Vittorio d’Aste su Lionello Balestrieri

anni


L’OPERA DI

LIONELLO BALESTRIERI

Premessa critica di Vittorio d’Aste

Firenze : Edizione di Giannini & Giovannelli, [1 9..?]

 

Se esprimersi esprimere è vivere, il Pittore Lionello Balestrieri, nato a Cetona il 12 settembre del 1872, ha una vita intensa, tutta ricca di una singolare ventura, di una originale espressione.

Non ostante la clamorosa disposizione all’arte, le casalinghe ristrettezze gli impedirono di avviarsi subito agli studi regolari per alimentare e disciplinare il fuoco del suo genuino talento. Covando la bella fiamma nella trepidazione dei primi sogni do­vette così passare nel paese natio quindici anni della vita sfo­gandosi con la gioia dell’innocenza a disegnare e a dipingere, maestro di se stesso, obbedendo ardente alla passionalità istin­tiva, alla prepotente interiorità creatrice. In Cetona, che adesso è orgogliosa della gloria che ne illumina la schiva fronte, tutti ricordano come egli tentasse trasognato i freschi estri dell’ado­lescenza dipingendo nelle botteghe dei carrai sui pannelli dei carri rossi, che son le berline dei bovi, mosse figure e motivi allegorici.

Trasferitasi a Roma la famiglia, egli gusta la semplicità essenziale di poter frequentare l’Istituto di Belle Arti che gli consentirà di educare le felici attitudini alle severe esigenze dell’arte al cui apice temerario, come ammaestrano gli antichi, non si giunge senza il corroborante cilizio degli studi. Seguendo successivamente la famiglia a Napoli prosegue un altro anno di Accademia. Purtroppo, l’assillo del pane lo costringe a pie­garsi alla umile decorazione di ambienti minori, non senza un’accorata amarezza e lo struggente desiderio di darsi all’arte vera e grande che lo invocava suo. L’insegnamento fecondo e la generosa assistenza ch’ebbe in Napoli dal Maestro G. Toma sono oggetto del suo commosso ricordo in note biografiche che il nostro va annotando e che converrà, per certo stile efficace e pretto, salvar dalla polvere.

Sempre schiavo della dura e capricciosa necessità, s’acco­muna col Risi, decoratore di grido, nella assolata Città parte­nopea. Ma quando Morelli e Palizzi, così diversamente grandi Maestri di italiana pittura, assumono la direzione dell’Istituto delle Belle Arti, Balestrieri, per non privarsi dei veri vitali di così insigni tavolozze, ridiventa scolaro, bramoso di riuscire artista peritissimo, tecnico infallibile, tesaurizzatore assiduo di modi antichi e nuovi e meritar rinomanza.

Fatto ricco di così preziosi insegnamenti, tuttavia, poiché la vita difficile lo stringe alla gola, con la Patria nel cuore, emigra all’estero e si inurba a Parigi, la metropoli dalle mille sirene che lo abbacina e sconvolge, abbeverandone di visioni tragiche e patetiche la onnivaga fantasia. Sul principio troppo solo e come smarrito nella immensa città straniera con l’avvi­limento d’un lavoro accettato soltanto sotto l’imperio greve del vivere; poi la consolazione d’un fraterno amico, che il destino gli dona, suo compagno di mensa, di letto e di sogni sembra appropiziargli il viaggio favoloso dell’arte; senonchè, glielo ruba la morte cattiva che gli spira tra le braccia venando di tragicità il suo carattere dedito alle febbri eccitatrici della malinconia. Scorre per lui una vita misera, tra angosciosa e terribile, che ne impegna lo spirito avido di spaziare coi fantasmi della bel­lezza, l’inviolabile dea che esalta ed avvilisce i desiderosi di coglierla. Ma questa miseria sconsolata non è senza paradiso. Ecco che il signore dell’imprevisto gli concede il premio d’altro amico d’eccezione col quale si stringe in fraternità di sentimenti e di aspirazioni sublimi: è il violinista poeta Gino Vannicola, spirito sensibilissimo, ghiotto di spirituali esperienze, musico meraviglioso, esteta eminente, raffinato ed audace che incita con l’eloquenza della passione per la beata riva dei gaudi estetici Lionello Balestrieri a tentare le vette supreme. La grandezza d’un’amicizia non si misura dai beni materiali che talvolta arreca, ma sì bene all’impulso ch’ella determina in rari spiriti chiusi, all’ansia subitanea ch’ella solleva in un uomo d’arte d’azione o d’accidia o di mercatura, secondo ammonisce e di­scopre Gabriele d’Annunzio nel Libro Segreto. Così, nel sog­giorno parigino, l’amicizia di Vannicola operò a maraviglia sull’anima di Balestrieri che, tre anni dopo il suo ingresso nella più raffinata delle Capitali europee, era accettato al Saion, banco di prova degli artisti autentici, con un significativo ritratto; e successivamente i dipinti: aspettando la gloria e la morte di Mimi, esposti nello stesso luogo, ne consacrano l’ingegno po­tente a servizio di una calda penetrante fantasia e di magistero stilistico. Il secolo si conchiude ponendo fine alle dolorose vi­cende di Balestrieri che col Beethoven (1900) esposto al Salon e ora al Museo Rivoltella di Trieste, s’incontra con la gloria: la giuria gli assegna il primo premio e il giorno seguente tutta Parigi proclama il nome di questo grande artista senza curarsi che non è francese. Ebro di trionfo, il cetonese, ritorna a Napoli per rendere omaggio di affettuosa gratitudine a Dome­nico Morelli, che col Cristo deriso s’è consegnato immortalmente alla storia; siamo nel 1902, e lo trova morente: come vede il grande Maestro così lo ritrae; e il dipinto Memorando gli ultimi giorni di Domenico Morelli, esposto a Monaco e a Venezia, leva alla critica nuove lodi per l’ormai celebre autore.

Adesso, più che mai, Balestrieri fatto forte per aver conosciuto e trionfato della pena di certi umili mestieri, il sa­pore del pane in un mendicante famelico, la sensazione che dà la corda al collo di chi sta per essere impiccato e inebriato dall’iddia miracolosa che non consente indugi nè debolezze negli adoratori, dipinge, prigioniero dell’euforia dei colori, nel quin­dicennio che va dal 1905 al 1920, i quadri : La lettura, acqui­stato dal Governo francese per il Museo del Lussemburgo, Chopin, Birreria a Montmartre, l’attesa presso Veditore, la moglie del poeta, mattutino, Gabriella, i lavori della metropo­litana, la pioggia, il pazzo e i savi, la bambina dei nastri, nello studio del babbo, tutti a olio superbi, e, poi, una serie di acqueforti colorate, assai suggestive, fra le quali: Parsifal, i Vespri, serenata, il pastore, la fattoria, l’aratura, marcia funebre, la bisca, racconto di caccia, dove egli espande la possa feconda del suo nobile ingegno.

Si prolunga, accordandogli privilegiate soddisfazioni, il suo soggiorno parigino, interrotto a quando a quando da qualche visita a Napoli, sua città adottiva, alla quale si restituisce de­finitivamente alla fine della guerra mondiale, che nessuno allora avrebbe giudicata preludio soltanto a quella sterminata e ster­minatrice che sconvolge oggi la terra, la quale è tutta un assalto terribile di stirpi fameliche. 0 utopia della pace terrestre! Senza questo miracoloso sogno che è l’arte liberatrice, l’uomo senti­rebbe l’ignominia d’un fato di loto senz’ali; mediante essa, invece, egli partecipa dell’origine divina perchè l’arte è il crisma del perenne sull’effimero, è l’anelito sacro che accende all’im­mortale, è l’aureola iridescente e magica che constella l’oscura fronte dell’uomo.

Nella incantevole Partenope Lionello Balestrieri, passato sulla bocca dei critici d’arte, ricordato nei giornali del mondo, riceve accoglienze condegne: un posto accademico lo investe di autorità; è prima Direttore del Museo Industriale e, successi­vamente, preposto alla Direzione dell’Istituto di Belle Arti, nel quale ufficio profonde gli inestimabili tesori della sua compe­tenza, tecnica e della doviziosa sua arte, di cui è voce nei dizionari attivi dal Comanducci al Bènèzitt e sulla quale disqui­siscono critici come Pietro Scarpa e Mario Labò, Alfredo Schet­tini e Ettore Fabietti, Mauzzan e Giuseppe Calogero, Carlo Curcio e Pierre La Touche, una delle maggiori voci della terra di Francia. Anche ella ebbe l’ambito elogio dello squisito can­tore napoletano Salvatore Di Giacomo che per essa scrive una pagina di commossa poesia.

Davanti all’imponente panorama delle sue opere s’accende l’acume critico, la severità concisa, l’ignudo esame che vale meglio, del ditirambo elogiastico, che mal conviene a vera arte.

L’arte di Lionello Balestrieri ad un meno superficiale esame trova la sua chiave in quella di Domenico Morelli che rappresentava figure e cose non viste, ma vere e immaginate ad un tempo; e anche un poco in quell’altra, così diversa, di Filippo Palizzi, il quale ammoniva che in arte non esiste il sog­getto, che le idee sono superstizioni, che la pittura consiste tutta nel sentimento e nella esecuzione. Così talvolta Balestrieri immagina e vede con la fantasia; tal’altra, a occhi aperti, vede le campagne, gli animali, i contadini esistenti prima di dipin­gerli. In lui è pur la coscienza che l’arte, fuori del gioco freddo e calcolato degli artificiali estetismi da lui testimoniato nella breve esperienza futurista, in cui, peraltro, reagì originalmente (si osservi il quadro la sonata), deve obbedire alle espressioni delle necessità mistiche ed emotive dello spirito umano, cer­cando nel profondo dell’anima propria la forza per esprimere in pure forme il mondo morale e poetico che è, per chi non lo sapesse, patrimonio latente dell’anima collettiva.

Lo scenografico e perfino il rettorico in alcune opere più vistose che vitali contendono con le indiscusse virtù tecniche di disegnatore e di pittore dell’eminente artista che, non ostante operanti riverberi dell’Impressionismo francese, confessa una mera vena macchiaiola.

Dopo tutto, il fiato segreto della sua pittura è la musica, che fu detta la più profonda parola sull’essenza del mondo. La melodia primordiale lo incanta. Dicono che Balestrieri lascia il pennello immantinente se l’aria, come avvenga, sia rotta da un canto. La sua tecnica è multipla, eclettica e si piega extempore a confessare l’emozione. Non è agevole chiuderlo in una defi­nizione e riepilogarne gli elementi del carattere. La pennellata è rapida sicura, piuttosto asciutta che grassa. L’impronta è to­scana, ariosa, trasparente. I suoi paesaggi hanno la sensibilità del mondo che si trasfigura d’attimo in attimo, quando la luce è il principio di una sinfonia composta sopra un tema unico o quando nel vespero la forma è di continuo variabile e il colore ha l’intensità d’uno sguardo fuggevole continuamente rinnovel­lato e variato.

Al senso vasto della composizione, Balestrieri congiunge l’immediatezza espressiva sfoggiando tale tastiera d’accordi, tale ricchezza d’accenti da parer prodigio. Con foga di innamorato egli coglie l’attimo fuggente, ora luce ora ombra, ora lieto ora triste, ora delicato ora virile, sempre veridico e tuttavia scon­certante per gli imprevisti modi della sua cromatica orchestra­zione. Note di tenerezza squillante, di tonalità ineffabili sono testimoniate in una generosa collana di tavolette pregevoli, ricche di succo pittorico, dipinte perchè sentite, nitide e fresche. Son paesaggi gioiosi, cieli crepuscolari, paesi in altura, giochi d’alberi e di nuvole, panorami collinosi e irrigui, nel tripudio del sole, nella trasparenza dell’aria, nei vapori mattutini, nei grigiori lucenti del vespro ch’egli esprime con la spattola o col pennello per il nostro incanto, georgico celebratore della dolce campagna toscana. E che toni di verdi, che nitidità d’orizzonti, che se­quenze di piani, che contrasti di masse e di dettagli nella vi­sione ben fusa e tutta in fuoco, scrupolosa e senza pedanterie, ma onesta nel disegno maestro, senza lenocinii, sul vero pos­seduto con caldezza poetica, tutto a fiore di luce.

Alla vibrante fantasia che ne soccorre gli estri inventivi, sì che è ricco di argomenti diversi e suggestivi, soccorre un gran sentimento, che è poi il segreto della sua forza espressiva. Se non senti generosamente e con squisitezza non puoi raccon­tare; l’emozione lirica scorre dalla tavolozza tanto più copiosa e veemente quanto più il cuore parla sensibile e convinto; le virtù del volo trasognato son doti dei sensitivi, dei cordiali in cui l’onda del sangue emotivo si tramuta in immagine. Si av­vivano così le molteplici acqueforti colorate come : la morte di Girano, Mefistofele, Vaddio, il treno nella notte, il 14 luglio a Parigi, dove mediante una tecnica magistrale, mischiando bulini a pennelli, in un modo ch’è suo, riesce ad effetti stupendi.

L’imbarazzo della scelta ci prende esaminando le opere in Catalogo adunate con gusto e perizia di selezione. Sia detto di passo che le opere in Italia di Balestrieri sono poche: esse sono collocate generalmente in Quadrerie e in Collezioni private.

La spinta a creare un capolavoro della pittura moderna, il Beethoven, il cetonese l’ebbe da una sonata di quel virtuoso estatico del violino che fu Gino Vannicola, raffinato decadente e poeta, nato alle allucinazioni dei fantasmi e dei suoni. Sog­getto austero, magnifico e terribile che Balestrieri affronta e risolve con rapita lucidità. Il Mago possente della sinfonia, uno dei più alti geni della Umanità, colui che basterebbe da solo a testimoniare in terra l’origine divina dell’uomo, il cui cuore orfico s’aprì come un fiume ad inondare di bontà di dolcezza di estasi l’arida miseria dei poveri mortali, trova in Balestrieri un evocatore insuperabile. L’Artista è riuscito a creare un’atmosfera abissale, una tempesta sonora che som­merge e imparadisa gli ascoltatori : « l’Angelo sordo assetato d’amore », cantato da Giovanni Papini, titano immortale, di­resti travalichi la scena, esca dallo spazio in cui l’ha evocato il Pittore e versi la smisurata anima canora sul mondo sbigottito.

Nel bozzetto extempore, di getto immortalmente vivo, i protagonisti nascono e respirano come per miracolo : il quadro ne riecheggia stupendamente i motivi.

Anche il Notturno riassume il pathos che emana dalla mu­sica del genio polacco, Chopin, dal cui cuore inesausto sgorga perenne una dolcezza eh’è pianto, una soavità eh’è sogno, un abbandono eh’è liberazione. L’opera è orchestrata su due luci : la rossa artificiale e la lunare a scie viola e argento. Sui volti di ognuno è un sentimento deciso e diverso. La musica è una sola ma ogni anima ne vibra con proprie risonanze: c’è un vecchio che ascolta rivivendo tutti i suoi dolori sui singhiozzi dolcissimi del piano ch’è tutta un’anima con l’uomo canoro; c’è un giovine invece che s’estasia d’amore, immemore, di là da ogni pena, come rivelato a se stesso dalle note soavi. È un’opera infusa di un romanticismo perenne.

Altro gioiello in cui il sentimento domina sovrano è Marion: gli amanti, nel paesaggio lunare, non curano il vento e gli uomini ostili e vanno felici nell’ebrezza dell’amore stra­grande incontro al loro destino in un abbandono cordiale che supera la morte. Negli intervalli del vento, tra il bagliore ar­genteo della luna che filtra quiete tra brividii di violetto esangue pare di risentire l’affettuosa armonia delle note pucciniane che il pittore rivive sue nella scena tenerissima. Oh potenza del­l’amore che sublima le creature e le cose! Oh arcano fascino dell’arte che esalta e scioglie i misteri dell’anima umana!

Una piccola grande cosa è l’autoritratto, coevo del Bee­thoven. I segni sono nitidi, fondi; c’è carattere, c’è vita: in un disegno mirabile di espressività, il colore dominato da un’asciuttezza prettamente toscana con rara trasparenza rende l’incarnato, tepido di sangue, e accende il fuoco degli occhi che paiono vivi. Lo diresti dipinto in gara con i migliori Macchiaioli.

Un vigoroso pezzo veristico, documento di disinvolta bra­vura, il quadro cavalli in salita: sull’aspra via son tre cavalli che tirano (il terzo s’intravvede) ma riconosci l’ansito solidale e generoso delle tre bestie che affrontano la fatica, contenti d’essere insieme; il movimento è lampante, siccome raro il disegno.

Una signora che dipinge offre tutta sè all’avvento della luce: pennellate franche, robuste, incisive ne esprimono forma e colore con bella eloquenza; un altra volge le spalle all’osser­vatore lasciando primeggiare il paesaggio eh’è tutto un gioco di verdi deliziosi e ardui descritti e soffusi in un’estasi luminosa: sono due tavole di eccellente pittura non indegne, per il modo che ricordano, di Ettore Tito.

Nel bozzetto gli ultimi giorni di Domenico Morelli una sola figura ha l’importanza d’un’opera; scavata con stupenda maestria senti che lei sola, valida ed attenta, partecipa della imminente morte nell’aria triste, nello sfondo triste presaghi della catastrofe.

Soavissimo è il bozzetto la morte di Mimi, dove il Pit­tore raccoglie da maestro l’esuberante anima romantica e la riesprime nella protagonista del dramma pucciniano con una evidenza icastica impareggiabile: il bianco mortale del volto di Mimi è ottenuto stupendamente senza impasti biaccosi con avveduti complementari di singolare efficacia e la scena è tutta vibrante di patetica umanità.

Di maniera impressionistica, fresco, evidente, arioso e mosso, è il pezzo lavandaie sulla Senna, essenzialmente ita­liano : il registro tonale all’aperto canta note accoglienti e pa­stose, senza reminiscenze letterarie, tutto genuinità.

Ma dove Lionello Balestrieri, ora incisivo e tagliente, ora sfumato e soffuso, concettoso e fantasioso con semplicità di mezzi che sono l’acme di una elaborata sapienza, grandeggia, fuori della rievocazione eroica di immortali, è a nostro avviso nelle imponenti opere di getto espressionistico : la donna che ricama e la toletta della bambola. Nella prima, per forza in­trinseca di espressivo colore, s’allinea, se non lo supera, a Lega : la testa anatomicamente impeccabile trionfa nel sole pur tra una gala di verdi all’aperto moderati nei piani, la morbidezza dei capelli non l’ha così risentita Boldini, la liscia caldezza rosea della pelle ha la saporosità d’un frutto e c’è un tripudio di bian­chi caldi e festosi nella trasparenza dell’aria. In toletta di bam­bola è una sciccheria di colori che incanta. Quale gioia di babbo pittore! Che pienezza espressiva, leggiadra e fluida! Nessuna astuzia compiacente intacca la generosità dell’artista che crea l’opera piena di grazia su un fondo opaco e quasi ostile: la bambola vezzosa e inerte nei vestitini fragranti e infiocchettati e il caro mondo d’una fanciulla felice che con le manine leg­gere leggere, soavemente viva, le cuce il corredo. La scena è deliziosamente vera, il biancoargento, il rosa pallido le festose gamme dell’iride imbevono il quadro dal quale emana il fascino d’una fiaba. La mirabile testina, vera vera, della bimba can­didamente atteggiata sulla seggiola, ogni minuto particolare del­l’ambiente fuso e tenuto a punto, dove tutto è scrupolosamente esaurito, e non pare, sono l’espressione di uno stato di grazia che ci ricorda il migliore Spadini, al quale, sotto certi risguardi, Lionello Balestrieri non è secondo.

Assai notevoli sono, fra l’altre, le acqueforti colorate : Ric­cardo Wagner in esilio e il ritratto dell’Autore del Parsifal. Da una finestra illuminata e alta si slarga un panorama infinito : Wagner presente e contempla l’itinerario della sua immancabile gloria; spira un’aura fatale in cui è presentimento di cime asperrime e di paurosa fortuna : nell’esiliato riconosci l’uomo e il nume.

Nel ritratto, invece, il massimo genio musicale tedesco è riassunto con la potenza d’un quattrocentista che conosce l’os­suto tratto di Luca Signorelli e la maschia lucidità di Pier della Francesca. Qui, Wagner, entrato nell’immortalità, par contempli coi stupendi occhi la sua gloria serena : la vecchiezza gli è lieve ; nelle vigorose linee plastiche l’uomo si fa nume.

Al cospetto di tanta copia di opere, ove colore luce compo­sizione concordano spesso in armonia mirabile di dipinta poesia e dove spesso l’immagine dipinta di questo insigne Artista, uscito dalla scuola storico romantica, appare all’unisono col ritmo del sentimento, anche se traluca più o meno evidente un influsso morelliano, si è giustamente presi da un senso di maraviglia.

L’esperienza impressionistica e postimpressionistica ha ar­ricchita e disciolta la sua sensibilità di intuitivo che si è deter­minata in una specifica fisionomia, sorretta da una forza costrut­tiva che ne sorregge ed esalta l’impeto alla composizione che lo tiene lontano dal facile e dal frammentario, dove è curiosa ven­tura che troppi artisti polverizzino il non capace ingegno.

I caratteri indefettibili di un’arte viva intesa a foggiare la propria espressione, gli si rivelano nelle tele di ampio anelito in cui mette un’espressione particolareggiata e positiva, un’espres­sione limitata e rigorosa e insieme accorda realtà e fantasia in una scrittura musicale e profonde gamme madreperlacee, rapide fusioni di forme e di colori.

Laddove l’ansia intima dell’artista si placa, come nella donna che ricama, ivi meglio s’espande l’effusione affettuosa della sua anima. In alcune tele brevi egli contende con l’arguto e velo­cissimo pennello di Giovanni Boldini; in altre, come in dama davanti allo specchio, la tavolozza gli canta gamme chiare e brillanti. Abbiamo sotto gli occhi tavolette deliziose su cui è appena steso come un velo di colore; e una festa di paesaggi, di mero succo toscano, in cui mediante qualità chiaroscurali e solidità pittorica tenta arditi impasti cromatici e consegue efficaci con­trasti e appaganti luminosità.

Saggia volontà di oculati ammiratori, più che il desiderio del Pittore, volle che le opere di Lionello Balestrieri venissero in riva d’Arno, propizia agli eletti e nimica ai mediocri, a mo­strarsi nella bella imponenza operante che le impone.

Nella Città gigliata è ventura che i devoti dell’arte siano senza numero e innumeri siano coloro che la professano con dedizione febbrile. E poiché anche i giudici educati al gusto sottile e alla critica valutazione, spregiudicati e liberi non man­cano, certo è bello e, forse, non inutile che la gente fiorentina, la quale sa ammirare e respingere, si indugi davanti alle opere del solitario vegliardo di Cetona, celebratore della poesia fami­liare, che è tutto un esempio di proba vita, di italiano sentire (si giudichi il quadro la Marcia vittoriosa in cui l’Eroe delle Camicie Nere coi Legionari fedelissimi cavalca verso la Roma dei Cesari) e di italiana pittura.

Non stupisce la noncuranza del Pittore per il trito esercizio della naturamorta, divenuto, purtroppo, il tema di rito dei no­stri pittori. E pure, se lo volesse, egli che, in virtù del mirabile ingegno pittorico, ha scandito, fuori della sua terra, il santo nome d’Italia, potrebbe appagare anche per questa forma ogni più difficile voglia.

La nostra tradizione vitale considerò tuttavia la natura morta legata all’unità di una composizione, nè la vide giammai viva per sè medesima, non ostante si sappia che il genio può pure rivelarsi in pochi centimetri di tavoletta celebrando una reli­quia di naturaferma, espressione nuova di nuova critica, con la magìa dei colori sublimati dal sentimento. Ma geni, intanto, bisogna essere per costituirsi eccezione; e dei geni il buon Dio è generoso, sì, ma non sempre. Allora perchè immeschinire? Perchè restringere il nobile e privilegiato dono della pittura? Meglio astenersene come di proposito il grande Balestrieri. Il quale non si accinge nei propositi infecondi della pittura pura, per cui il soggetto è pretesto a trascendere a incantesimi metafi­sici con l’incubo del deforme liricizzato e dell’invisibile che si fa corpo mediante gli spasimi spiritici dell’allucinazione.

Lionello Balestrieri, natura d’uomo energico e schietto quale balza con asciutta evidenza da un secondo e più grande autoritratto, che conquide per discoverto carattere, agguerrito disegno e sostanzioso colore, s’impegna in opere ardue, coerenti organiche che ipertendono il suo spirito insonne e vivido e chie­dono gli accenti sanguigni del cuore, che è carne ed ala.

Egli conosce la missione del Pittore. Dipingi l’uomo, crea­tura di un Dio misterioso, or terribile ed or misericorde — sono nobili testimonianze alcune tavole religiose in cui confessa cri­stiana pietà — vedilo soffrire e gioire, scavalo dentro, rivelalo a se stesso, facci sentire l’anima che lo sconvolge e lo innalza; mettilo nel teatro vivo della natura viva, sì che egli si muova vivo fra cose vive; immagina di lui, per lui e intorno a lui; mostrane le virtù genuine e consolanti, flagellane i vizi, sì che ripugni a sè e si emendi; esaltane le sublimi aspirazioni, cele­brane il genio in servizio dell’umana stirpe infelice. E sii te stesso, verace sempre, nemico di ogni impostura che compiaccia al regno degli insinceri che, nel mondo dell’arte, sono i profa­natori del Tempio. E dipingi, dipingi, dipingi studiando con indefesso amore il vero, ma non quello effimero, sibbene il vero considerato nella sua essenza strutturale, cioè eterna. Così ha dipinto e dipinge per la sua gioia e per noi, schietto di vena maschia, geniale e fecondissimo Lionello Balestrieri, onore della nostra pittura. Però lo ammiriamo. Egli, artefice solitario, co­nosce la dea inquietudine e dell’insoddisfazione visitatrice dei grandi e non ignora, umile, che « il mondo perituro e perenne, non fu creato se non per essere converso dall’arte in forme sovrane e immortali ». E sentiamo di volergli anco bene.


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