Enrico Gurioli, l’ambiente fiorentino fra Campana e Vannicola

Barche amorrate
Da Barche amorrate di Enrico Gurioli, la descrizione dell’ambiente fiorentino ai tempi di Giuseppe Vannicola…
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Nel 1912 la casa editrice del Dott. L.Baldoni&C, pubblica nel quinto numero della collana “Prose” diretta da Giuseppe Vannicola, un volume di liriche scritte in russo dal poeta lituano Jurgis Baltrušajtis, tradotte da Eva Amendola Kühn, dal titolo La scala terrestre. In una lettera a Giovanni Boine datata 12 novembre 1911, la traduttrice afferma: “Baltrusciaitis è uno spirito religioso, fuori di ogni dogma, di ogni sistema”. Baltrušajtis è legato a Eva Kühn e a suo marito Giovanni Amendola da un comune interesse per la storia del pensiero filosofico russo, oltre che da una profonda amicizia, condivisa da fin dalla sua venuta in Italia da Giovanni Papini. “Nel remotissimo 1904 apparve nella mia vita la cara figura, mai dimenticata, del poeta Jurghis Baltrusaitis. Lo incontrai a Firenze in quel caffè delle Giubbe Rosse dove, in quegli anni lontani, si udivano e si leggevano tutte le lingue d’Europa . (…) Si diventò amici in pochi giorni, come avviene in quella beata età che corre dai venti ai trenta.” Quella tra il poeta lituano e Papini è più di una semplice amicizia o di un sodalizio professionale: li legava sopratutto “una fratellanza nel sentire, un’intensa comunione di stati d’animo”. Era il consesso solidale fiorentino, articolato e complesso, dove era facile ritrovarsi in pubblico attorno ai tavoli del Caffè delle Giubbe Rosse per poi perdersi in un segreto viaggio fra esoterismo e teosofia. Erano gli anni in cui la britannica Annie Besant cercava nella massoneria una libera muratoria al femminile dove “le donne fossero accettate come gli uomini”. Predicava una forma particolare di co-massoneria, come estensione del suo interesse per i diritti delle donne come un movimento che pratica vera fratellanza, in cui donne e uomini lavoravano fianco a fianco per il perfezionamento dell’umanità. Aveva fondato l’Ordine delle Stelle d’Oriente e non è un caso che questa decisione – quella di iniziare le donne alla massoneria- avesse provocato una scissione all’interno della potente famiglia massonica italiana dando vita a due obbedienze definite, semplificando, di Palazzo Giustiniani, quella ortodossa, e di Piazza del Gesù, l’obbedienza mista. A Firenze fra gli ispiratori di questa complessa operazione iniziatica al femminile ci furono Edoardo Frosini, noto anche come dottor Hermes, uomo dai confusi entusiasmi esoterici del marinismo e Arturo Reghini, membri influenti della Loggia Lucifero, usciti dal solco della tradizione massonica inglese per fondare un Rito Filosofico Italiano, proponendosi come unico consesso esoterico erede della tradizione massonica italiana. In Italia per la prima volta il Rito Filosofico Italiano nel 1910 ammise le donne con gli stessi diritti e doveri degli uomini, escludendosi però le maritate con profani e ponendo alle nubili l’obbligo di sposare massoni. Reghini era stato il Maestro Venerabile della potentissima loggia massonica Lucifero dipendente dal Grande Oriente d’Italia e fra i suo scritti iniziatici si legge “Il simbolismo dell’architettura, delle cerimonie e delle immagini è superiore al linguaggio ordinario grazie alla moltitudine di significati che solo il simbolismo può esprimere, dal momento che opera per analogia; i geroglifici e gli ideogrammi sono superiori alle forme alfabetiche di scrittura grazie all’ampiezza e precisione del loro significato”.I suoi testi trattavano di Pitagora, e di Ermete della Cabala e di Dante, di Agrippa , di Cagliostro, Guenon e Schuré. Mistica, misteriosofia e orfismo. Egli era un anticlericale senza essere ateo tuttavia senza essere per nulla cristiano. Con alcuni amici del tramontato “Leonardo” aveva fondato nell’autunno del 1908, con Papini presso la Biblioteca di Piazza Donatello, il Circolo di filosofia. Ne era a capo Giovanni Amendola con la moglie lituana Eva Kühn e molto vivamente partecipavano alle settimanali riunioni, Calderoni, Marrucchi, Neal, Ferrando, Assagioli, oltre allo stesso Amendola segretario vi compariva talvolta un ex-redattore del condannato e cessato Rinnovamento: il ligure Giovanni Boine, gracile figura giovane un po’ curva, nel cui volto parevano confondersi un intenso pianto dominato da un sorriso. Dall’epoca spiritistica e teosofica del Circolo di Filosofia c’era nella biblioteca in un piccolo scaffale colmo di preziosi testi della sapienza indiana, un bizzarro strumento per esperienze occulte, formato d’un’assicella da cui pendeva un filo che in cima aveva una pallina di sambuco. Sulla grande tavola rotonda di una delle due sale c’era un quadernetto ben in vista, dove i soci notavano i nomi dei grandi libri che desideravano acquistati dalla Biblioteca. Non è dato sapere con certezza quale fosse quella dama che, nelle sale silenziose, scendeva solenne in bianca veste e chiome d’argento, dal gesto imperioso, e i giovani filosofi la ricevevano con devota riverenza. Tuttavia è in questi anni che Eva Kühn manifesta i segni di un grave e misterioso male . Dirà  “Mi ammalai all’improvviso di una strana febbre cerebrale e rimasi senza coscienza per alcuni mesi in una casa di salute. La febbre mi scoppiò la sera stessa di una conferenza della celebre Annie Besant, presso la società Teosofica. Avevo polemizzato con lei, che aveva sostenuto l’inutilità di combattere certe tentazioni, asserendo che bisognava liberarsi dal male realizzandolo in pratica: io mi ero alzata e avevo detto energicamente alla maestosa e sprezzante Besant che quella sua teoria era micidiale. La Besant vestiva tutta di bianco, aveva i capelli bianchi, e somigliava al Pontefice: mi rivolse uno sguardo minaccioso, che mi fece cadere in deliquio come fulminata. È l’inizio di un lungo calvario per l’ irrequieta lituana Eva Kühn, appassionata studiosa di letteratura russa – in particolare di Leone Tostoj- e rinomata traduttrice di Dostojesky, che aveva trovato nell’austero Giovanni Amendola il padre dei propri figli, e nel futurismo una apparente compensazione a quelle terribili crisi nervose che anche da giovanissima avevano caratterizzato anche il periodo di fidanzamento il brillante giornalista napoletano. Da quel momento in avanti Eva doveva fare i conti con una nevrosi ipomaniacale, caratterizzata cioè dall’alternarsi di momenti di iperattività ed euforia a puntate psicotiche connesse a periodi di stasi, tristezza e depressione sia psichica che fisica.” Intrecci di grande spessore culturale si mescolavano con spregiudicate operazioni di sincretismo religioso, oppure a frequentazioni non sempre disinteressate di uomini e donne in organizzazioni teosofiche come l’Ordine del Cavaliere Ideale, della Lega Internazionale di Corrispondenza, della Federazione Internazionale dei Giovani Teosofi, della Legione di Karma e Reincarnazione, dell’Ordine di Servizio, della Teosofica Associazione Universitaria Mondiale organizzate per raccogliere tutti coloro che attendevano anche l’avvento di un grande Maestro Spirituale. Nell’organizzazione de Il più lungo giorno consegnato a Papini e soprattutto nella scelta del nuovo titolo in Canti Orfici non è da escludere l’influenza o il tentativo di Dino Campana di entrare in quel circuito iniziatico fiorentino, con cui fino a quel momento condivideva soltanto una osservazione speciale delle forze di Pubblica Sicurezza. Dino Campana non possedeva il phisique du role dell’esoterista borghese e neanche quello dell’iniziato alla massoneria “Tutto era mistero per la mia fede, la mia vita era tutta «un’ansia del segreto delle stelle, tutta un chinarsi sull’abisso». Ero bello di tormento, inquieto pallido assetato errante dietro le larve del mistero. Poi fuggii” Tuttavia e suo malgrado Dino apparteneva a quei giovani sconosciuti poeti che in Italia avrebbero potuto essere aiutati nel farsi conoscere nei salotti di donne importanti e famose come succedeva a Parigi nel salotto di Madame Aurel, oppure a Roma nella nuova casa della futurista convita Eva Kühn aggregatrice di giovani talenti artistici. Il salotto di Giuseppe Vannicola e Olga de Lichnizki, per condizione, non rientrava più nel cerchio e nella cultura sacrale dell’esoterista matematico Arturo Reghini ormai ispirato dall’antico Ordine dei Templari e affiliato a un’ancestrale Schola Italica le cui origini risalirebbero alla prima comunità monastica di Pitagora. L’attentato di Sarajevo aveva ormai acceso la miccia interventista per ricondurre Trieste al Regno d’Italia dove per altro nei territori austriaci l’attività massonica era vietata. Ospite o residente in Firenze c’era il monumentale triestino Teodoro Däubler; geniale “esperto di popoli e di secoli” rimasto in città per terminare la sua opera protetto da quella catena iniziatica di cui Reghini era comunque l’ispiratore e crocevia di contatti internazionali. d’Italia. Nello stesso anno in cui si stampavano i Canti Orfici aveva pubblicato Imperialismo pagano sulla rivista “La salamandra” e dopo essere entrato nel movimento futurista, aveva fatto parte del comitato direttivo della rivista Lacerba. “L’influenza di Reghini su Papini e Prezzolini, nonché su tanti protagonisti dell’avanguardia fiorentina e persino del futurismo, è da più fonti attestata. […] pubblicamente poco loquace ma onnipresente: il giovanissimo Viviani lo conobbe alle Giubbe Rosse insieme a Ardengo Soffici, Italo Tavolato […] Giuseppe Vannicola, e alcuni altri, commensale abituale di Däubler, il poeta triestino con cui Campana poteva dialogare e discutere di una sua opera letteraria pressoché sconosciuta in Italia: Das Nordlicht .Theodor Däubler, triestino prima, cittadino del mondo poi, passava gran parte della sua vita pellegrinando nelle più importanti città europee, conducendo una vita magra e di privazioni ma al contempo godendo del dolce far niente garantito da occasionali mecenati conosciuti in circoli esoterici. La sua identità culturale si era formata tra Venezia, Vienna, Parigi, Firenze e poi Berlino. Il poeta aveva destato attenzione non tanto per la gigantesca opera Das Nordlicht, oltre trentamila versi, bensì per la figura trasandata tipicamente bohémien. La stessa impressione fu suscitata negli intellettuali vociani durante il suo soggiorno a Firenze. Non di certo a Campana. Il manoscritto del Nordlicht era stato consegnato a larghe distanze di tempo Marrucchi, lo studioso di mistica appartenente al Circolo di Filosofia di Piazza Donatello. È molto probabile infatti che proprio nell’ambiente culturale fiorentino Däubler abbia affinato la sua cosmogonia, “fra il pensiero tomistico di Neal e la metafisica volontaristica di Amendola, fra il riveduto pragmatismo filosofico di Mario Calderoni e la mistica metafisica di Piero Marrucchi, e la nascente filosofia mefistofelica di Papini” Ma è altrettanto plausibile che Dino Campana conoscendo le lingue meno il russo , avesse letto senz’altro le liriche di Baltrušajtis nella traduzione del marzo 1912 di Eva Amendola Kühn. Arturo Reghini assieme a Giovanni Amendola, Giovanni Papini, ateo convinto, erano il riferimento silente di un complesso movimento di idee e di ideali che ruotavano attorno ai caffè fiorentini che diventavano “nel contempo, casa, studio, ufficio, rifugio occasionale, patria del sapere, ritrovo d’amici, spazio d’accoglienza per il viaggiatore e zattera per l’esule.” In una di quelle sere d’inverno di gennaio del 1915 dopo aver ascoltato l’ennesimo ragionamento del maestro esoterico Reghini, cominciato con l’elogio della metempsicosi, Campana, ubriaco s’infuriò cominciando a inveire contro i letterati fiorentini, usando verso di loro frasi ritenute ingiuriose proclamandosi in piedi su un tavolo “poeta della quarta Italia”. Furono cacciati fuori dal proprietario e il giovane scrittore Giacomo Natta avendo assistito alla scena la descrisse così. “Dalla baruffa, non ci scappò il morto; ma credo che poco ci mancasse. Se la pesante mazza sospesa sul capo di Campana non fosse stata trattenuta a tempo, gli avrebbe forse spaccato il cranio… Era circa l’una quando uscimmo da Ponte Vecchio e volgemmo per lung’Arno Acciaioli, nebbioso e deserto. Sbucarono da un andito dov’erano appostati, corsero verso di noi e ci furono addosso. Campana si slanciò contro Reghini, e i suoi compagni tentarono di metterglisi davanti per impedire a noi di difenderlo e di separarli. Fu un parapiglia. Parte dei colpi diretti a Reghini furono deviati e menomati. Sbattuto or di qua or di là gemeva pallidissimo. Campana, barba e capelli scompigliati, mostrando una schiena vigorosa e triviale, picchiava, dinoccolato, mandando dei sibili, dei sospiri di soddisfazione profonda, di copula. Gli ridevano gli occhi di una specie di gioia selvaggia. Passò una vettura a botticella, dove Reghini fu introdotto. Gli sedette accanto la guardia del corpo. Affacciandosi dal finestrino aperto Campana sputò in faccia al suo bersaglio: “te”, gli disse facendogli con una mano le corna: “prendi”. Lo afferrammo, scivolò per terra, si rialzò e inseguì, per poco, la vettura. Pareva un manigoldo teutonico.” Schiaffi, pugni e botte nella gelida Firenze dei lungarni. In un sol colpo si era scrollato di dosso qualche anno di incomprensioni e malintesi; probabilmente aveva inteso centrare un presunto aguzzino con i suoi riti di passaggio iniziatico. In fondo è sempre la stessa storia: Orfeo tormentato dalle Menadi e dal ballo dei Coribanti.

 

 

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