Pierpaolo Lazzaro, la Tesi. L’introduzione

INTRODUZIONE

Le parole, nostre eteree e volatili amiche, a volte si librano davvero alte, quasi fossero uccelli delle tempeste intoccabili dalle onde, e si oppongono all’indifferente incomprensione del tempo, acquisendo addirittura poteri profetici, come nell’assaggio testuale, introduttivo a questo lavoro, estratto dall’articolo dal titolo Qualche cadenza. La Gloria, pubblicato da Giuseppe Vannicola sul periodico “Il Vaglio”, nel numero dell’1 aprile 1913.

Nel dominante regno della produttività ad ogni costo, iniziato con l’acclamata era industriale, dove la bilancia deve sempre essere in pari, per cui anche un solo fallimento non è concesso, queste parole mi affascinano, ma una domanda mi sconvolge: quale paziente Musa può continuare ad amare un artista di fronte ad una vita fatta solo di umilianti delusioni e di dolorose incomprensioni?

Una Musa altisonante certo, ma la tanto anelata gloria Giuseppe Vannicola non la guarderà mai in viso, né in vita, egli morirà infatti vestito soltanto della sua povertà, né in futuro, dal momento che il suo nome quasi “maledetto” verrà per sempre cancellato dalla storia.

Eppure una volta conosciuto, e ciò lo dimostrano i suoi carteggi con alcuni grandi scrittori del proprio tempo quali  André Gide, quest’uomo non può essere dimenticato, la sua anima “magica e ammaliatrice”, avvolge ogni cosa in una nebbia onirica, densa di luci soffuse.

Un giorno sfogliando per caso un libro  poco appariscente, dal titolo Il veleno edito dalla Sellerio Editore, peraltro unico suo testo esistente tuttora in circolazione, ho incontrato il Vannicola e subito, nonostante le innumerevoli difficoltà riscontrate nel reperimento dei suoi testi, ormai rintracciabili solo in antiquarie edizioni novecentesche, ho sentito il desiderio di poter parlare di lui e della sua eccentrica concezione artistica, fortemente intrecciata alla sua vita, unica forse nel panorama letterario italiano.

Proprio da qui nasce questo mio lavoro, da un personale atto di onesta giustizia nei confronti di una personalità originale e forse per questo maltrattata e ghettizzata, che ha pagato a spese del proprio stesso nome la colpa di non essere capita e ascoltata, una colpa questa, che se può essere concessa ai suoi contemporanei non può essere scusata a noi posteri, che coronati dalla saggezza degli anni trascorsi, abbiamo “l’onere” di tributare onori e meriti a chi non li ha mai ricevuti prima.

In queste pagine, cercherò di dare, attraverso il percorso spirituale e letterario dell’autore, un’idea di come la sua figura di “mistico bohémien”, orfana del boulevard di Mont-Parnasse, si nutra dei temi cari al Simbolismo francese, impreziosendoli della sua assai personale sensibilità musicale e religiosa, che lo porterà a sperimentare diverse forme di scrittura; una scrittura che vuole fotografare con l’inchiostro il continuo movimento delle “luminose ali” dell’anima vannicoliana.

Magiche visioni si materializzano davanti agli occhi dell’incuriosito lettore, ed ecco che un sacrale profumo d’incenso si spande per abbandonati chiostri, echeggianti del canto dei monaci in preghiera, mentre bianche vergini scosse da languori metafisici cercano pose fascinose.

 La fantasia del nostro dandy volteggia senza timore e si addentra in verdeggianti giardini, distesi agli odori freschi della sera per ammirare auliche rose sedotte dai voluttuosi raggi di un sole crepuscolare.

Un ringraziamento fondamentale è d’obbligo da parte mia al compianto prof. Ferdinando Gerra, che con il suo volume Musica, letteratura e mistica nel dramma di vita di Giuseppe Vannicola è stato sinora l’unico ad occuparsi, con serio impegno critico e documentario, di quest’autore dimenticato; senza il suo contributo il mio sforzo sarebbe stato vano.

Ma un altro ringraziamento, per me doveroso, è per il prof. Nicola Merola che ha “imbrigliato” la mia ostinazione consentendomi, con la sua sapiente  guida, di affrontare questo faticoso impegno.

È proprio vero: «Siamo dei nani sulle spalle dei giganti».

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