Dal Simbolismo al Déco

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Giuseppe Vannicola

Che la parola vada intesa come segno che non già trasmette sibbene produce significato, risulta evidente al Vannicola, non solo a livello di realizzazione del testo, ma anche di riflessione di poetica, se enuncia: «Dicono anche che le parole sono i segni di cui ci serviamo per chiamare le cose; infatti le ‘chiamiamo’, le evochiamo costituendo in noi lo stato di conoscenza che corrisponde alla loro presenza sensibile, le produciamo. Produrre! cioè dotare di un’esistenza esteriore un essere artificiale, uniforme, che s’imprime nei nostri sensi sempre lo stesso» (Arte d’eccezione). Delineando cosi un ragionamento assai vicino, in partenza, al mallarméano ‘principio di evocazione’ degli oggetti, e per adoperarlo, conseguentemente, ai fini di una attività simbolista misti­co-cabalistica, sia nel precisare «Il Logos, il Verbo, la Grande Parola, la Grande Idea, il Dio, sono una identica cosa: – il Suono Primor­diale», che nel farne uso per render conto di esperienze (o di progetti di esperienza) nell’ordine dell’ineffabile. Così, il referente che non può essere detto, che sfugge alla designazione e nominazione, si pone sia ‘pri­ma’ che ‘dopo’ la scrittura, e prevalentemente in una prospettiva avanti, come resultato da ottenere più che come acquisizione già effettuata e da comunicare. Il discorso, pertanto, pur se motivato da occasioni del vissuto, anzi specialmente in tali casi, tenderà a discostarsi massima­mente dal referente, per elaborarne e costruirne, talvolta legiferarne, la significazione, tanto nelle prove narrative legate ad una fattualità in­tesa come reale (Sonata patetica; II veleno), che in quelle fondate su una trasposizione dell’esistente/esistito nella dimensione del pensato emblematico (Da un velo; le laforghiane). E in modo affatto analogo risulterà composto anche un testo, pur esso motivato dall’occasionale, di tipo aforismatico-cerimoniale, come Corde della grande Lira, dove appunto il significato di ciascun termine (di ciascuna parte del coerente insieme) verrà scritto come serie di definizioni, sequenza di asserti, e il referente dichiarato, postulato, risulterà non già via parafrasi o glossa, ma verrà identificato man mano che se ne scrivono (se ne leggono) le equivalenze connotanti, a lor volta sostituenti, metaforicamente, il sen­so e la portata (e che sono, propriamente, occorrenze: si realizzano sol­tanto nell’essere pronunciate). Continua a leggere

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Francesco Meriano su Vannicola

-FRENCESCO-MERIANO

Francesco Meriano

Da “La Diana”,  Napoli, 30 Agosto del 2015, fascicolo 11, pag. 201

Quelli che partono

Per Giuseppe Vannicola

Giuseppe Vannicola era un superstite, una filiazione di quei bohèmiens parigini pieni d’ingegno e senza un soldo in tasca; vertiginosi amanti dell’impossibile; impenitenti sognatori; disertori convinti da tutto ciò che si chiama quieto vivere, agiatezza borghese, morale ben pensante. Porta via con sè le nostre ultime illusioni di giovini che credettero la vita palestra di tutte le libertà, campo sterminato aperto alle conquiste dell’intelligenza. Ci s’avvede che sognare è poco e meglio sarebbe picchiare; che bisogna lavorare a costruire il complemento dell’intelligenza, quello che manca al talento.


 

 

Da: Da “La Diana”,  Napoli, 15 Settembre del 2015, fascicolo 12, pag. 218

 

Per un artista scomparso

 

Non dimenticate Giuseppe Vannicola.

Non si licenzia Giuseppe Vannicola per un torto o perchè non è più.

Vogliamo leggere Vannicola.

L’opera di Vannicola è l’eredità d’un periodo chiuso, ed appartiene a noi.

Vogliamo rileggere Vannicola.

Vogliamo che si stampi Vannicola.

Non basta dire: non è il momento. In Italia l’arte non dev’esser mai fuori luogo.

Noi siamo di un’altr’epoca: e Vannicola non potrà farci che bene.

Apriamo sottoscrizioni; appelliamoci agli editori.

Vannicola non può scomparire così.

F.M.