Pierpaolo Lazzaro, la Tesi. Capitolo I

                     Parte prima

                  CAPITOLO I

           IL CONTESTO STORICO E CULTURALE

                                                                      Colui che si tiene più

                                                                                lungi dal proprio secolo,

                                                                      è altresì colui che

                                                                                                        meglio lo rispetta.

Oscar Wilde, Aforismi[1]

 

1.1 L’altra faccia della medaglia

Una strana congiuntura astrale è quella che sovrasta i cieli d’Europa tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900. Sembra quasi che una nuova mitica “Età dell’Oro” sia alle porte, dal momento che la pace, la prosperità e il progresso sono gli elementi che caratterizzano quegli anni.

Sia i prodotti agricoli che quelli industriali, erano disponibili in quantità e a buon prezzo grazie ai mutati metodi di lavoro in fabbrica e all’uso di fertilizzanti e macchine nei campi; lo sviluppo dei trasporti inoltre consentiva lo spostamento dei prodotti stessi ovunque sconfiggendo in parte il fenomeno delle carestie.

I viaggiatori diventavano migliaia, grazie ai transatlantici, ai treni e ai palloni aerostatici, le comunicazioni erano rese immediate dal telegrafo e dal telefono e le case cominciavano ad essere illuminate elettricamente.

Il suffragio universale maschile veniva concesso in quasi tutti i paesi più evoluti; i lavoratori si organizzavano in sindacati liberamente e antiche malattie come il colera, la TBC e la malaria venivano debellate nei paesi ricchi.

Un sereno ottimismo insomma e un’estrema fiducia nel progresso aveva portato tutti gli uomini a credere che ogni problema fosse ormai risolvibile dalla scienza.

In realtà non tutto era così bello come sembrava dal momento che gli aspetti positivi finora ricordati esistevano per un numero limitato di benestanti, destinatari di una stampa che esaltava solamente ciò che di buono accadeva nel mondo, non nominando neanche la dura condizione delle donne, escluse tra le altre cose anche dal diritto di voto, quella degli operai, spesso sfruttati senza pietà e quella dei contadini, costretti a vivere nella privazione.

Intanto nei diversi stati si sviluppava la coscienza e l’orgoglio della propria storia, della propria cultura e del proprio ruolo internazionale, fattori questi, che non facevano altro che radicare ancor di più la convinzione che i paesi tecnicamente più evoluti avessero il diritto e il dovere di guidare anche lo sviluppo dei paesi più arretrati.

Nient’altro che egoismi e calcoli camuffati da nobili propositi si celavano dietro queste buone intenzioni, poiché sicure della propria superiorità alcune nazioni pensavano che alla potenza economica dovesse corrispondere una pari potenza politica da esprimere imponendo agli altri Stati trattati economici ingiusti e sfavorevoli.

Siccome gli Stati Uniti d’America diventavano più ricchi delle nazioni europee e l’industria della Germania stava sorpassando in crescita quella dell’Inghilterra e della Francia, aumentarono  le tensioni internazionali tra Europa e U.S.A. e tra gli stessi paesi europei, per cui mentre alcuni Stati come l’Italia, il Giappone e la Germania crescevano, la Francia e l’Inghilterra temevano per la propria supremazia politica ed economica.

In uno scenario così competitivo la forza militare era il fattore che poteva fare la differenza, e a questo scopo il progresso tecnologico in corso non poteva che essere di grande aiuto per la costruzione di armi sempre più potenti, utili per intimidire e per ostentare la propria grandezza.

Da non dimenticare inoltre che la corsa agli armamenti favoriva la crescita delle industrie che ricevevano le commissioni statali e queste di conseguenza influivano pesantemente sulle scelte dei diversi governi.

La precaria stabilità tra le nazioni, già messa a dura prova dai motivi di tensione prima nominati, sarà definitivamente logorata da tre “tarli”: il desiderio di gloria della Germania, favorita da un’inarrestabile ascesa economico-militare; il sogno di rivincita della Francia, ancora scottata dalla terribile umiliazione di Sedan del 1870, che era costata la perdita della Alsazia e della Lorena; l’imminente scoppio del “vulcano balcanico” dove l’impero turco, da tempo in disfacimento, aveva perso la sua influenza dando così libero sfogo alle aspirazioni indipendentiste dei popoli slavi in contrasto con le smanie espansionistiche della Serbia, protetta dalla Russia desiderosa di uno sbocco sul Mediterraneo, e dell’impero austriaco, che aveva occupato la Bosnia nel 1908.

Alla difficoltà dei rapporti internazionali si affiancava all’interno dei singoli Stati quella dei rapporti sociali; dal momento che si esasperava il conflitto tra capitale e lavoro e si accendeva la lotta di classe, poiché l’alta borghesia, realizzata la grande rivoluzione industriale, cercava di fare dello Stato lo strumento di conservazione dei privilegi ottenuti generando così la reazione del proletariato, che alimentato dalle idee marxiste e sindacaliste, minacciava di rovesciare l’ordine costituito[2].

Ormai l’egualitario spirito liberale dell’Ottocento non era che un ricordo sbiadito, l’Europa era destinata al baratro della distruzione e il 1915 sarà l’anno in cui i fucili faranno fuoco dando vita alla guerra più grande che fino ad allora si fosse mai vista.

I versi di Giuseppe Ungaretti, scritti il 27 agosto 1916 dal Valloncello dell’Albero Isolato,  possono  rendere testimonianza di  un tale orrore forse meglio di altri giri di  parole:

 

                                   Di queste case

                                   non è rimasto

                                   che qualche

                                   brandello di muro

                                   Di tanti

                                   che mi corrispondevano

                                    non è rimasto

                                    neppure tanto

                                    Ma nel cuore

                                    nessuna croce manca

                                     E’ il mio cuore

                                     il paese più straziato[3]

1.2 L’età delle incertezze

Nell’ambito culturale questa condizione, suscitando un notevole senso di incertezza e la sconvolgente sensazione di affrontare una svolta decisiva della storia umana, comportava così nel mondo intellettuale il crollo della certezza positivistica nella ragione e nella scienza.

Alcune rivoluzionarie scoperte nel settore della fisica avevano annullato l’ambizione di dominio assoluto dei principi convenzionali della conoscenza scientifica; e, d’altra parte, le sintesi affrettate di scienziati inventatisi filosofi facevano palesemente notare le ristrettezze di un sistema di pensiero che si basava su uno scadente e immobile materialismo, declassava la ragione a una semplice annotazione di fenomeni e derubava l’uomo facendolo sprofondare in un meccanico universo fisico, della sua libertà, ignorandone l’abilità inventiva e la coscienza storica.

Questa scomparsa della fiducia nel metodo scientifico condusse a una totale svalorizzazione della ragione e della scienza e ad un’inedita apparizione dell’irrazionalismo decadentistico.

L’affermazione dell’uomo come libertà si tramutò in celebrazione sfrenata dell’io e della sua potenza operativa, pensata quasi come una forza magica in grado di originare il mondo secondo il suo pensiero e il suo volere, o meglio, il suo arbitrio, la sua volontà di potenza, e si concretò nel culto estetizzante della personalità eccezionale.

Vennero poi adattati al mondo della storia e promulgati con toni eloquenti alcuni temi del pensiero positivistico, come la legge della “selezione naturale”, cioè della sopravvivenza, nella lotta per la vita, degli individui e delle specie più forti e di qui scaturirono l’attivismo e il razzismo, l’idea del superuomo della razza e del popolo eletto, il culto del barbarico e il disdegno degli principi democratici.

Eppure, nonostante questa sembianza volontaristica e decisa, l’irrazionalismo decadentistico manifesta, anche in questa sua fase bellicosa, una fragilità; esso infatti scaturisce dalla caduta d’ogni antecedente ideale etico, culturale e spirituale, e dal consecutivo sconforto di riuscire a comprendere il mondo e le cause della realtà, sconforto che inutilmente il culto dell’io e il mito dell’azione per l’azione tentano di nascondere.

Per questo, estetismo e angoscia esistenziale risultano essere le due componenti centrali e complementari della cultura del Novecento.

L’estetismo, anche quando si privi dei toni superumanistici dannunziani, è un tentativo di aderire misticamente al flusso vitale, cercando di disporlo in una struttura elitaria e isolata, un ideale di vita eroica e autosufficiente che negli istanti di più vero ripiegamento interiore si mostra come fugace sogno.

Di qui viene fuori il senso della vita come caducità e dolore, come disinganno e nulla, un argomento, questo, che verrà ripreso ed accentuato dalle filosofie dell’Esistenzialismo.

A questo clima di disagio prese parte anche la scoperta, da parte del medico austriaco Sigmund Freud d’una nuova scienza, la psicanalisi che esamina la psicologia del profondo, cioè la zona inconscia dell’io, intesa come il perno e la dimensione autentica della vita interiore.

La nuova scienza permetteva di penetrare zone ignote della coscienza e forniva un’immagine più veritiera dell’uomo e alla creazione di nuovi rapporti etici e sociali, e per questo ebbe (ed ha tuttora) una notevole influenza su molti scrittori del Novecento.

Ma in modo particolare in origine diventò un nuovo elemento di crisi e collaborò anch’essa alla glorificazione dell’irrazionale, contro la ragione e la coscienza[4].

L’ansia presto sfociata nell’inquietudine che tormentava ciascun intellettuale echeggia nei numerosi –ismi (decadentismo, estetismo, dandismo, crepuscolarismo, futurismo, cubismo, dadaismo, etc) tipici di questi primi quindici anni del secolo, che manifestano una nuova ed esasperata volontà di rinnovamento in ogni aspetto della vita culturale, dall’arte alla scienza.

Per mezzo di questo nuovo impeto creativo le forme letterarie ottocentesche, ancora vive in grandi autori la cui vita si inoltra ampiamente nel nuovo secolo, sono del tutto sorpassate con lo sconvolgimento sia della struttura metrica, utilizzata da secoli dalla poesia, sia della distinzione dei generi letterari.

Per fare l’esempio di un genere che ha caratterizzato i due secoli precedenti, e l’Ottocento in modo particolare, prendiamo il romanzo, che entrato in crisi si ripropone (come nel caso dell’Ulisse di Joyce) senza la sua forma consueta.

Un senso della vita fortemente pessimistico si presenta in tutti gli scrittori più rappresentativi dell’epoca: ora irrompe tragicamente, ora è racchiuso nella loro sofferta ricerca o nel loro atteggiamento di triste abbandono.

Solitamente, essi tentano di respingere il dannunzianesimo fastoso e le sue pose estetizzanti e superumanistiche, per riallacciarsi alla vena più interna del Decadentismo europeo, cioè al Simbolismo francese (Verlaine, Rimbaud, Mallarmé, Baudelaire, etc.).

Ma in tal maniera pervengono alla certezza della scomparsa d’ogni credo e dell’isolamento dell’io, smarrito in un mondo non più adattabile a una dimensione umana.

L’arte moderna percepisce sempre più la presenza, dietro la realtà manifesta, d’un mistero che acquista le inaccessibili sembianze del nulla e dell’assenza[5].

Anche se in un modo del tutto singolare ed eccentrico, su questa scia proprio in quegli anni si pone il nostro Giuseppe Vannicola, che nella figura di Filippo, suo alter ego nel Distacco. Liturgia della  terza persona, delinea il proprio rapporto conflittuale e disincantato  con il suo tempo, mostrando l’ironica cura da lui stesso scelta per    reagire all’amaro senso di inutilità da esso generato:

Filippo era un giovine come se ne staccano pochi sul fondo comune della nostra democrazia, che ha fatto dell’uguaglianza un codice.

Disgraziatamente egli passava la sua giovinezza a fare un enorme consumo di sigarette e a dissipare qualche sensualità e qualche metafisica, le sole risorse che siano rimaste per noi che non abbiamo fatta l’Italia, – e ciò giovava le sue predisposizioni ad un dilettantismo contemplativo e gli faceva ornare la bottoniera di rose appassite[6].

Note

[1] O.Wilde, Aforismi, trad.it.di B.Chiaria, Newton Compton, Roma, 1993, p.21.

[2] Cfr.  M. Pazzaglia, Scrittori e critici della letteratura italiana, vol. 3, Zanichelli, Bologna, 1991, p. 837.

[3] G. Ungaretti, Vita di un uomo. Tutte le poesie, a cura di L. Piccioni, Arnoldo Mondadori, Milano, 1994, p. 51.

 [4] Cfr. M. Pazzaglia, Scrittori e critici della letteratura italiana, op. cit., pp. 838-839.

[5] Cfr. Ibidem, p.840.

[6] G. Vannicola, Distacco. Liturgia della terza persona, Bernardo Lux, Roma, 1908, p. 17.

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