Silvano Salvadori: Beethoven e Vannicola

1

 

Leggendo l’esaltazione del genio di Beethoven di Vannicola non può non venire in mente il monumento che Klinger gli eresse, dopo diciassette anni di lavoro, e che fu oggetto di tanta venerazione da essere al centro di un’apposita esposizione nel 1902 nel Palazzo della Secessione di Vienna. Fu un evento di “arte totale”: Hoffmann predispose la scenografia, Klimt dipinse il fregio ispirato all’, Malher ne diresse l’esecuzione mentre Isidora Duncan ballava. Il regno della musica proclamava il suo primato sulle arti come manifestazione diretta dello Spirito.

Beethoven è rappresentato come su una vetta sopra l’abisso con davanti a sé l’infinito; la stessa aquila arranca ipnotizzata dalla forza visionaria del genio che sembra aver serrata nel pugno, insieme alla sua di uomo-figlio, la Volontà del Dio-Spirito Creatore, il fiat lux. Stringe la stessa favilla che Prometeo, accettando il lacerante sacrificio e la solitudine, portò agli uomini come dono perché iniziasse quella civilizzazione che tramite l’amore doveva portare gli uomini a riconquistare il paradiso. Ma vi si evoca anche la figura di Giovanni Evangelista con l’aquila a Patmos nella visone apocalittica.

Ed una sorta di sincretismo religioso e spirituale caratterizza il credo di Vannicola come quello di Klinger. L’estetismo esasperato fatto dall’uso di materiali diversi mostra nel trono in bronzo facce marmoree di angeli ispiratori su di una banda a mosaico di pietre colorate; nel trono, sui lati coronato da palme, ci sono episodi cristiani e greci: Tandalo, il peccato di Adamo ed Eva, Venere, la Crocifissione.

Anche per Vannicola l’Ebrietà del mondo greco, l’eroico procedere di Mosè al di là del mare e di Noè nel Sacrificio liberatorio, il Sonno del riposo creativo di Dio nel giardino asiatico pieno d’ombra, l’inno cristiano a Maria si uniscono in chi ha raggiunto la Musica Assoluta:

 L’ombra e la luce, il Sonno e l’Ebrietà, il tempo e lo Spazio, l’Asia e la Grecia, …e nelle braccia immense della Chiesa di Roma, l’Ombra e la Luce divengono Musica…. ebrezze musicali, orgie di gioia liturgica, giubilazioni di una divina e radiosa meraviglia.

Tale è l’Inno alla gioia beethoveniano. Esso non può che sorgere dal dolore e dal solitario silenzio del genio.

Come l’aquila solitaria e selvaggia vicino al sole, egli vive troppo in alto per ricorrere alla bellezza esteriore…. Beethoven, non essendo finito, aspira l’Infinito…

questo soffio di dramma universale e sempiterno è passato su Beethoven.

L’Inno alla Gioia della IX Sinfonia è l’Amen di questa immensa preghiera alla grande Armonia, alla grande Conciliazione, alla grande Identità fra Dio e l’Uomo, fra la Felicità e il Dolore: Gioia, figlia della Luce, dea dei carmi, dea dei fiori…

Aspirazioni, emozioni, manifestazioni della Volontà, e tutti gli avvenimenti, e tutti i sentimenti dell’interiore vita dell’Umanità, e tutte le diverse voci di questa incessabile Preghiera della Terra al Cielo, dell’Infero al Supero, del Dolore alla Felicità, sono espressi nell’opera beethoniana di cui l’Inno alla Gioia è come l’Amen fiammeggiante…

Non altro può essere la musica se non la Montagna, la regione dell’aquila e della folgore.

La regione di Beethoven è la regione del Dolore, la regione dell’aquila e della folgore.

Da: De profundis clamavi ad te (1905)


Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...