La bambina guardava…

PAPINI_CON_MOGLIE_E_FIGLIE

Papini con la moglie Giacinta e le figlie, Gioconda e Viola

Papini secondo Viola tenerezze in famiglia

Da Repubblica, 5 Gennaio 2007

Giovanni Papini, uno e centomila. Il “seminatore di spavento” e il cattolico integrale, il filosofo e il memorialista, l’ infaticabile provocatore, pronto a salire sui treni di tutte le avanguardie, e il disincantato osservatore del costume. La cultura fiorentina e italiana della prima metà del Novecento non sarebbero state le stesse senza le sue riviste, da «Leonardo» a «Lacerba», la sua verve dinamitarda di esploratore del nuovo, il suo cattolicesimo sempre in odore di eresia. Il cinquantesimo anniversario della morte, avvenuta nel luglio del 1956, ha offerto alla Fondazione Primo Conti, dove è conservato il Fondo Papini, e alle Edizioni di Storia e Letteratura, l’occasione, se non per un rilancio, certo per un’ iniziativa scientifico-editoriale a largo raggio, che coinvolge sia il Papini pubblico che quello privato. Nell’arco di pochi mesi sono usciti infatti ben tre carteggi papiniani, quello con Piero Bargellini, curato da Maria Chiara Tarsi, quello con Aldo Palazzeschi, a cura di Stefania Alessandra Bottini, e quello con Roberto Ridolfi, a cura di Anna Gravina. Ad Andrea Averto e Janvier Lovreglio si deve invece la Bibliografia degli scritti di Giovanni Papini, che affianca le nuove edizioni de La felicità dell’infelice, del Giovanni Papini di Prezzolini e di La bambina guardava di Viola Paszkowski Papini, la figlia primogenita dell’ intellettuale fiorentino. Il carteggio Papini-Bargellini, che copre gli anni dal 1923 al 1956, è un documento esemplare della cultura cattolico fiorentina che ruotava intorno al «Frontespizio», la rivista di Bargellini di cui Papini fu «il fiore all’ occhiello e la penna d’ oro», come scrive Giuseppe Langella nell’ introduzione al volume, ma anche la testimonianza di un rapporto più che trentennale segnato dall’ ammirazione e dal rispetto reverenziale del futuro sindaco di Firenze, giovanissimo all’ epoca dell’ inizio della corrispondenza, per l’ intellettuale e lo scrittore più maturo. Ma la vera sorpresa è la riproposta del libro di Viola Paskoswki Papini, che a distanza di cinquant’anni dalla prima uscita ha mantenuto intatta l’ immediatezza e la tenera spontaneità delle conversazioni con cui la giovane Viola intratteneva il padre ormai malato nell’estate del ’55. Attraverso gli occhi e i ricordi della bambina di un tempo rivivono i momenti chiave del Papini intimo, ma anche un pezzo di cultura italiana della prima metà del Novecento: Ardengo Soffici che affresca una stanza della casa di campagna dei Papini, Attilio Vallecchi alla sua scrivania di tipografo-editore nel palazzo di via Ricasoli, Ungaretti appena tornato dalla guerra che si presenta a Viola dicendole «va’ dal tuo babbo e digli che c’è un soldato scalcinato». Schegge di vita impagabili, offerte al padre da una figlia amorosa e ai lettori di oggi da una memorialista sensibile e sottile.

BEATRICE MANETTI

A proposito di Vannicola Viola scrive:

Ed ecco arrivare Gionanni (sic) Vannicola vestito da signore straniero decaduto, con una criniera bianca elettrizzata, il viso arsiccio e congestionato per natura. Traversava il lungo andito, seguito come sempre da una cane bassotto, bracato e traballante, che non so come facesse a seguire tutte quelle scale. Vannicola era ormai un vecchio, eppure sembrava, con quel suo atteggiamento in sordina, che venisse, intimidito, a far visita a un uomo più anzioano di lui, o come un malato va da uno specialista col suo carico di vaghi timori.

Da: Viola Paszkowski Papini, Prime Pagine della lettera, in La Bambina guardava, Mondadori, 1956, pp. 9-12.

 

 

 

 

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