Un anniversario da ricordare…

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Giovanni Papini, in una foto del 1913

Oggi è il 10 agosto, ricordiamo Giuseppe Vannicola nel giorno della sua scomparsa da questo mondo con una introduzione di Giovanni Papini, uno dei pochi amici che gli volle bene, fino all’ultimo. E anche dopo. Una “non dedica”, perché Gianfalco non era un uomo da fare dediche; a nessuno…

 Capri, 10 Agosto 2018

La redazione

 

LA VITA DI NESSUNO

di Giovanni Papini

Vallecchi, Firenze, edizione 1912-1918

Caro Vannicola,

non ho nessuna voglia di dedicarti questo librino niente affatto «eccezionale ». Non ho mai dedicato i miei libri a nessuno e non voglio de­dicare a nessuno i libri prossimi e futuri che usciranno dal capo mio. Tu sai benissimo che l’educazione non è il mio forte e che la garbatezza non è precisamente la mia cavalla di battaglia. Tu lo sai magnificamente. Se tu non lo sapessi tutti te lo direbbero. Io odio i capolavori di Giovanni della Casa quanto — se non più — le mie prigioni di quel Silvio che infradiciò i nostro occhi di bambinetti elementari.

Io non voglio dar nulla a nessuno. Non voglio consacrare o donare qualunque sia cosa a qualunque sia uomo. Sono l’animale non religioso per eccellenza ; sono l’ateo di cento teologie — della teologia mon­dana, socialista, umanitaria, aristocratica ; della teologia degli uomini seri, onesti, laboriosi, patriotti, civici e disciplinati e di ogni catechismo.

Con tali connotati tu capisci che non son uomo da far dediche a nessuno.

E non voglio farne. E non farò neppur questa.

Ma c’ è un ma. C è che tu hai dedicato a me un librino simile a questo — simile, dico, nella carta, nei caratteri, nelle dimensioni, nella copertina — ed io dovrei dedicarne uno a te. No, caro Vannicola. Scu­sami e perdonami col tuo generoso cuore di bene­dettino alcoolista, ma ciò non è possibile : è troppo al disopra della mia forza, che pure è grande. Io non posso infrangere per nessuno — neppure per te — una promessa fatta solennemente a me stesso. Se l’avessi fatta soltanto agli altri….

Tu sai quanto il cinico sottoscritto ti vuol bene, e non da ora, ma da parecchi anni, da quando tu, an­cor fresco delle glorie milanesi di Pierrot, venisti a Firenze come un pellegrino amoroso del Cavalcanti e nascondesti vicino al Poggio Imperiale il doppio mi­stero del tuo amore e della tua anima. Io ricordo sem­pre con eguale voracità la lettura del De profundis e il vino vecchio della tua tavola ; il tuo appassionato violino e l’odoroso the coi dolciumi di Giacosa. Tu che sei uomo di spirito e di fede e perciò pronto a trovare Iddio nella cattedrale e nella bettola in Bee­thoven e nella birra chiara, non ti arrabbierai di certo per questi accoppiamenti. Tanto più che in cima ai miei ricordi, proprio nel mezzo più luminoso delle mie memorie, te solo mi appari, te solo col romantico violino appoggiato al tuo collo. Non ho mai visto in vita mia una trasfigurazione cosi completa e improvvisa d’un uomo. Non ho mai visto un volto così acceso, così assorto, così divinamente amoroso e do­loroso come il tuo, mentre l’arco tenuto dalla tua mano di signore strappava alle corde e al legno quei sentimentali gemiti d’inutile nostalgia e d’inappagabile desiderio che mi commuovono anche oggi, al solo ricordo.

Caro Vannicola, io non sono nè una donna nè un pederasta e puoi accettare senza rossore le mie parole : in quei momenti tu eri bellissimo. Tutto perso e in­fiammato sotto il rosseggiare della fiamma elettrica ; tutto sperduto e rapito in quei singulti che sembravano uscire da un petto di carne e non da una cassa di le­gno ; cogli occhi socchiusi e le mani irrequiete, solo, divinamente solo in mezzo a noi tutti, in mezzo al silenzio di noi tutti, tu eri, ti assicuro, bellissimo. Non foss’altro che per quelle ore invernali di Via Monte-bello dovrei tessere intorno alla tua canizie giovanile una corona di gratitudine.

E invece…. E invece preferisco sembrarti ingrato e sconoscente e non ti dedico questo libro. E ti prego, anzi, di non considerare questa lettera come una de­dica travestita.

Io voglio che nei miei libri non vi sia altro nome e cognome che quello di

Giovanni Papini.

 

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Una foto nuova di Giuseppe Vannicola

FOTO ARCHIVIO PAPINI Vannicola particolare

FOTO ARCHIVIO PAPINI gruppo

Una foto di gruppo, scattata intorno al 1910, a Firenze.

Custodita presso la Fondazione Conti, nel fondo Giovanni Papini.

Foto di gruppo, [1910]. Sono riconoscibili, in primo piano, in basso da sinistra: Amelia Garoglio; al centro, seduta, con la stola e il manicotto di pelliccia, Giacinta Papini; accanto a lei, in piedi, Eva Amendola; infine Michele Campana. Dietro, da sinistra: Giuseppe Graziosi, Giovanni Amendola, Vincenzo Cardarelli, Oscar Ghiglia, Gustavo Sforni, Ardengo Soffici; quindi Giovanni Papini, Diego Garoglio, Scipio Slataper, Odoardo Campa. Ultimo in alto, sulla scalinata Giuseppe Vannicola.


Alberto Viviani: Ombre del mio tempo

cover viviani

Ombre del mio tempo

Memorie di vita letteraria

CASA EDITRICE BIETTI, MILANO

 

VI.

Gli ultimi «orfici»

Giuseppe Vannicola – Ernesto Ragazzoni – Dino Campana

 

Uno degli ultimi scapigliati italiani è stato Giuseppe Vannicola. Lo conobbi nel 1913 a Firenze nel caffè delle « Giubbe Rosse » quan­do ormai non gli rimanevano che due anni appena di vita.

Musicista poeta e giornalista, ridotto dal­l’artrite deformante a una pietosa rovina, con­duceva l’esistenza tra le camere di affitto non pagate e l’ospedale, sempre fedelmente segui­to dalla vecchia cagnetta « Paquette » che ar­monizzava il suo passo con quello penoso del padrone.

Negatogli dal male anche il sollievo del son­no, Vannicola trascorreva le notti fino all’alba tra le « Giubbe Rosse », il Caffè Paszkowsky e la Trattoria di Lapi, alternando bicchieri di vino bianco al filtro dell’assenzio quando amici stranieri di passaggio a Firenze lo invitava­no festosi in loro compagnia. Da solo si im­malinconiva, curvo e rattrappito, centellinan­do le interminabili ore insieme all’unica taz­zina di caffè. Continua a leggere

Giovanni Amendola e Giuseppe Vannicola

 

famiglia Amendola

da : Eva Amendola Kühn  Vita con Giovanni Amendola, Parenti, 1960.


Nel carteggio, pubblicato dalla moglie Eva Kühn nel 1960, Vannicola viene spesso citato e compaiono anche alcune sue lettere.

Ne pubblichiamo alcuni stralci…


 

Amava leggermi le poesie di Carducci e del Foscolo, «La pioggia nel pineto» di D’Annunzio. Appassionate discussioni sull’arte si svolgevano tra lui e Giovanni Papini, Giuseppe Vannicola, Oscar Ghiglia, Umberto Saba, Scipio Slataper, il poeta lituano Jurghis Baltrusciatis, ecc., e sono testimoniate in parte nell’epistolario che qui pubblichiamo.

 * * *

19 – DA GIUSEPPE VANNICOLA A G. AMENDOLA ¹

 Egregio Signore,

Lietissimo di conoscerla. Sarò domani sera — dalle 7 in poi dall’Aragno, nella prima sala, presso l’ingresso. M’auguro che la cortese simpatia del Papini non abbia a causarle una troppo grande delusione.

Mi creda Suo obbligatissimo G. Vannicola

 1) Il biglietto non è datato, ma risale quasi certamente alla seconda metà del 1905. Giuseppe Vannicola, musicista ed esteta, diresse la rivista Prose alla quale Giovanni Amendola collaborò. Continua a leggere

Giuseppe Vannicola su Lacerba

mia le varie morali


LACERBA

Anno I, n. 4                  Firenze, 15 febbraio 1913                       Costa 4 soldi


 

Contiene: Vannicola, Le varie morali. — Soffici, Cubismo e oltre — Papini, Le parolacee. – Soffici, Giornale di bordo.

 

VANNICOLA.

LE VARIE MORALI

Per essermi attardato all’osteria vuotando più volte il bicchiere, e perchè la mia carne si era animata oltre misura della vista e dell’ odore delle donne, io andavo barcollando lungo la strada e il mio corpo s’era fatto leggero in modo che talvolta pareva che m’involassi.

Tale leggerezza mi empiva d’una grandissima gioia : correvo. poi m’arrestavo a cantare, ma solo il moto poteva calmare l’ardore, e mi mettevo nuovamente a correre. Mi sentivo al disopra della terra, solo con la mia ebrietà. Facevo passi immensi che mi proiettavano più veloce d’un volo; ma la grande leggerezza mi toglieva la sicurtà dei movimenti e mi portava di qua e di là pazzamente.

Percui, in uno slancio superbo, avendo urtato col piede in una pietra, caddi nel fosso che costeggiava la strada.

Quando ripresi i sensi e mi ritrovai in fondo al fosso, non pensai a rialzarmi e mi misi a sognare.

La notte mi penetrava l’anima, lenta, pacificatrice. Sul mio capo splendevano milioni di stelle, intorno a me bruivano lievi rumori che si confondevano e formavano come una voce: il sussurro delle foglie, il sospiro profondo del vento. o. non pensai a rialzarmi e mi misi a sognare. fruscii, mormoni, soffi, aliti… Continua a leggere

Enrico Gurioli, l’ambiente fiorentino fra Campana e Vannicola

Barche amorrate
Da Barche amorrate di Enrico Gurioli, la descrizione dell’ambiente fiorentino ai tempi di Giuseppe Vannicola…
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Nel 1912 la casa editrice del Dott. L.Baldoni&C, pubblica nel quinto numero della collana “Prose” diretta da Giuseppe Vannicola, un volume di liriche scritte in russo dal poeta lituano Jurgis Baltrušajtis, tradotte da Eva Amendola Kühn, dal titolo La scala terrestre. In una lettera a Giovanni Boine datata 12 novembre 1911, la traduttrice afferma: “Baltrusciaitis è uno spirito religioso, fuori di ogni dogma, di ogni sistema”. Baltrušajtis è legato a Eva Kühn e a suo marito Giovanni Amendola da un comune interesse per la storia del pensiero filosofico russo, oltre che da una profonda amicizia, condivisa da fin dalla sua venuta in Italia da Giovanni Papini. “Nel remotissimo 1904 apparve nella mia vita la cara figura, mai dimenticata, del poeta Jurghis Baltrusaitis. Lo incontrai a Firenze in quel caffè delle Giubbe Rosse dove, in quegli anni lontani, si udivano e si leggevano tutte le lingue d’Europa . (…) Si diventò amici in pochi giorni, come avviene in quella beata età che corre dai venti ai trenta.” Quella tra il poeta lituano e Papini è più di una semplice amicizia o di un sodalizio professionale: li legava sopratutto “una fratellanza nel sentire, un’intensa comunione di stati d’animo”. Era il consesso solidale fiorentino, articolato e complesso, dove era facile ritrovarsi in pubblico attorno ai tavoli del Caffè delle Giubbe Rosse per poi perdersi in un segreto viaggio fra esoterismo e teosofia. Erano gli anni in cui la britannica Annie Besant cercava nella massoneria una libera muratoria al femminile dove “le donne fossero accettate come gli uomini”. Predicava una forma particolare di co-massoneria, come estensione del suo interesse per i diritti delle donne come un movimento che pratica vera fratellanza, in cui donne e uomini lavoravano fianco a fianco per il perfezionamento dell’umanità. Aveva fondato l’Ordine delle Stelle d’Oriente e non è un caso che questa decisione – quella di iniziare le donne alla massoneria- avesse provocato una scissione all’interno della potente famiglia massonica italiana dando vita a due obbedienze definite, semplificando, di Palazzo Giustiniani, quella ortodossa, e di Piazza del Gesù, l’obbedienza mista. A Firenze fra gli ispiratori di questa complessa operazione iniziatica al femminile ci furono Edoardo Frosini, noto anche come dottor Hermes, uomo dai confusi entusiasmi esoterici del marinismo e Arturo Reghini, membri influenti della Loggia Lucifero, usciti dal solco della tradizione massonica inglese per fondare un Rito Filosofico Italiano, proponendosi come unico consesso esoterico erede della tradizione massonica italiana. In Italia per la prima volta il Rito Filosofico Italiano nel 1910 ammise le donne con gli stessi diritti e doveri degli uomini, escludendosi però le maritate con profani e ponendo alle nubili l’obbligo di sposare massoni. Reghini era stato il Maestro Venerabile della potentissima loggia massonica Lucifero dipendente dal Grande Oriente d’Italia e fra i suo scritti iniziatici si legge “Il simbolismo dell’architettura, delle cerimonie e delle immagini è superiore al linguaggio ordinario grazie alla moltitudine di significati che solo il simbolismo può esprimere, dal momento che opera per analogia; i geroglifici e gli ideogrammi sono superiori alle forme alfabetiche di scrittura grazie all’ampiezza e precisione del loro significato”.I suoi testi trattavano di Pitagora, e di Ermete della Cabala e di Dante, di Agrippa , di Cagliostro, Guenon e Schuré. Mistica, misteriosofia e orfismo. Egli era un anticlericale senza essere ateo tuttavia senza essere per nulla cristiano. Con alcuni amici del tramontato “Leonardo” aveva fondato nell’autunno del 1908, con Papini presso la Biblioteca di Piazza Donatello, il Circolo di filosofia. Ne era a capo Giovanni Amendola con la moglie lituana Eva Kühn e molto vivamente partecipavano alle settimanali riunioni, Calderoni, Marrucchi, Neal, Ferrando, Assagioli, oltre allo stesso Amendola segretario vi compariva talvolta un ex-redattore del condannato e cessato Rinnovamento: il ligure Giovanni Boine, gracile figura giovane un po’ curva, nel cui volto parevano confondersi un intenso pianto dominato da un sorriso. Dall’epoca spiritistica e teosofica del Circolo di Filosofia c’era nella biblioteca in un piccolo scaffale colmo di preziosi testi della sapienza indiana, un bizzarro strumento per esperienze occulte, formato d’un’assicella da cui pendeva un filo che in cima aveva una pallina di sambuco. Sulla grande tavola rotonda di una delle due sale c’era un quadernetto ben in vista, dove i soci notavano i nomi dei grandi libri che desideravano acquistati dalla Biblioteca. Non è dato sapere con certezza quale fosse quella dama che, nelle sale silenziose, scendeva solenne in bianca veste e chiome d’argento, dal gesto imperioso, e i giovani filosofi la ricevevano con devota riverenza. Tuttavia è in questi anni che Eva Kühn manifesta i segni di un grave e misterioso male . Dirà  “Mi ammalai all’improvviso di una strana febbre cerebrale e rimasi senza coscienza per alcuni mesi in una casa di salute. La febbre mi scoppiò la sera stessa di una conferenza della celebre Annie Besant, presso la società Teosofica. Avevo polemizzato con lei, che aveva sostenuto l’inutilità di combattere certe tentazioni, asserendo che bisognava liberarsi dal male realizzandolo in pratica: io mi ero alzata e avevo detto energicamente alla maestosa e sprezzante Besant che quella sua teoria era micidiale. La Besant vestiva tutta di bianco, aveva i capelli bianchi, e somigliava al Pontefice: mi rivolse uno sguardo minaccioso, che mi fece cadere in deliquio come fulminata. È l’inizio di un lungo calvario per l’ irrequieta lituana Eva Kühn, appassionata studiosa di letteratura russa – in particolare di Leone Tostoj- e rinomata traduttrice di Dostojesky, che aveva trovato nell’austero Giovanni Amendola il padre dei propri figli, e nel futurismo una apparente compensazione a quelle terribili crisi nervose che anche da giovanissima avevano caratterizzato anche il periodo di fidanzamento il brillante giornalista napoletano. Da quel momento in avanti Eva doveva fare i conti con una nevrosi ipomaniacale, caratterizzata cioè dall’alternarsi di momenti di iperattività ed euforia a puntate psicotiche connesse a periodi di stasi, tristezza e depressione sia psichica che fisica.” Intrecci di grande spessore culturale si mescolavano con spregiudicate operazioni di sincretismo religioso, oppure a frequentazioni non sempre disinteressate di uomini e donne in organizzazioni teosofiche come l’Ordine del Cavaliere Ideale, della Lega Internazionale di Corrispondenza, della Federazione Internazionale dei Giovani Teosofi, della Legione di Karma e Reincarnazione, dell’Ordine di Servizio, della Teosofica Associazione Universitaria Mondiale organizzate per raccogliere tutti coloro che attendevano anche l’avvento di un grande Maestro Spirituale. Nell’organizzazione de Il più lungo giorno consegnato a Papini e soprattutto nella scelta del nuovo titolo in Canti Orfici non è da escludere l’influenza o il tentativo di Dino Campana di entrare in quel circuito iniziatico fiorentino, con cui fino a quel momento condivideva soltanto una osservazione speciale delle forze di Pubblica Sicurezza. Dino Campana non possedeva il phisique du role dell’esoterista borghese e neanche quello dell’iniziato alla massoneria “Tutto era mistero per la mia fede, la mia vita era tutta «un’ansia del segreto delle stelle, tutta un chinarsi sull’abisso». Ero bello di tormento, inquieto pallido assetato errante dietro le larve del mistero. Poi fuggii” Tuttavia e suo malgrado Dino apparteneva a quei giovani sconosciuti poeti che in Italia avrebbero potuto essere aiutati nel farsi conoscere nei salotti di donne importanti e famose come succedeva a Parigi nel salotto di Madame Aurel, oppure a Roma nella nuova casa della futurista convita Eva Kühn aggregatrice di giovani talenti artistici. Il salotto di Giuseppe Vannicola e Olga de Lichnizki, per condizione, non rientrava più nel cerchio e nella cultura sacrale dell’esoterista matematico Arturo Reghini ormai ispirato dall’antico Ordine dei Templari e affiliato a un’ancestrale Schola Italica le cui origini risalirebbero alla prima comunità monastica di Pitagora. L’attentato di Sarajevo aveva ormai acceso la miccia interventista per ricondurre Trieste al Regno d’Italia dove per altro nei territori austriaci l’attività massonica era vietata. Ospite o residente in Firenze c’era il monumentale triestino Teodoro Däubler; geniale “esperto di popoli e di secoli” rimasto in città per terminare la sua opera protetto da quella catena iniziatica di cui Reghini era comunque l’ispiratore e crocevia di contatti internazionali. d’Italia. Nello stesso anno in cui si stampavano i Canti Orfici aveva pubblicato Imperialismo pagano sulla rivista “La salamandra” e dopo essere entrato nel movimento futurista, aveva fatto parte del comitato direttivo della rivista Lacerba. “L’influenza di Reghini su Papini e Prezzolini, nonché su tanti protagonisti dell’avanguardia fiorentina e persino del futurismo, è da più fonti attestata. […] pubblicamente poco loquace ma onnipresente: il giovanissimo Viviani lo conobbe alle Giubbe Rosse insieme a Ardengo Soffici, Italo Tavolato […] Giuseppe Vannicola, e alcuni altri, commensale abituale di Däubler, il poeta triestino con cui Campana poteva dialogare e discutere di una sua opera letteraria pressoché sconosciuta in Italia: Das Nordlicht .Theodor Däubler, triestino prima, cittadino del mondo poi, passava gran parte della sua vita pellegrinando nelle più importanti città europee, conducendo una vita magra e di privazioni ma al contempo godendo del dolce far niente garantito da occasionali mecenati conosciuti in circoli esoterici. La sua identità culturale si era formata tra Venezia, Vienna, Parigi, Firenze e poi Berlino. Il poeta aveva destato attenzione non tanto per la gigantesca opera Das Nordlicht, oltre trentamila versi, bensì per la figura trasandata tipicamente bohémien. La stessa impressione fu suscitata negli intellettuali vociani durante il suo soggiorno a Firenze. Non di certo a Campana. Il manoscritto del Nordlicht era stato consegnato a larghe distanze di tempo Marrucchi, lo studioso di mistica appartenente al Circolo di Filosofia di Piazza Donatello. È molto probabile infatti che proprio nell’ambiente culturale fiorentino Däubler abbia affinato la sua cosmogonia, “fra il pensiero tomistico di Neal e la metafisica volontaristica di Amendola, fra il riveduto pragmatismo filosofico di Mario Calderoni e la mistica metafisica di Piero Marrucchi, e la nascente filosofia mefistofelica di Papini” Ma è altrettanto plausibile che Dino Campana conoscendo le lingue meno il russo , avesse letto senz’altro le liriche di Baltrušajtis nella traduzione del marzo 1912 di Eva Amendola Kühn. Arturo Reghini assieme a Giovanni Amendola, Giovanni Papini, ateo convinto, erano il riferimento silente di un complesso movimento di idee e di ideali che ruotavano attorno ai caffè fiorentini che diventavano “nel contempo, casa, studio, ufficio, rifugio occasionale, patria del sapere, ritrovo d’amici, spazio d’accoglienza per il viaggiatore e zattera per l’esule.” In una di quelle sere d’inverno di gennaio del 1915 dopo aver ascoltato l’ennesimo ragionamento del maestro esoterico Reghini, cominciato con l’elogio della metempsicosi, Campana, ubriaco s’infuriò cominciando a inveire contro i letterati fiorentini, usando verso di loro frasi ritenute ingiuriose proclamandosi in piedi su un tavolo “poeta della quarta Italia”. Furono cacciati fuori dal proprietario e il giovane scrittore Giacomo Natta avendo assistito alla scena la descrisse così. “Dalla baruffa, non ci scappò il morto; ma credo che poco ci mancasse. Se la pesante mazza sospesa sul capo di Campana non fosse stata trattenuta a tempo, gli avrebbe forse spaccato il cranio… Era circa l’una quando uscimmo da Ponte Vecchio e volgemmo per lung’Arno Acciaioli, nebbioso e deserto. Sbucarono da un andito dov’erano appostati, corsero verso di noi e ci furono addosso. Campana si slanciò contro Reghini, e i suoi compagni tentarono di metterglisi davanti per impedire a noi di difenderlo e di separarli. Fu un parapiglia. Parte dei colpi diretti a Reghini furono deviati e menomati. Sbattuto or di qua or di là gemeva pallidissimo. Campana, barba e capelli scompigliati, mostrando una schiena vigorosa e triviale, picchiava, dinoccolato, mandando dei sibili, dei sospiri di soddisfazione profonda, di copula. Gli ridevano gli occhi di una specie di gioia selvaggia. Passò una vettura a botticella, dove Reghini fu introdotto. Gli sedette accanto la guardia del corpo. Affacciandosi dal finestrino aperto Campana sputò in faccia al suo bersaglio: “te”, gli disse facendogli con una mano le corna: “prendi”. Lo afferrammo, scivolò per terra, si rialzò e inseguì, per poco, la vettura. Pareva un manigoldo teutonico.” Schiaffi, pugni e botte nella gelida Firenze dei lungarni. In un sol colpo si era scrollato di dosso qualche anno di incomprensioni e malintesi; probabilmente aveva inteso centrare un presunto aguzzino con i suoi riti di passaggio iniziatico. In fondo è sempre la stessa storia: Orfeo tormentato dalle Menadi e dal ballo dei Coribanti.

 

 

L’accusa di plagio sulla Voce

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CARLO MARTINI

Gustavo Botta

REBELLATO EDITORE PADOVA

Ecco la polemica svoltasi su LA VOCE riguardante

i plagi di Giuseppe Vannicola

 

*  * *

« Milano, 19 marzo 1913. — Caro Prezzolini, Rileggo l’articolo intitolato Il settimo comandamento e, invece di mandarlo a lei come mi proponevo di fare, senza esitazioni o rimpianti lo getto nel cestino. — Cosa vuole? Il giustissimo sdegno, che giorni sono mi dettava parole di molta violenza, è tutto caduto; e quel subitaneo mio turbamento si risolve in un sorriso. — Ora, con animo pacato e indulgente giudicando i fatti medesimi, mi sembra inopportuno inferire contro uno sciagurato, il quale scrive e non sa scrivere, traduce e non sa tradurre, plagia smaniosamente e non sa nemmeno plagiare. Continua a leggere

Alberto Viviani: Il tragico «dandy»

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Non ho mai conosciuto — né potevo del resto averlo conosciuto — Verlaine; ma tutti mi dicevano che Giuseppe Vannicola gli somi­gliava perfettamente nella vita e nella spiritualità; che era insomma il ritratto moralmente pietoso del pauvre Lelian degli ultimi anni.

Conobbi molto bene Vannicola in una sera piovosa del novembre del 1913 alle «Giubbe Rosse». Avevo lasciato da poco Palazzeschi ed entravo nel caffè per salutare gli amici. Egli era seduto tutto curvo in avanti sull’orlo della sedia e siccome il capo gli toccava quasi la tazzina del caffè non fece lo sforzo consueto di alzare gli occhi per vedere il nuovo venuto. Magro, capelli tutti bianchi pettinati e ben divisi, faccia ossuta e violacea, bocca piccola e tagliata ad arco. Se rideva pareva la risata di un teschio e faceva impressione: era un gorgoglìo intermit­tente che saliva uguale e sommesso da quel corpo tutto contratto e spasmodico. Quando qualcuno gli disse il mio nome fece uno sforzo per guardarmi e mi porse la mano. Una povera mano rattrappita che doveva essere stata molto bella. Non sapevo nulla di lui, ma lo guar­davo senza alcun senso di pietà; perché la rovina di un uomo appena trentenne che mi stava davanti, suscitava in me più ammirazione che pena. Continua a leggere

Enrico Gurioli su Vannicola

Barche amorrate

Dal libro di Enrico Gurioli, “Barche Amorrate”, ed. Pendragon, ecco un bel brano dedicato a Giuseppe Vannicola.

 

La redazione ringrazia l’amico Enrico per averle permesso la pubblicazione.

Dino Campana restava un essere misterioso, oscuro e inquietante anche se la sua momentanea fama era arrivata fra quei tavoli dei caffè fiorentini, diventati  sempre meno ostili,  dove non c’era più Giuseppe Vannicola avendo egli  scelto di terminare la sua esistenza terrena a Capri, l’isola in cui i nomi più illustri della letteratura, della storia, della musica, dell’arte del suo tempo andavano per trascorrere l’inverno.[1]  Capri era di moda; diventata non solo per gli stranieri una moderna Babilonia mediterranea: tutto vi era permesso, comportamenti licenziosi, sfrenate passioni etero e omosessuali, orge che facevano rivivere i tempi dell’ imperatore Tiberio, il quale vi aveva costruito una sontuosa residenza che, secondo la tradizione, era teatro di dissolutezze. Continua a leggere