’equivoco.

L’equivoco! Questo solo avevano di comune quei due fratelli; un non so quale aroma turbatore che sfuggiva dall’uno e dall’altra e l’includeva entrambi nella curva delle passioni disonorate.

Io non conoscevo di loro che il nome indicato sul registro dell’hôtel: «X e sorella»; e quel che lasciavano intravedere, con una libertà quasi ostentata, non mi attraeva estremamente; era troppo conforme al manuale.

A questo punto della nostra civiltà certi costumi azzardati non hanno più nulla di misterioso; sono metafore rare che non turbano se non quegli spiriti semplici incapaci di deviare i sentimenti come si deviano le acque dal loro corso per guidarle a traverso la sterilità delle lande.

Molte volte, per il solo piacere di rendermi conto, ho seguito, nelle loro evoluzioni psichiche, dei soggetti interessanti. Soprattutto donne; ma, ingannate da un’attenzione di motivo non indovinabile, le donne ne suppongono volentieri un altro, più frequente, e si mettono subito a schermagliare con lo scrutatore sviandolo nelle fatue divagazioni del flirt.

Ora, ciascuna di quelle psicologie mi ha convinto che qualunque peccato è sempre mediocre, un atto incompleto, limitato dalla sua stessa natura. Contrario all’idea divina, s’arresta a mezza strada della contradizione, perché l’assoluto nel male è impossibile, sia pure a concepirsi.

Dunque, senza giudicare, immaginavo, dubitavo, sognavo.

In un embrione di romanzo, avvolgevo quei due fratelli nella dubbia nebbia sollevata dentro di me e li chiudevo in una tomba sulla cui porta alcune lettere d’oro dicevano: Letteratura.

Forse il sole bruciava a piombo sulle vasche della vita… Ma essi avevano per loro una camera chiusa dove l’ombra era così profonda che non potevano distinguere le cifre delle ore, e il tempo più non esisteva. Simile a un infermo che sapendo prossima la morte non cura scendere più nemmeno in giardino, il loro spirito era assopito in quel silenzio e in quell’ombra; e quando alfine supponevano scesa la sera era per vedere le stelle dire alla luna: Ave.

Come una parola improvvisa all’orecchio, la voce di Baudelaire apriva per loro le tre dimensioni d’un mondo misterioso. Un rimpianto immenso, un ricordo informe e violento, il male d’un esilio che rianimava in fondo al cuore l’immagine di belle patrie perdute, ed evocava col suo incantesimo la resurrezione di quanto non era stato mai: «Laggiù tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà. Guarda sui canali dormire quei navigli dall’umore vagabondo; è per soddisfare il tuo minimo desiderio che vengono dall’estremità del mondo. I soli al tramonto rivestono i campi, i canali, la città intiera, di giacinto e d’oro; il mondo s’addormenta in una calda luce. Laggiù tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà».

La voce cantava «come il vento delle spiagge, fantasma gemente, venuto non si sa da dove, che accarezza l’orecchio e al tempo stesso l’impaura».

Potevano essi discernere di quali sentimenti li farebbe alfine complici l’ascoltazione di quella voce evocatrice e d’una così straordinaria soavità? Ma era troppo tardi per sfuggire. Le più grandi passioni s’erano insinuate in loro, così grandi e vaste e complete fino a divenire contradittorie. Era tutta l’anima loro con la violenza non supposta degli amori diversi che quella magica voce faceva ad essi stessi sensibile. Desolato ardore nato dalle acque funebri nascoste nel profondo nel cuore, e che a poco a poco si sollevava come per disfarsi del peso di tutte le tenebre, anelando come un pensiero cercato tutta la vita e che si fa sempre più prossimo, come i battiti sempre più urgenti della memoria, e come la liberazione di scoprire alfine, tenebrosa, infinita, carica di morte e di gioia, la parola tanto anelata.

Psicologie malate, senza dubbio, poiché mi interessavano. Il normale non può essere percepito, non potendo essere differenziato.

Come distinguere dall’ottavo il nono suono della mezzanotte? Dei dodici, solo il primo e l’ultimo sono dissimili, perché o preceduti o seguiti dal silenzio.

Ma se quei due erano un po’ malati, non ero io un po’ colpevole, forse, d’addolcire di romanzo l’urto iniziale che si provava da quella loro sfrontata indipendenza?

Le incantazioni dei libri avevano però messo in me un fermento così forte che era un veleno. Sebbene io fossi molto diverso, socievole, aperto a tutte le impressioni, nondimeno non ero fatto per calmare i miei pensieri. E una circostanza si aggiunse alle disposizioni del mio spirito, evocando in me le più singolari sensazioni. Intorno ai due insottomessi s’accese il nimbo tragico che isola certi individui dall’umanità per farne il modello di qualche esaltazione.

Fu nell’ombrata solitudine del parco, in un viale che l’autunno già cospargeva di foglie morte. Essi erano seduti sotto gli alberi annosi. Non mi vedevano. Non parlavano.

Un po’ nervosa, la sorella si levò in piedi movendo verso la luce. La veste parve metterle attorno ai fianchi un fremito di corolle aperte. Il vento passò, agitando le foglie secche. Un grande ramo basso si piegò col rumore delle sete gualcite. Una foglia, alcune foglie, come gocce di pioggia, caddero in un lento fruscìo.

— Mi seguono! Mi perseguitano! — gridò lei presa nel turbine che voleva invano fuggire.

E trascinata, come una foglia, nel volo circolare delle foglie, ricadde, smarrita e tremante vicino al fratello, gridando sempre:

— Mi perseguitano, le foglie, le foglie morte!

«Un delitto, forse?» mi chiesi io sorpreso da quella crisi improvvisa.

L’interrogazione incosciente mi fece trasalire.

«L’equivoco! ma è la causa, è la causa!».

L’idea si levava come da un sedile, camminava, mi si avvicinava, io ne subii la stretta e il bacio, vissi con lei tutta la sera. Nuda e fredda, tenace e muta, l’idea si distese vicino a me, sul mio letto d’uomo solo, vegliando sui miei pensieri.

L’equivoca luce che s’accusava nel viso della sorella, era il segno d’elezione, la prova ch’ella era donna fino alla virtualità criminale, fino alla passione.

Ucciso, ella ha ucciso! L’oblazione d’una vita umana è il concime del loro orribile piacere. Una vita umana sta sotterrata ai loro piedi sotto le radici dell’albero maledetto, e i frutti nati da quella perversa vegetazione, sono le loro ostie sacrileghe. I loro esseri dimenticano l’onnipotenza degli spiriti inferni, si elevano, ascendono, lungo i mistici gradi nel clima dei calvari gridando alla vita: Il nostro regno non è di questo mondo. Ah! la desolata e tragica e sontuosa e tenebrosa perdizione che li avvince contro le leggi, circondati dai vaporanti miasmi della morte, soli come in un’isola sul punto di sommergere nel flutto ineluttabile d’un oceano oscuro! La triste sensuabilità di lui che bacia le mani della sorella, quelle mani che dettero la morte, e s’illanguidisce all’incanto di bere un infernale etere e mormora nelle labbra la sequenza dell’Orazione cattiva. «Que tes mains soient benies, car elles sont impures! / Elles ont des péchés secrets à toutes les jointures; / Lys d’épouvante, leurs ongles blancs font penser, sous la lampe, / A des hosties volées dans l’ombre blanche, sous la Lampe, / Et l’opale prisonnière qui se meurt à ton doigt, / C’est le dernier soupir de Jésus sur la croix».

II

L’indomani fui liberato. L’imperiale succubo era svanito non lasciando di sé che una polvere di diamante. L’ironia, protesta mentale e garanzia sull’eccesso delle emozioni sentimentali, l’ironia mi suggerì la reazione.

«Un delitto: Eh, via! La realtà non ha deduzioni così elementari! Io mi sono forse lasciato ingannare da un’idea. Un’idea è un orizzonte. Si eleva come una montagna; bisogna guardarla con serenità. Una montagna! Un albero sulla montagna e che sembra grande perché è sulla montagna. Un albero lo possiamo abbracciare. Un albero! Spesso quello che prendiamo per un albero non è che un tronco che il contadino porterà sulla spalla e taglierà a colpi di scure e getterà sul fuoco. È un tronco, un ramo, un virgulto che si spezza per fare un bastone; è una canna, che i ragazzi strappano tornando di scuola per tagliarla a foggia di flauto. È una canna, una lunga canna di cicuta… Oh, signorina! Vi sono scherzi della natura che sembrano davvero trascendenti. Delle sensazioni residuali vibrano ancora nei nostri nervi, ed eccoci spaventati da un turbine di foglie morte… Ah! poveri cuori ossidati che aspirate dietro la verginità di una nuova impronta, ci cadrete nella forma, pazienza! e godrete della divorante liquefazione, e le vostre molecole rientreranno nella matrice, e altre monete della divinità continueranno nello spazio, la vostra circolazione interrotta, — altre monete eternamente simili!».

In tal modo, ironiche driadi, le mie morenti immaginazioni, scherzavano. Moriuntur ridendo.

Ma dietro la rutilanza dell’atmosfera logica, vidi brillare gli sguardi ardenti di un invisibile spettro, due occhi fascinatori, incitatori e imperiosi. Li riconobbi: erano i due occhi della Letteratura. Ah! sì, la riconoscevo. Era un’amica di adolescenza. Era ingegnosa: molte volte m’aveva soffiato nell’orecchio le parole magiche e solenni della Chimera alla Sfinge: Cerco nuovi profumi, fiori più larghi, piaceri non provati… Adesso mormorava il grido soffocato d’Amleto: Orribile! orribile! orribile!.

Una soddisfazione d’autore mi rianimò: «Ebbene, sia: ne farò della letteratura. Trasporterò gli arabeschi delle mie fantasmagorie in un racconto strettamente basato sull’esaltazione di ieri, e quei due vuoteranno fino all’ultima goccia il calice d’oro di Babilonia. L’immaginazione delle cose è la loro vera realtà; lo dice l’autore del De Statu animae. E Hobbes afferma che la verità consiste nell’espressione e non nella cosa; in dicto, non in re. Se il fatto mi sfugge, l’espressione mi appartiene. Quale realtà val mai un foglio di carta, arnia meravigliosa dove le parole, come api ideali nel loro nido di cellula, distillano il pensiero?».

Voi mi direte che passando nel dominio della letteratura la cosa perdeva il suo carattere perdendo la realtà. Il suo carattere morale, forse, non già il suo carattere psicologico. Se non come effetto pratico, come natura ideale rimaneva identica.

Del resto, cosa è il reale? Possiamo sapere con precisione quali atti compiamo ogni volta che abbiamo un’idea, che accettiamo un pensiero, che proviamo un’impressione?

Lo scultore che concepisce una statua fa un atto buono o cattivo, ma più reale dell’atto successivo col quale realizza quella statua: la sua idea è più reale del bronzo e del marmo. Fissando in un racconto di pura fantasia i paludosi vapori suscitati in me da quelle circostanze, non era arrestare un istante l’ombra fuggitiva, realizzare un istante le passanti apparenze? Non era proiettare quel succubo fuori delle contingenze, al riparo delle deduzioni e delle negazioni?

La follia simulata da Amleto, non si realizza in Ofelia? Quanti Werther segreti e che s’ignoravano non ha ucciso la pistola del Werther di Goethe? Chi può dire le realtà di cui siamo gli autori?

Ma perché nascondere il più grave?

I romani avevano un grido profondo: Panem et Circenses! il pane e i giochi del circo. Nella sua volontà selvaggia il popolo romano metteva allo stesso livello, quel che bisogna per vivere e quel che bisogna per morire, ciò che forma il sangue dell’uomo e ciò che fa scorrere il sangue dell’uomo: la vita e la morte.

Quel grido è tipico e rivela la passione d’una voluttà spaventevole. La voluttà di veder soffrire. Lucrezio, nel celebre:

Suave mari magno…

attribuisce il piacere di veder soffrire al sentimento della sicurezza personale dello spettatore, sentimento che si esalta per contrasto quando lo spettatore tranquillo assiste al pericolo degli altri. Senza dubbio questo contrasto è essenziale. Ma ve n’è un altro più profondo di quello fra sicurezza e pericolo; è il contrasto della tortura e della voluttà.

Ebbene, vi confesso che mentre scrivevo, io obbedivo a questo genere di voluttà. Io che per una nativa bontà d’animo non ho mai fatto soffrire nessuno, (se non per ragioni di analisi, le lagrime essendo sempre un po’ rivelatrici del profumo interiore, dell’essenza inclusa nella fiala segreta), io esasperavo il grido crudele dei romani fino al raffinamento, fino al pensiero di leggere il mio racconto ai due peccaminosi fratelli, innanzi a un ristretto uditorio d’iniziati…

«Li trafiggerò d’ironia — mi dicevo — mostrerò loro che certe malattie di distinzione sono pallidi giuochi lunari in un antico specchio usato; che quello che loro prendono per il destino non è che un frammento d’antologia.

«Scuoterò quella polvere d’eternità che l’illusione ha deposto sulle loro povere ali. Plasmerò la loro eccellente e nobile sostanza secondo le più trascendenti fantasie. Vedranno quale altra aureola farebbe alle loro fronti il fogliame intrecciato delle sanguinanti conseguenze! Vedranno come il piacere acquisterebbe valore d’attrattiva con un assassinio sulla coscienza, nel deserto, nel gran deserto senz’acqua e senz’amore, nella caverna profonda e nera dove si vedono delle ossa di iene morte di fame!».

E mentre li spingevo in tal modo nel più memorando precipizio dell’Obbrobrio e dello Spavento, provavo la sensazione iniqua di fustigarli con una flagellazione degna di Suso, che veniva trovato nella sua cella svenuto in una pozza di sangue. Nell’amara orgia mentale, vedevo le corde e i nodi della disciplina stigmatizzare le spalle, i fianchi, i reni; insanguinare il candore delle carni della sorella; la vedevo, lei, inginocchiarsi a mani giunte, rilevarsi a braccia tese, curvarsi, arrovesciare nello spasimo la testa pallida, guardarmi con due occhi dove il bianco divorava le iridi, implorarmi quando il flagello tardava a scendere: Ancora! Ancora! e gettarmi le braccia intorno al collo, e cadere trascinandomi con lei fino in fondo all’abisso.

III

 

Quando terminai di leggere il mio racconto e dopo il cerimoniale degli applausi, vi fu un gran silenzio e una grande inquietudine, perché tutti sapevano.

I due s’erano alzati e venivano verso me passando nei sussuri e negli sguardi.

— Quale tragica e tenebrosa storia! — disse la sorella tendendomi la mano mentre io le cercavo, attraverso il discreto impudore del vestito, le cicatrici della mia fustigazione.

Di fronte a quell’atteggiamento audace stimai abile mostrarmi semplice; ma dove comincia la naturalezza in un essere dotato di qualche anima di ricambio?

— Oh, quella storia, — risposi — non è che l’immagine di una notte popolata di sogni…

Ma non si lasciarono ingannare che a metà, e quando lei salì in lift il fratello me lo fece vedere chiaramente:

— Una notte popolata di sogni — cominciò poi che fummo soli, seduti nell’hall davanti a qualche alcool — ed è questa la giusta immagine della mia vita.

La semplicità drammatica di quell’uomo che degnava rivelarsi mi commosse:

— È l’immagine di tutte le vite — risposi. — Appena cerchiamo di decifrare, il crepuscolo scende sulla nostra testa, e cominciano i sogni…

— Decifrare! — esclamò lui. — Bisogna decifrare o esser divorati dalla sfinge… Decifrare!… Strana parola che spiega una cosa la quale non è a nostra disposizione e che pure è di un’importanza da far fremere! La vita mescola insieme persone e cose: il bene, il male, il mediocre, il sublime, l’orribile. La terra, che è grigia, sembra che getti sopra ciascuna cosa un manto grigio… Gli uomini si somigliano, in apparenza. Il costume stabilisce una dissomiglianza artificiale, l’abitudine ne stabilisce un’altra, la simulazione un’altra, la paura un’altra… Viviamo su apparenze. Una quantità di veli nasconde la realtà. Lo spettacolo delle cose che bisogna divinare e che non si può, ci conduce sull’orlo dell’abisso, e l’abisso attira la preda. Sull’orlo della fatalità, curva sull’abisso, sta la sfinge misteriosa e terribile…

Parlava lentamente, senza esitazioni se non volute, dando al ritmo della voce cambiamenti bruschi o insensibili, d’una brutalità improvvisa o d’una dolcezza infinitesimale…

Dopo un silenzio riprese:

— La storia che avete letto mi ricorda quei vecchi evangelari così carichi d’alluminature che gli occhi dei profani vi cercano invano il testo santo. Vi sono scritture difficili…

S’arrestò un poco, poi con un piccolo riso afono:

— Però, dove non avete potuto decifrare, avete saputo divinare. Siete stato indiscreto… Avete lacerato il velo d’Iside.

Sinceramente turbato, lo guardai.

— Avreste dunque, — chiesi come paradossando sopra un tono confidenziale, — avreste dunque qualche macchia di sangue sulle dita?

— No; fu il veleno.

La risposta uscì dalle sue labbra con la calma d’una confessione meditata.

Quando riprese a parlare, la sua voce fu il singhiozzo d’un ferito che si dibatte:

— La vita c’inganna con delle ombre, — disse — è di un’eloquenza incoerente… Vende tutto troppo caro, e noi compriamo ad un prezzo mostruoso il più meschino dei suoi segreti.

— Un meschino segreto! — esclamai tristemente. — Oh! Io non voglio giudicare il vostro peccato…

Egli m’interruppe, mise la mano sulla mia, e guardandomi con lo sguardo più doloroso:

— Non era un peccato! — disse. — Ci siamo ingannati, perché gli uomini curvano volentieri i loro capricci sotto un fato che li consacri tragici. Pensate! Essere gli eletti degli oscuri decreti della necessità! Cadere nell’inevitabile! Subire una legge eccezionale! Ah, l’ironia è il più terribile tra gli elementi della divinità!… C’era un’incognita da liberare, un’X che sfidava le risorse dell’algebra… E la sfinge voleva che non ci fosse risposta… e la sfinge ci ha divorato… Come divinare che non eravamo fratelli?

Il mio stupore fu così eccessivo che un bicchiere cadde in frantumi.

— Non siete fratelli?

— No, e non lo sapevamo… Come tutto è semplice, non è vero? Come tutto rientra nell’ordine, come tutto si risolve nell’ingenuo, con un’eleganza veramente divina e candida! Ah! la realtà, certe volte, varca ogni limite del verosimile! È una prestigiatrice incomparabile. I suoi movimenti sono così destri che noi dobbiamo rinunziare a seguire il filo dell’arabesco che scrivono nello spazio… Come avremmo potuto divinarlo? Quand’io nacqui, lei era già in casa da oltre un anno. Mio padre, studioso delle scienze occulte, viveva sepolto fra libri di satanismo, e mia madre, devota, volle, con la pietosa adozione di un’orfana, scongiurare i castighi del cielo da una casa sconsacrata dalle scienze maledette. E il Signore, infatti, l’esaudì quasi subito, richiamandola a lui nel darmi alla luce… In tal modo, fummo ingannati. Crescemmo insieme, come fratello e sorella, in una libertà che solo vigilava una vecchia governante. Nacque così il prestigio d’un sentimento che il divieto del sangue, capite? il divieto del sangue ingrandiva e faceva irresistibile… Vennero poi gli anni del Liceo, e durante le vacanze d’una estate particolarmente calda, accadde quello che eravamo autorizzati a qualificare d’orribile… Sotto l’infernale fosforescenza dello sguardo di Satana, fummo simili a Dio. Il cielo lacerò le sue nubi, l’universo dismise i suoi veli, il sole tese alla natura le sue braccia incandescenti; le erbe si colorarono di zolfo, le bestie spaurite fuggirono verso le foreste — ma le foreste si scolorarono e le foglie caddero: il sole rise su noi in tutto l’implacabile effluvio del suo cuore. Rise; scoppiò dal ridere, ah, ah! Lei aveva concepito, comprendete? concepito nelle mie braccia, in negazione alle leggi della natura… L’unità incestuosa avrebbe dovuto non essere ternaria; il peccato avrebbe dovuto rimanere sterile; e la sua carne, invece, si rivelava feconda…

Trasalii. Il veleno!… ecco il veleno… Avevano avvelenato il sangue loro… Avevano ucciso i forse che dormono nel mistero dell’uovo, le possibilità incluse nella speranza, l’avvenire… Avevano soppresso la bellezza di domani, la vita di domani… Avevano assassinato la Redenzione!…

Mi parve che un vento freddo mi passasse sopra… Dov’ero? Qual’era la voce che parlava dentro di me?… Che tristezza, che notte! Mi sentivo d’improvviso stanco, mi pareva di cadere in un abisso… Avevo paura… Abbrividii quando egli riprese a parlare, con gli occhi che sembravano vedere più lontano delle cose:

— Quale disincanto, allora! Non eravamo fratelli! La sfinge mostruosa era, nella nostra mano, l’umile animaletto che la sera innanzi luceva misteriosamente tra i cespugli… L’ignoranza, abbandonandoci, aveva lasciato nella nostra testa un vuoto profondo come un precipizio… Sapevamo… La verità ci opprimeva… La Verità! Ah! se si potesse colpire nel cuore di questo triste vampiro, oppure soffocarlo, senza rumore, perché Dio non se ne avveda… Non eravamo fratelli!… Ci parve tornare da lontano, da così lontano! Ci riconoscevamo appena… Tutto era mutato… Avevamo sognato, veduto un incendio… Quando? Dove? In quale oceano, in quale deserto? Pareva che dei fiori fossero morti. C’era nell’aria un odore di foglie morte… Oh, come rimpiangemmo allora il sogno che ci eravamo fatto dell’amore! … Provammo di accettare le visioni innocenti, le idee pure che la natura offriva alla nostra immaginazione convalescente… Ci sposammo. Sì, ci sposammo, dopo il lutto di mio padre, trovato un giorno morto nella sua stanza, col capo piegato sopra una Kabbala… Fu in una piccola cappella solitaria, sotto la mano d’un vecchio sacerdote commosso, senz’altro discorso che le parole del messale… Ma invano! non era possibile; non fu possibile… Non c’interessavamo più l’uno dell’altro… Se ancora ci abbandonavamo a un gesto d’amore, era senza emozione, senza desiderio. I nostri occhi già rivelavano il rimpianto d’un paradiso perduto. Quando ne parlavamo, già veniva nei nostri discorsi l’inesorabile parola: Allora!… Triste notte, quella in cui comprendemmo che la natura ci aveva esclusi dal suo banchetto!… Certe ore non hanno dimane, e per questo, forse, varrebbe meglio non averle vissute mai. Si corre dietro le loro sorelle che passano sul quadrante dell’orologio, e ciò può condurre lontano, giù, fino in fondo agli inferni dove dei dannati gemono il nessun maggior dolore

Io volli osare, in quell’accasciamento, la parola profonda, la parola decisiva, quella che tocca l’intimo dell’essere e che strappa al Rimorso le preziose perle del Pianto:

— E morì, il figlio? — chiesi a voce bassa.

— No, vive, — rispose lui gravemente. — Vive in un brefotrofio, come un figlio della colpa… Abbiamo voluto ritorcere alla natura la sua ironia…

— Perché io non so — soggiunse con un sorriso diabolico — non so se avete apprezzato quel che c’è di alto divertimento nell’evidente inutilità del nostro peccato. In tutto questo si può gustare una bella testimonianza di quanto valga la voce del sangue. E la chiaroveggenza dell’Opinione!… ah! ah! Basta la qualifica di fratelli per trasformarci in due mostri in missione speciale sopra una terra minacciata di catastrofe e d’incendio… Questa innocente simulazione, vedete, è un istrumento di piacere veramente anormale… apre una porta inedita e astrusa… I pensieri evocati mormorano al nostro orecchio come un volo di farfalle apriline, e il fruscìo delle loro ali talvolta ci è dolce all’epidermide…

Quelle parole avevano il sapore d’un vizio. La voce che le pronunziava, nondimeno, era fatta per cantare, amare, sedurre; ma io non ritenevo che il senso tortuoso, inquietante, e vedevo levarsi innanzi a me, sotto la forma di quell’uomo, la figura stessa della Corruzione.

Poi, quasi piegato al mio orecchio, mi narrò misteriosamente dell’oscuro suicidio d’un giovane, l’anno prima, in quell’hôtel, nei viali del parco…

Fece una breve pausa, indietreggiò la testa e, bruscamente:

— È questo il veleno!…


Enrico Gurioli su Vannicola

Barche amorrate

Dal libro di Enrico Gurioli, “Barche Amorrate”, ed. Pendragon, ecco un bel brano dedicato a Giuseppe Vannicola.

 

La redazione ringrazia l’amico Enrico per averle permesso la pubblicazione.

Dino Campana restava un essere misterioso, oscuro e inquietante anche se la sua momentanea fama era arrivata fra quei tavoli dei caffè fiorentini, diventati  sempre meno ostili,  dove non c’era più Giuseppe Vannicola avendo egli  scelto di terminare la sua esistenza terrena a Capri, l’isola in cui i nomi più illustri della letteratura, della storia, della musica, dell’arte del suo tempo andavano per trascorrere l’inverno.[1]  Capri era di moda; diventata non solo per gli stranieri una moderna Babilonia mediterranea: tutto vi era permesso, comportamenti licenziosi, sfrenate passioni etero e omosessuali, orge che facevano rivivere i tempi dell’ imperatore Tiberio, il quale vi aveva costruito una sontuosa residenza che, secondo la tradizione, era teatro di dissolutezze. Continua a leggere