Michail Nicolaevic Semenov: Bacco e sirene

 

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Quando mi trasferii definitivamente all’estero e in se­guito capitai per caso in Russia, fui invitato a colazione da uno dei miei cognati nella sua proprietà presso Mosca.

La colazione era gustosa, abbondante, ma niente di straordinario.

— Come trovi il mio cuoco ? – mi domandò il cognato.

— Non c’è male.

— Come, non c’è male ? Ma da me c’è come cuoco il tuo Nicandro.

Non credendo, corsi in cucina.

Davanti a me, sull’attenti, stava Nicandro.

— Salve ! Michail Nicolaevic.

— Salute, Nicandro. Ma cosa ti è accaduto?

Mi capì a volo.

— Ma che volete che faccia! Ignoranza completa. Non capiscono niente. Si attaccano alla medesima cosa e così mangiano ogni giorno. Ti passa anche la voglia di la­vorare !

Povero Nicandro !

Gli ho dato molto posto nei miei ricordi, e non mi rin­cresce. Lo merita!

All’autunno partimmo per Mosca, ove rimase la mia famiglia, ed io solo mi recai all’estero, a Roma.

Non so il perché, ma io mi sento come più leggero e gio­ioso quando mi accingo a scrivere della mia vita in Italia, benché anche qui, come si vedrà dopo, fui destinato ad at­traversare qualche periodo assai penoso.

Dalla mia partenza non passai più alcun inverno in Russia, ove andavo solo in primavera, con l’intenzione di rimanervi tutta l’estate, ciò che raramente riusciva, perché mi veniva una tale nostalgia, una nostalgia dell’Italia, che io scappavo nuovamente verso il paese a me tanto caro.

Prima della mia partenza Baltrusciaitis, che lunga­mente aveva vissuto a Roma, mi disse:

— Quando sarai a Roma, senza meno devi conoscere Giuseppe Vannicola e Giovanni Amendola. Ambedue sono giovani scrittori e ambedue miei amici. Va da loro a nome mio, e sarai bene accolto.

Arrivato a Roma, nei primi giorni non pensai al con­siglio di Baltrusciaitis e solo a Natale me ne ricordai e andai a cercare i due suoi amici. Qui dovetti persuadermi che le raccomandazioni è meglio averle per iscritto che a voce.

Vannicola viveva in piazza di Spagna. Al suono del campanello mi aprì la porta un cameriere corpulento, di bella presenza, in smoking e guanti bianchi, e da ciò con­clusi che il suo padrone o si trovava ancora a tavola, o era appena alzato. Tutte le mosse del cameriere mostravano che quell’uomo era abituato a servire in case distinte.

— Che desidera, signore ?

— Vorrei vedere il signor Vannicola.

— Favorite, prego, la vostra carta da visita. La porsi.

Il cameriere prese dal tavolino un piatto d’argento, vi pose la mia carta, e andò nelle camere interne. Poco dopo ritornò col medesimo piatto, sul quale era la mia carta da visita e su questa una moneta d’argento da due lire.

Incominciai a ridere.

— Dite al vostro padrone, che io non sono venuto da lui per un aiuto, ma per farne la conoscenza. Io gli porto i saluti del suo amico Baltrusciaitis – dissi, cercando dì parlare ad alta voce, affinché il padrone udisse.

— Bestia ! Portalo qua ! – si sentì dalla camera vicina.

« Portalo qua », per il motivo che egli non poteva ve­nire, essendo sdraiato sul divano, vicino al quale stavano due grucce. Era tutto rattrappito per una terribile malattia, una specie di artrite, così pensai allora. Quasi non poteva muoversi, ed io mi sedetti vicino, sul divano.

Subito diventammo amici. La nostra amicizia cominciò da quella mia prima visita, e durò fino alla sua prematura morte.

Mai nella mia vita, né prima né dopo, incontrai un uomo così fine, sensibile e incantevole com’era Vannicola ! La sua vita fu un continuo incubo. Incominciò la sua car­riera come musicista di professione. Fu primo violino al teatro della Scala, a Milano. In seguito cominciò a dare con­certi propri, facendo tournées in Europa.

In quell’epoca della sua vita venne fatto il conosciutissimo quadro del pittore Balestrieri, « Beethoven », per il quale egli servì da modello del violinista. Non so dove, mi pare a Stoccolma, al suo concerto prese parte una pianista russa, certa Lichninsky. Se ne innamorò e la sposò. Tutto ciò avvenne in pochi giorni, cosa che non deve stupire, pren­dendo in considerazione la vita zingaresca degli artisti, se non fosse finito tragicamente per tutti e due. Egli non s’im­maginava di essere in quel tempo malato di sifilide, che aveva preso qualche giorno prima del matrimonio. La comu­nicò naturalmente alla moglie. Ma ambedue erano giova­ni e ingenui, che non avevano nessuna idea di quella terribile malattia e dei suoi primi sintomi, e continuarono, senza preoccuparsi, il loro viaggio e i loro concerti. Quando arrivarono a Róma, la malattia era già nel suo pieno svi­luppo. Comparvero dottori e medicinali, ma era già troppo tardi. E così stavano nel loro appartamento a Piazza di Spagna, lei nella sua camera, con iniezioni e unguenti, e lui nella sua, tutto rattrappito. Ella possedeva in Russia una grande proprietà, colla rendita della quale vivevano. Nella rivoluzione del 1905 i contadini svaligiarono e bru­ciarono tutto. Recarsi in Russia e cercare di mettere a po­sto le cose, non era da pensare. Le rendite cessarono, e ad essi incominciò lentamente, ma inesorabilmente ad avvici­narsi la povertà e, dopo, la inevitabile e spaventevole miseria.

Bisogna meravigliarsi che avessero ancora il coraggio e l’energia di occuparsi di letteratura. Egli scriveva dei li­bri e lei, con i suoi ultimi denari, ricavati dalle vendite degli ultimi gioielli, stampava una inutile rivista, la « Re-vite du Nord », che usciva a Roma, non si sa perché in lingua francese. Quando li conobbi erano due cadaveri viventi. Ma con diverse cure i medici riuscirono a tenerli in piedi. Si trascinarono ancora per qualche anno.

Egli si alzò per primo e cominciò a camminare aiutandosi con un bastone, curvo, anchilosato, grigio e vecchio, nonostante i suoi trentanni appena passati.

Quando ritornai di nuovo in Italia, li trovai già asso­lutamente rovinati. Lui tirava avanti con piccoli lavori let­terari e con l’aiuto di amici e di conoscenti, e lei si era tra­sferita a Firenze, ove viveva in un ritiro, presso un mona­stero, ove poi morì.

Poco prima della sua morte, Vannicola partì per Capri, dove gli capitò una curiosa storia, che ricorda un po’ la mia prima visita a lui.

Ad Anacapri viveva un ricco fabbricante svizzero, che soffriva di manìa di grandezza. O si dava a credere conte, cosa che era creduta senz’altro grazie alle sue ricchezze, o s’immaginava di essere ora un mecenate del teatro, ora uno scrittore, cosa per la quale occorreva una dimostrazione tangibile. Queste dimostrazioni apparvero sotto forma di opuscoli stampati in suo nome. Questa sua produzione pseu­do-letteraria egli la pagava discretamente a scrittori bisognosi.

Ecco che Vannicola pensò di recarsi da lui per offrire la sua collaborazione.

Non aveva mezzi per prendere una carrozza, non aveva forze per andare a piedi. Che fare ? Sulla piazza c’era una carrozza libera. Vannicola si dirige verso il cocchiere.

— Senti, caro. Tu stai qua a far niente, ma io ho bi­sogno di recarmi ad Anacapri. Ho un Se il mio affare riesce, ti do cinque lire, se no, avresti perduto il tuo tempo lo stesso. Vuoi portarmi a queste condizioni ?

— Che Dio vi aiuti e l’affare riesca.

Arrivarono ad Anacapri. Vannicola andò dal fabbri­cante. La cameriera aprì, lo sogguardò misero e curvo, e rientrò per annunciarlo. Ritornò con cinque lire.

— Ecco, ve le manda il padrone – e sbattè la porta. Vannicola tornò dal cocchiere, gli diede le cinque lire e disse:

— L’affare è riuscito.

È triste scrivere questo, ma fu proprio così. Poco dopo Vannicola morì.

Passarono diversi anni. Mi trovavo sul piroscafo fra Sorrento e Napoli. Mi si avvicinò lo storiografo caprese Edwino Cerio.

— Mi sembra che siete stato amico del defunto Van­nicola. Vogliamo fare un monumento sulla sua tomba. Vo­lete prendervi parte? – mi disse.

Vi presi parte volentieri.

Due anni dopo incontrai di nuovo Cerio.

— Ebbene, avete fatto il monumento a Vannicola ?

— Figuratevi. La sua tomba, per quanto abbiamo cercato, non siamo riusciti a trovarla.

Anche dopo la morte non ebbe fortuna. Tale è stata la sorte di quell’uomo sventurato !

Dopo la visita a Vannicola, decisi di far visita ad Amen­dola. Per evitare ogni malinteso, in redingote, cilindro e guanti mi recai a casa sua. Arrivo. Un apparamento molto modesto, quasi povero. Mi corre incontro una giovane don­na, di tipo non italiano.

— Ah, come vi sono grata che siete finalmente venuto. È molto gentile da parte vostra. Siamo stati tanto in pena aspettando questi documenti. Chiamo subito Giovanni.

Prima che io potessi dire qualche cosa, corse a chia­mare Giovanni. Mi rompevo la testa per indovinare questo nuovo malinteso.

Venne Amendola. Anche lui cominciò a ringraziarmi, ma io lo interruppi, nominando Baltrusciaitis e dicendo chi ero.

Il malinteso si chiarì. La mia redingote, il cilindro e i guanti li avevano ingannati. Ella, sua fidanzata, era lute­rana, e aspettavano un pastore il quale doveva portare certi documenti, necessari al matrimonio. Ero stato preso per il pastore.

Con Amendola non feci intima amicizia, benché lo ri­vedessi spesso durante molti anni.

In quell’inverno venne a Roma Zubov, laureato in Germania, futuro storico d’arte. Prendemmo decisioni de­finitive riguardo all’istituto. Si era stabilito che io dovessi subito cominciare a raccogliere i materiali necessari, perciò era indispensabile la mia ininterrotta permanenza in Italia.

In primavera, vicino alla mia villa di Kaluga, stavo con il fucile al passo delle beccacce. Fu la mia ultima pri­mavera in Russia. Poi venne un’estate, senza nessun avve­nimento rimarchevole, e verso l’autunno, con tutta la fa­miglia, bonne e governanti, ci trasferimmo in Italia, a Roma.

Prendemmo una grande villa, con un grande giardino; dopo tutte le bellezze passate in Russia, ci sentivamo co­me in paradiso.

Quel medesimo cameriere maestoso, che da Vannicola mi aveva portato le due lire sul piatto d’argento, diventò mio maggiordomo. Si chiamava Rossi. Rimase con noi di­versi anni, e gli fummo riconoscenti dell’ordine esemplare che aveva installato nella nostra casa. Nei primi tempi av­veniva qualche malinteso, specialmente con il cuoco, che non poteva abituarsi all’uso russo di invitare improvvisa­mente ospiti occasionali, naturalmente senza preavviso. E anche qui Rossi venne in aiuto.

Egli mi propose una combinazione originale, cioè di dargli mille lire al mese, assumendo egli l’incarico di pen­sare a tutto. Io gli pagavo tale somma in due rate quindi­cinali, anticipatamente. Mi rilasciava le ricevute con le mar­che da bollo. E cosi diventammo suoi pensionanti. Dal pri­mo giorno di questa combinazione cominciò a fare miracoli. Comparivano grandi pesci, prosciutti interi, ceste di frutta ecc. – Mangia quanto vuoi, e invita chi ti piace bastava per tutti e ne rimaneva ancora. Cosa facesse di queste ab­bondanti rimanenze, era il suo segreto, e lo capimmo solo nell’apprendere che aveva una numerosa famiglia da man­tenere.

Da Berlino venne da me Zubov, e ci mettemmo a la­vorare energicamente per il futuro istituto, raccogliendo libri, fotografie, stampe ecc.


 

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