Alberto Viviani: Ombre del mio tempo

cover viviani

Ombre del mio tempo

Memorie di vita letteraria

CASA EDITRICE BIETTI, MILANO

 

VI.

Gli ultimi «orfici»

Giuseppe Vannicola – Ernesto Ragazzoni – Dino Campana

 

Uno degli ultimi scapigliati italiani è stato Giuseppe Vannicola. Lo conobbi nel 1913 a Firenze nel caffè delle « Giubbe Rosse » quan­do ormai non gli rimanevano che due anni appena di vita.

Musicista poeta e giornalista, ridotto dal­l’artrite deformante a una pietosa rovina, con­duceva l’esistenza tra le camere di affitto non pagate e l’ospedale, sempre fedelmente segui­to dalla vecchia cagnetta « Paquette » che ar­monizzava il suo passo con quello penoso del padrone.

Negatogli dal male anche il sollievo del son­no, Vannicola trascorreva le notti fino all’alba tra le « Giubbe Rosse », il Caffè Paszkowsky e la Trattoria di Lapi, alternando bicchieri di vino bianco al filtro dell’assenzio quando amici stranieri di passaggio a Firenze lo invitava­no festosi in loro compagnia. Da solo si im­malinconiva, curvo e rattrappito, centellinan­do le interminabili ore insieme all’unica taz­zina di caffè.

Dalla Trattoria di Lapi situata a Firenze sull’angolo di un vicolo che sbocca nella Piazza Antinori, era facile udire nella notte la voce aspra di Vannicola che cantava in coro la can­zonetta tedesca « Puppechen » allora di gran voga. Nei locali sotterranei conveniva una clientela internazionale quanto mai disparata per usi e costumi: nottambuli viziosi, vetturi­ni, milionari russi, pittori poeti musicisti, don­ne di malaffare, signore della aristocrazia ac­compagnate da rassegnati mariti. Eppoi giova­ni perdinotte che si contentavano di curiosare per pochi minuti non avendo le possibilità di concedersi il lusso di una magnifica e sugosa bistecca ai ferri e di una bottiglia di spumante. In una piccola platea situata nel centro della sala fra le tavole, alcuni ballerini occasionali si abbandonavano ogni tanto ai contorcimenti esotici di moda, accompagnati al pianoforte, magari dal musicista Giannotto Bastianelli, oppure da un qualsiasi estroso cliente un poco eccitato dal vino.

Vannicola era spesso in compagnia della Nino, una russa georgiana assai bella, alta, flessuosa, che quasi sempre all’improvviso balzava d’impeto sulla pedana e slacciatasi le poche vesti ballava completamente nuda fra la muta ammirazione di tutti: antesignana genia­le del rammollito « spogliarello » odierno. An­che il pianoforte taceva. I cuochi e gli sguatte­ri in berretto bianco comparivano sull’uscio di cucina; e un commissario di pubblica sicu­rezza, vitaiolo e bel giovane, assiduo frequen­tatore del sotterraneo gastronomico, dimenti­cava gli articoli del codice riguardanti il cosid­detto oltraggio al pudore, poiché egli aveva l’idea fissa che la sua serale presenza (confor­tata da una gratuita e lautissima cena) servis­se a frenare gli slanci del peccaminoso am­biente. Qualcuno azzardava sottovoce la con­vinzione che fosse in malafede.

Quando la Nino ballava, Vannicola appa­riva rapito in estasi. Faceva ogni sforzo per raddrizzare la sua magnifica testa precocemen­te canuta e che l’artrite gli aveva ripiegato sul petto, e con gli occhi socchiusi mormorava qualche paradosso estetico all’orecchio del­l’amico Arturo Reghini, matematico e occul­tista di statura gigantesca, ma con la voce bian­ca tra quella dell’angelo inesperto e del neo­nato.

Reghini, convinto come il lacerbiano trie­stino Italo Tavolato della necessità di lotta contro la morale sessuale, cantava ogni tanto una strofetta che avvertiva:

« Badate giovinotti

di non andar da Lapi… »

Il seguito, per ovvie ragioni, non è oggi ri­petibile. E rideva contorcendosi, come un grot­tesco gigante malinconico a cui avessero per magia tolta la forza e strappato i denti e le unghie.

La tenerezza sterile di Vannicola per la Ni­no aveva la sua origine in una vecchia passione sempre viva e dolorosa nel suo cuore. Da gio­vane egli era stato un violinista geniale. Pri­mo violino alla Scala di Milano aveva lasciato poco dopo l’orchestra per i concerti e, inter­prete acclamato, aveva suonato in Norvegia, Danimarca, Svezia, Inghilterra e Russia.

Ovunque la sua tecnica sapiente — non di­sgiunta dall’aspetto romantico della persona — si era imposta con successo. Una russa, magni­fica donna colta ricca e intelligente, il vero tipo che impersonava il fàscino slavo della tra­dizione, si innamorò di Vannicola ed egli fu travolto (è l’unica espressione adatta) da quel­l’amore morboso che stava tra l’estetismo ma­lato di Wilde e l’orgia isterica.

Vannicola allora fuggì quasi che presentisse il pericolo a cui andava incontro, e si rinchiu­se nel convento di Montecassino trascorrendo­vi qualche tempo come novizio. Ma il richia­mo dell’amore fu più forte della sua vocazione, che forse non aveva mai avuto, e tornò nel mondo.

I due si sposarono. Viaggiarono per tutta l’Europa; ebbero una villa principesca a Fi­renze sul Poggio Imperiale dove convenivano poeti scrittori, musicisti e pittori per ascol­tare il magico violino di Vannicola, per ammi­rare gli occhi verdi-felini della russa, e fare grande onore al profumatissimo tè, servito con pasticcini prelibati da servitori in livrea e cal­ze bianche.

Che cosa era tutto ciò? amore, sogno di bel­lezza, illusione diabolica, oppure la fine di ogni bellezza? fu comunque il destino di Vannicola. Quando i primi sintomi dell’artrite si manife­starono egli dovette per forza lasciare il vio­lino perchè le sue belle mani furono le prime a tradirlo. Si trasferì a Roma con la moglie e tornò alla letteratura. Uomo colto e raffinato, fondò una rivista stampata su lussuosa carta a mano adorna di incisioni in legno del De Karolis, che arieggiò il papiniano « Leonardo ».

Vi collaborarono i giovani più noti e intel­ligenti del tempo, e si intitolava « Prose ».

Nel 1903 aveva già scritto un romanzo: « So­nata patetica », dannunziano e cristianeggiante; nel 1905 stampò « De profundis clamavi ad te », dedicato alla russa.

A Roma rimase per molto tempo immobiliz­zato in una poltrona; e dovevano trasportarlo a braccia e curarlo come un bambino. Fu quel­lo il periodo più tragico della sua vita: non poter più suonare ne scrivere, vedersi ridotto a una grottesca caricatura di uomo, impotente davanti alla esasperante ed esasperata rigo­gliosità della moglie, più di prima corteggiata e insidiata.

Poi tutto finì: l’amore l’illusione della feli­cità i sogni di gloria. La russa scomparve dal­la sua vita con lo stesso impeto folgorante con cui vi era entrata, e intorno a Vannicola tutto si dissolse. La feroce ironìa del destino volle farlo migliorare nella salute: non guarire. Ricominciò lentamente a vivere, a camminare appoggiato al bastone; e ricomparve così tra gli uomini, trasfigurato, sempre elegante, con la fresca gardenia all’occhiello, sia pure digiu­no. Ritrovò gli antichi amici fedeli che dopo i primi tempi del suo matrimonio s’erano al­lontanati da lui ed ebbe l’illusione di andare un’altra volta incontro a tutte le cose belle perdute e alle pure fantasie della giovinezza. Ma fu soltanto una brutta illusione, poiché la trista vita giornaliera gli mostrò sùbito la sua maschera di implacabile realtà.

Proprio come si leggeva una volta nei ro­manzi popolari a dispense, Vannicola comin­ciò a bere senza freno « per dimenticare ». La sua bella testa ridotta a un teschio ghignan­te ricoperto di pelle violacea, pareva in certi momenti la proiezione di una creatura non più di questa terra.

Come se qualche cosa di veramente satani­co si risvegliasse in lui, scattava in una nitriente risata finche dopo l’ultimo gorgoglio comin­ciava con pacata bonomìa a mischiare paradossi e aneddoti, saltando da Beethoven a Wilde e a Laforgue, da Verlaine a Gide. Curvo in avan­ti sull’orlo della seggiola con la testa quasi sul vassoio del caffè, durava per ore intiere a parlare con radi riposi, finché ad un tratto alzandosi a fatica se ne andava seguito dalla fedele « Paquette ».

A Milano era stato amicissimo di Butti e di Marinetti, e collaboratore dell’« Alba » fonda­ta da Giovanni Borelli. A Firenze ritrovò Papini fedele e accogliente che sùbito cercò di alleviare la dolorosa miseria del caro amico. E Vannicola diventò traduttore e saggista; e fu anche allora poeta.

Tentò, dopo, con scarsa fortuna di ridare vita sotto altra veste e con mutati intendimenti alla sua rivista « Prose », e presso l’editore Baldoni stampò una serie di volumetti a ca­rattere periodico ognuno dei quali conteneva l’opera di un solo autore.

Pubblicò così « La Vita di nessuno » di Gio­vanni Papini; una sua breve prosa intitolata «Veleno», e pochi altri ancora.

Sulla fine del 1913 le sue condizioni di sa­lute erano talmente peggiorate, anche a causa della vita sregolata che conduceva, da porre in grave pensiero gli amici e primo fra essi Papini; il quale non potendo provvedere da solo nè con l’aiuto di altri a ricoverare Van­nicola in una Casa di cura, riuscì a farlo as­sumere come segretario della Colonia Arnaldi di Uscio. Parve a tutti di aver raggiunto una soluzione ottima sotto ogni riguardo.

Vannicola partì per la Liguria con la pro­spettiva di un discreto stipendio mensile, di poter godere una stanza comoda e dei pasti regolari, aver buoni libri, aria saluberrima, paesaggio incantevole, cure mediche.

Le sue prime lettere furono entusiastiche; poi all’improvviso smise di scrivere. Giunsero ancora dei saluti su cartoline illustrate, quin­di cartoline con la sola firma.

Altro silenzio. Forse, si pensò, non starà be­ne: clima nuovo, abitudini differenti.

Quando Papini era già deciso d’informarsi direttamente dell’amico presso il direttore del­la Colonia Dottor Arnaldi, Vannicola compar­ve a Firenze. Era più magro e un poco sbiadi­to in faccia, sempre curvo ma con l’occhio assai più vivace. E se qualcuno gli chiedeva notizie del suo soggiorno a Uscio, sogghignava senza rispondere, ordinando risentito un assen­zio al cameriere Cesare delle « Giubbe Rosse ».

Era successo un fatto semplicissimo, ma lo­gico a pensarci bene: Vannicola s’era visto costretto a fuggire per disperato. Per un po’ di tempo aveva sopportato il rigoroso regime vegetariano prescritto a tutti i componenti del­la Colonia; si era docilmente sottoposto alla giornaliera cura dell’uva che cominciando da un etto andava gradatamente aumentando fino a due chili; si coricava all’ora delle galline e si alzava col gallo. Credeva di potersi adat­tare a tutto ciò anche con la speranza di un miglioramento sensibile della salute; ma quan­do non potè più bere vino nè fumare una si­garetta di nascosto nemmeno corrompendo i custodi e gli infermieri, allora rifece la vali­gia e zitto zitto parti per Firenze.

Era un godimento sentirlo raccontare le sue avventure coloniali di Uscio, di « quella pri­gione verde — come la chiamava lui — per signore stitiche, grasse e antialcooliche ». E descriveva, ridendo a scatti, la giornaliera pre­occupazione delle grassone in cura le quali si presentavano in succinta veste al peso mattu­tino per constatare con ansia gioiosa la diminuizione di qualche grammo di ciccia.

Dopo il ritorno di Vannicola da Uscio, l’edi­tore fiorentino Ferrante Gonnelli mi invitò una sera nella sua libreria dopo la chiusura, per assistere — così disse — a una lettura interes­sante. E non volle spiegare altro.

Il Gonnelli era molto amico dei giovani scrit­tori e ne pubblicava ogni tanto i libri di poe­sia; si occupava di arte e di pittura e aveva sempre per i buongustai qualche opera rara italiana o straniera riposta nel retrobottega.

All’appuntamento serale fissato da Gonnelli ci trovai Vannicola, e altri due giovanotti di cui non seppi mai il nome.

Vannicola lesse — rinfrescandosi spesso la gola con dei bicchieri colmi di vino bianco — un suo breve libro su Oscar Wilde che aveva conosciuto a Parigi poco prima che morisse.

La lettura durò quasi due ore e alla fine Vannicola chiuse il manoscritto con gesto rà­pido e lo consegnò al Gonnelli che si era im­pegnato a stamparlo in poco tempo.

Non volle ascoltare commenti nè discussioni nè felicitazioni; e la nostra adunata anche per questo motivo fu assai malinconica. Vannicola bevve in silenzio qualche altro bicchiere di vino e salutato in giro tutti uscì seguito come al solito da « Paquette ».

Nella via Cavour, a quell’ora deserta, si al­lontanò sbandando sul marciapiede verso il suo notturno riposo delle « Giubbe Rosse ». Fu l’ultima volta che lo vidi.

Chi avesse vaghezza di conoscere Vannicola in effige può guardare una qualsiasi riprodu­zione del noto quadro del pittore Balestrieri intitolato « Beethoven ». Il violinista a destra del dipinto è lui, perchè il pittore lo volle co­me modello.

Sul principio del 1915 Vannicola lasciò Fi­renze per Roma con la speranza di trovarvi lavoro; quindi andò a Napoli come redattore del « Mattino » dello Scarfoglio, ma nell’ago­sto del 1915 morì a Capri di molti mali e di troppa miseria.

Qualcuno pensò fondatamente a un suicidio.

* * *

Il poeta Ernesto Ragazzoni scomparso oscu­ramente nel 1920, era un tipo di bohemien de­gno di essere posto accanto ai più celebri « montparnos ». Le sue poesie sotto una par­venza di tiritere umoresche furono raccolte in volume dopo la sua morte ma purtroppo non conquistarono la rinomanza che merita­vano.

Nato da ottima famiglia novarese (suo pa­dre era maggiore dell’esercito), coltissimo pur non avendo compiuto studi classici, non potè mai accettare il tranquillo benessere che la famiglia gli offriva, nè condurre una vita nor­male di burocrate, di professore o di artista.

Per anni interi girò senza mèta attraverso l’Italia, più somigliante a un pellegrino che ad un poeta, ma con le tasche del logoro abito piene di poesie e di aforismi, in compagnia di Shakespeare e di Verlaine. Senza un soldo, Ragazzoni compiva miracoli riuscendo ogni tanto a sdigiunarsi. Poi quando tutti meno se lo aspettavano ricompariva nella nativa Nova­ra o a Torino, nei caffè frequentati dagli amici pittori e scrittori; ed a questi che ansiosi gli domandavano notizie della lunga assenza, ri­spondeva con la declamazione delle sue poesie nuove.

La sera e la notte per lui non esistevano come tappe di riposo. Quando i caffè si chiu­devano uno dopo l’altro e le brigate di amici si disperdevano, egli rimasto solo andava a rifugiarsi con la sua poesia nei giardini pubblici o nel parco del Valentino.

In una certa epoca finì chissà come bigliet­taio alla Stazione di Porta Nuova a Torino. Forse per intromissione di amici influenti, il­lusi magari di sistemare il poeta dandogli mo­do di poter disporre di un modesto guadagno fisso.

Avvenne così che per un certo tempo da uno sportello della Stazione torinese, la folla dei viaggiatori vide accogliere le sue richieste da un tipo di impiegato barbuto e scarruffato, che dispensava biglietti per destinazioni non do­mandate e che alle impazienze dei viaggiatori rispondeva con bislacche dissertazioni in poe­sia accompagnate da dolci sorrisi e solenni gesti.

Una mattina lo sportello del singolare im­piegato rimase ostinatamente chiuso nonostan­te le proteste dei viaggiatori. I primi della fila, quelli che si reputavano fortunati, battevano sempre più forte ai vetri, ma invano; il treno partì e molti viaggiatori dovettero rassegnarsi a prenderne uno successivo. Ragazzoni era im­provvisamente scomparso.

Quando gli amici altolocati seppero la cosa non furono dicerto molto contenti del loro protetto e la burocrazia ufficiale fu scandaliz­zata di tanto oltraggio. Al suo ritorno a Tori­no Ragazzoni si stupì moltissimo che il suo posto all’ufficio della stazione fosse stato occu­pato da un altro.

Essendo per breve tempo direttore della « Gazzetta di Novara » scrisse in quel quoti­diano un articolo intitolato « Il regno della muffa » contro la casta di quei « signori dalla ciambella di cuoio », come amò definirli il Courteline. Ragazzoni in seguito all’articolo dovette senz’altro abbandonare il giornale.

Ma era proprio nel giornalismo che egli do­veva trovare finalmente una specie di sosta pur non rinunziando alla poesia e alla irre­quietezza spirituale. Nel quotidiano torinese « La Stampa » trascorse circa venti anni come redattore, collaboratore, corrispondente da Londra e da Parigi, cambiando ogni tanto il suo abito frusto e le sue abitudini di bohémien con quelle di uomo di mondo, conteso nei sa­lotti della migliore società.

Conosceva perfettamente il francese, l’ingle­se, il tedesco, lo spagnolo e anche il russo, e poteva gustare i classici latini a sufficienza aven­do imparato da sé la lingua di Vergilio.

L’uomo del caffè notturno e della scapiglia­tura, l’umorista e il gaudente, il poeta gira­mondo aveva oltretutto una sua vita interiore composta di turbamenti e tormenti, assillata da problemi metafisici e religiosi; e di inquie­tudine in inquietudine cercò sempre nella filo­sofia, nell’occultismo, nella cabala e nella ma­gìa, un po’ di luce per il suo spirito, non riu­scendo pur desiderandolo, a placarsi nella se­renità della fede.

Era, sì, uno scapigliato ma anche un puro di cuore dotato di sensibilità e di generosità. A volte macabro, più spesso arguto e mordace, egli si riattacca direttamente a quella bohème fin de siècle ed ai cenacoli della scapigliatura italiana che rappresentarono quel lungo perio­do di ribollimento letterario che fu l’ultimo sfogo del Romanticismo.

Ad esso bisogna riportarsi qualora si voglia intendere la natura e anche i limiti artistici di Ernesto Ragazzoni. Ma quella vena tragica costretta tra zone di umorismo e di ironia che affiora molto spesso nelle sue poesie originali trovò invece uno sbocco più logico nelle tra­duzioni che egli fece di molte liriche del Poe. La potenza e il vigore di esse sono tali da far sì che la poesia del grande americano appare nei versi italiani completamente assimilata nel­lo spirito e riplasmata, quasi da apparire cosa originale.

Ernesto Ragazzoni merita ad ogni modo un ricordo poiché ha il suo posto in quel periodo della storia letteraria italiana che fa da ponte tra l’ultimo ‘800 e il nostro secolo.

* * *

Nel rigido inverno del 1914 capitò a Firen­ze uno stranissimo tipo che attrasse sùbito l’at­tenzione e suscitò lo scherno dei quietissimi borghesi benpensanti. Era un giovanottone tar­chiato, paffuto come un pargolo, rosso in viso, con una abbondante capigliatura baffi e barba biondo-oro, ed una vocina in falsetto così squil­lante da far credere a uno scherzo di ventri­loquo.

Mentre la tramontana fiorentina soffiava ge­lando e arrossendo nasi e mani, il singolare tipo se la girava in giacchettina di tela e con un paio di pantaloni che parevano fatti di car­ta fiorita come quelli di Pinocchio.

In una mattina più fredda delle altre, il biz­zarro giovanotto si presentò alla tipografia in cui si stampava « Lacerba » chiedendo di par­lare a Papini e a Soffici; e quando fu davanti ai due — sorpresi da quella insolita appari­zione — porse loro un quadernuccio unto e sgualcito pregandoli di leggerne il contenuto e di sapergli dire se c’era qualcosa di adatto per essere pubblicato sulla rivista.

Confuso, quasi vergognoso, tenendo bassi i begli occhi celesti, disse il suo nome: Dino Campana, nativo di Marradi, un paese dell’Ap­pennino toscano a metà strada tra Firenze e Faenza. Dopo altre poche parole, Campana promise di farsi rivedere per conoscere il giu­dizio e si allontanò a passo svelto tra le fola­te ghiaccie del vento.

Ma nessuno lo rivide per molti mesi nono­stante che Soffici e Papini avessero desiderio di dirgli che nel suo quadernuccio c’era molta poesia vera e molta genialità.

Dino Campana aveva frequentato per qual­che anno l’Università di Bologna nella facoltà di Chimica, poi si era dato all’improvviso a una vita liberissima e disordinata che l’aveva sba­tacchiato per l’Europa e l’America. Volontario di un anno nell’esercito, mozzo di bordo di una carboniera, scaricatore di porto a Cardiff, uomo di fatica tra i « gauchos », poeta sempre sotto tutte le latitudini.

Dopo molti mesi dalla sua calata invernale a Firenze, scrisse a Soffici per riavere il qua­dernuccio che era in copia unica, perchè aveva intenzione di farne un volume. Ma il quader­nuccio attraverso un trasloco di Soffici si era reso per il momento introvabile. Nuovi mesi di silenzio fino all’autunno; finché in qualche li­breria fiorentina comparve uno smilzo libro con la copertina gialla sul tipo delle edizioni del « Mercure de France », stampato su diverse qualità di carta e di formato vario, intitolato: « Canti Orfici ».

Ne era autore Dino Campana che a memo­ria aveva riscritto tutte le sue poesie. Per l’uscita del libro tornò a Firenze con la stessa giubba e i medesimi pantaloni dell’inverno trascorso, ma con in più a tracolla una specie di bisaccia di rigatino piena di copie del libro.

Apparve sull’imbrunire nel caffè delle « Giubbe Rosse » e vi ebbe liete e festose ac­coglienze. Presentato in giro agli amici, Papi­ni e Soffici che sapevano delle sue tristissime condizioni economiche riuscirono a fargli ven­dere la sera stessa tutte le copie dei « Canti Orfici » che Campana aveva seco; e lo smercio avvenne non solo tra gli amici ma anche tra gli altri clienti del Caffè, tutti estranei alla letteratura e, in un certo senso, in nessuna di­mestichezza con la poesia. Sborsarono a ma­lincuore le poche lire del prezzo sbalorditi dal sorriso mefistofelico di Campana e intima­mente convinti di essere vittime di un sopruso di una beffa.

Con quel piccolo grùzzolo in tasca Campana si credette arricchito, e la sera stessa sparì da Firenze per ricomparirvi dopo due giorni con un pacco dei suoi libri sulle spalle e la bisac­cia piena. Era andato da Firenze a Marradi a piedi e ne era tornato con lo stesso mezzo per procurarsi il proficuo rifornimento dei « Can­ti Orfici ».

A chi parve stupito della sfaticata, lui spie­gò essergli cosa abituale e lieve in confronto alle molte peregrinazioni compiute attraverso il mondo.

Ormai Campana era noto in tutti i ritrovi pubblici fiorentini, ed il singolare spaccio esco­gitato per il suo libro andava a gonfie vele. Una sera al caffè Gambrinus lo presentai a Marinetti che si era fermato ivi, sul tardi, a cena. Naturalmente il poeta acquistò subito «Canti Orfici» imitato dai molti amici che erano in sua compagnia. Ma Dino Campana non aveva molta ammirazione per il fondato­re del Futurismo perchè prima di consegnargli la copia del libro ne strappò qua e là alcune pagine tra lo stupore di tutti e facendo pen­sare ad una sua nuova eccentricità. A Marinetti che glie ne chiese la ragione rispose che le pagine strappate erano proprio quelle che egli non avrebbe potuto capire.

Da allora in poi Dino Campana usò questo sistema con molti degli occasionali acquirenti del suo libro: ad alcuni lo consegnò intatto, ad altri con pochissime mutilazioni, a molti con il solo indice e il frontespizio dentro la gialla copertina: a tutti con delle dediche bislacca­mente serafiche.

Quando Campana parlava di arte e di poe­sia citava brani interi di scrittori di epoche e nazioni differenti, e li citava nelle lingue originali da lui conosciute perfettamente. Si decise anche a raccontare qualche cosa delle sue lunghe peregrinazioni e della sua vita. Ma insieme alla genialità del poeta vi era in lui nascosto e latente il fermento della follia: i suoi occhi azzurri iniettati all’improvviso di sangue; le sue invettive subitanee nei pubblici ritrovi contro tutti e contro tutto; i suoi schia­mazzi solitarii, a notte fatta, per le deserte vie fiorentine solo per il gusto di farsi invano rincorrere dagli imbestialiti questurini di ron­da. Una sera fu salvato a tempo da Soffici e da altri amici dall’ira furibonda di alcuni fiac­cherai che egli, come al solito, aveva insul­tato a lungo senza una qualsiasi ragione.

Dopo tanti anni posso dire ora che nella notte seguita a quella sera in cui lo avevo pre­sentato a Marinetti, mentre me ne tornavo a casa mi ritrovai a fianco, inaspettato, Dino Campana. L’aveva spinto forse dietro i miei passi la quasi nostra remotissima parentela? non lo so. Non glie lo chiesi perchè era tipo da sopportare poche domande. Ma non credo proprio che così fosse; tanto è vero che giunti che fummo alla porta della mia casa e invi­tatolo con insistenza a salire per rifocillarsi e trascorrervi la notte, rifiutò con esagerata ener­gia. Era vestito con i suoi abituali indumenti pinocchieschi nonostante l’incrudelirsi del fred­do, e si dava delle vigorose bracciate attraver­so la vita e le spalle come facevano un tempo i manovali interrompendo il lavoro per riscal­darsi. Io mi sentivo piuttosto umiliato nei suoi confronti per la mia apparente presunzione di signorino ben riparato in un caldo pastrano di lana. Tacevo. Eravamo fermi sulla cantona­ta della mia strada deserta e Campana parla­va un po’ di tutto. A un tratto aprì il tasca­pane tirandone fuori un aggeggio luccicante che per un attimo credetti fosse, chissà perchè, un’arma. Era invece un organino da ragazzi o, per meglio intendersi, una armonica a fiato; una di quelle trappole entro cui anch’io un tempo avevo soffiato invano con la illusione di trarne melodici sogni.

— Senti, senti questa; la suonavo a… — e non riuscii ad afferrare il nome, non so se di donna o di città o di nazione che egli pronun­ciò. Non capisco ancora oggi come egli riuscis­se a far cantare come una piccola orchestra il minuscolo rettangolo di legno bucherellato da tutte le parti e ricoperto di lucida latta. Ogni tanto staccava la bocca dall’arnese proseguen­do con la voce, e quindi divincolandosi a spi­rale riattaccava col suono.

Per più di mezz’ora durò il signolarissimo concerto che probabilmente dovette infastidi­re qualche dormiente di sonno leggero perchè dietro le stecche di alcune persiane brillarono e si spensero delle luci. Poi, improvviso come aveva cominciato, finì. Ripose l’organino nel tascapane e, con tutto il fiato che aveva in cor­po, mi urlò: « At salut… » (il tipico amiche­vole arrivederci della Romagna), con un segui­to di altre parole, squisitamente parlamentari anche allora, ma non certo qui ripetibili. E dileguò nella strada illuminata dal color pi­sello delle tisiche lampade a incandescenza, con fracasso di passi e di risate.

Nel maggio del 1915 durante le dimostra­zioni popolari per l’intervento dell’Italia in guerra, Dino Campana fu uno dei più accesi interventisti del nostro gruppo di « Lacerba » ; poi quando ancora noi tutti eravamo sempre « in borghese », vedemmo in giro Campana in­saccato nella uniforme di sergente. Ma di lì a poco fu esonerato del tutto dal servizio mi­litare e accolto nello Spedale Psichiatrico di Castel Pulci vicino a Firenze dove si spense il 1° marzo del 1932.


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