Edwin Cerio: Vannicola

edwincerio

Edwin Cerio

 

VANNICOLA

In Stroncature, fra i più incisivi e corrosivi saggi critici sugli uomini che nel nostro secolo hanno rappresentata una parte preponderante nella letteratura e nell’arte ita­liana, Giovanni Papini, il Papini dell’ante – «Cristo», trac­cia un profilo di Giuseppe Vannicola che non è una stron­catura, ma l’espressione di un sentimento e d’una com­mozione, per la perdita dell’amico, che fa dimenticare, o per lo meno perdonare, l’insistenza con la quale l’emi­nente stroncatore si indugia a porre in rilievo i segni della deformazione fisica e della sofferenza corporale che ri­dussero la maschia bellezza di Vannicola ad una «figura curva e verlainiana».

Se l’autore di Stroncature non avvertisse, nella pre­fazione, che il titolo del libro è scelto per attirare più facilmente la malignità e curiosità del pubblico che deve vincere la propria infame avarizia per comprare un libro, non si spiegherebbe perché al pubblico si debba dare in pasto la deformazione e la corruzione della carne di uo­mini alla cui memoria può avvincerci solamente un vin­colo spirituale. Se pure dobbiamo ricordare la figura fisica dei grandi scomparsi che ci furono cari, perché non rievocarli nel fulgore della loro gioventù sana, in­corrotta?

Quale differenza fra la insistenza di Giovanni Papini sulla miseria fisica di Vannicola – l’ultimo dei bohémiens d’Italia – e l’insistenza di Théophile Gautier ad esaltare, anche fisicamente, la figura del primo dei bohémiens e haschichins di Francia, Charles Baudelaire!

Di Baudelaire, deformato – uomo da caffè e da ospe­dale – Théophile Gautier non ricorda che la faccia «amaigrie et comme spiritualisée…». La fronte aveva guadagnato, con la débauché, grandezza e solidità!

Ma quale superba esaltazione della bellezza giovanile dell’autore di Les Fleurs du mal nelle pagine di Gautier, nei Camées di Théodore de Banville e nel ritratto di Emil Deroy!

«Il est rare qu’un poète, qu’un artiste soit connu sous son premier charmant aspect. La réputation ne lui vient que plus tard, lorsque déjà les fatigues de l’étude, la lutte de la vie et les tortures des passions ont altère sa physionomie primitive: Une laisse de lui qu’un masque use, flètti, où chaque douleura mis pour stigmate une meurtrissure ou une ride».

Il ritratto che di Vannicola ci ha dato Papini ha il torto di ricordarci troppo colui che non era più un uomo, ma una rovina; «ogni poco a letto, poi si ritrascinava al sole, col suo cane e il suo bastone, e ricominciava a ridere col suo riso di teschio – e a soffrire».

Ma pure, la stroncatura di Vannicola ha toni di calda ed affettuosa amicizia, che ci fanno sentire la commossa ammirazione del grande e fortunato dominatore del romanzo, della lirica, della critica, della polemica di vent’anni di vita culturale italiana per il povero e sfor­tunato esteta che aveva affidata la sua fama letteraria alle troppo fragili strutture del De Profundis e della So­nata Patetica.

Troppo fragili strutture… Ma si può dir lo stesso dell’ultima lirica ch’egli scrisse a Capri? Si tratta di poche righe scritte sul rovescio di un conto di trattoria e timi­damente offerte ad un altro avventore che sedeva poco distante da lui. Il Poeta della Sonata Patetica scrisse:

«Caro amico, sono stremato di lavoro e di finanza. Ho spremuto fino all’ultima goccia l’acre limone. Ma frattanto mi trovo senza un soldo e con questo debito. Vor­rebbe ella assumerlo a suo conto, perché io possa resti­tuirlo domani? Suo G. Vannicola».

Domani… L’indomani Vannicola fece una pessima azione: morì. La più elementare decenza gli imponeva di non morire, a quarant’anni; o, almeno, di pagare prima quel debito – una somma ingente: lire 2,65. A voltare il foglietto si trova il conto dell’ostessa, anch’esso una li­rica, pervaso dalla nostalgica poesia dei prezzi d’una volta: «Vino 0,40 – Caffè 0,20 – Uova 0,40 – Pesci 0,60». Ma non è tutto; Vannicola era un beone o, peggio, un sibarita. Dopo quel vino a 0,40, che è già un lusso superfluo, figura l’annotazione d’una spesa assolutamente voluttuaria: «Bicchiere rotto 0,70». Poi un po­scritto, come un pensiero postumo: «Altri due bicchieri di vino 0,25…».

Hanno ragione i borghesi che se la prendono con questi parassiti della società, i bohémiens, che pensano solamente a soddisfare le loro sfrenate passioni, a godersi una vita d’ozio e di vizio, ed in cambio non ci danno che qualche pagina di poesia, qualche bagliore del loro inge­gno e lasciano, sulla via che percorrono, solamente i bran­delli della loro anima.

Hanno ragione anche i letterati che si chiedono cosa abbia scritto, quale opera degna della posterità abbia lasciato Vannicola.

Venuto fuori dal Conservatorio di San Pietro a Maiella, suonò prima alla Scala, poi, peregrinando in Eu­ropa, un po’ dappertutto. Raggiunse la celebrità sonando il violino nel celebre quadro di Lionello Balestrieri, Bee­thoven. E poi?…

Tornò in Italia ed andò a Montecassino per farsi monaco; difatti, appena compiuto il noviziato, sposò una Russa – la Russa fatale. Si trovò presto associato, a Firenze, a quel gruppo di letterati ed artisti e filosofi che, al principio del secolo, foggiavano i nuovi destini intel­lettuali dell’Italia; a Giovanni Papini, Ardengo Soffici, F.T. Marinetti, Emilio Cecchi, Italo Tavolato, Giovanni Amendola, Enrico Corradini, Agnoletti, Cardarelli, Mor­selli, Janigro, Serra, Cantù, Onofri… Fu guida, nelle pas­seggiate d’Italia, ad André Gide.

Del suo profilo Italo Tavolato incise queste linee: «Giuseppe Vannicola discende da quella razza spirituale di pagano-cristiani che, fiorita nel Rinascimento Italiano, si estingue, quattro secoli più tardi, sotto specie estetica, nella scuola di Oscar Wilde. Razza signorile e fiera, sep­pur non combattiva, quando l’animi il fervore della gio­ventù e del sangue; morbida e catacombale, sebbene sor­ridente, allorché il puro cristallo della coscienza lirica s’incrini nel cozzo dell’anima contro la sconsacrata realtà quotidiana: meticci di sole e tenebre, sono i campioni pagano-cristiani, convinti dell’invulnerabilità spirituale, indifesi contro gli allettamenti dell’empirismo, disingan­nati e vinti alla fine dalla materia. Anche il nostro Van­nicola, non resistendo al male, al peccato, al dolore, pa­ganamente, cioè con la continuità dell’azione costruttiva o dell’atto creativo, ma soltanto evangelicamente, cioè non resistendo, anche Vannicola ebbe a subire l’insanabile frattura interna, fatale alla sua razza: la frattura etica per cui, pur rimanendo intatta l’unità del sentimento, è instaurato un dualismo dello spirito che scalza le basi dell’esistenza».

E Marinetti: «Tutte le seti della terra, del cielo-inferno che le sue vene mistiche portavano, lo condannarono fatalmente all’alcool. Vittima di un incontenibile cuore mutilato di tutte le battaglie cerebrali, Vannicola conservò sempre un misterioso e affascinante sorriso di bambino, un sorriso trionfale, col quale egli schiacciava tutte le tragiche e prepotenti realtà della sua lunga agonia».

Arturo Onofri: «Giuseppe Vannicola appartiene alla schiera, purtroppo non esigua, di quelle vite d’artisti precocemente spezzate (si pensi: Corazzini, Janigro, Gozzano, Slataper, Serra, Cantù, Benedetti, Macca, Morselli, Tozzi, ed altri ed altri), vite spezzate le quali, in questi tempi movimen­tati e decisivi di tramutazione di coscienza, in cui gli uomini passano come per una spirituale crisi di pubertà, stanno quasi a confermare, con la loro partenza, la neces­sità, per i superstiti, di una forte disciplina interiore. Infatti il pensiero per lui, insieme a quello per altri cari morti della sua stessa sorte, io lo sento non solo soprav­vivente e tutelare, e quasi aver preso lena e certezza dalla morte appunto, ma anche lo sento stimolatore e illuminante verso una nuova alba umana alla quale essi anda­rono incontro, lasciandoci pel momento».

Guido Vitaletti: «Non era un malato, no, Giuseppe Vannicola, era un uomo che sorrideva, a fior di labbra, e che si nudriva di tutto e di nulla: la stessa poesia per lui non era che uno stame che s’aggiungeva alla trama della vita, un fiore che metteva all’occhiello con disinvolta eleganza, come ebbe a rispondere quando lo si volle, brutalmente, accusare. In fondo, un eclettico abbeverato di larghe letture moderne,” che non sempre riusciva trasformare in sangue del suo sangue, un pensatore che sorrideva e si esercitava su di un periglioso “trapezio” spirituale, “la doute” come gli aveva insegnato Montaigne, che non di rado però riusciva a trasformare, sulle orme di Anatole France, “en un mal oreiller pour une tète bien faite”. Chi ha letto Secundum Lucam lo vede infatti rispecchiarsi, come in terso cri­stallo, nella figura di Filippo, il protagonista che con­chiude, con un ambiguo verso, il perfetto “elogio” del dubbio: Tant pis ou tant mieux au tant pis».

Eva Amendola Kuhn: «Quando io rileggo – e mi ritorna nell’animo il ri­cordo della lunga amicizia e della cordiale collaborazione – qualche pagina di Giuseppe Vannicola, mi colpisce so­prattutto, linea essenziale del suo spirito, il suo edonismo, ossia la sua filosofia della gioia, e mi è caro pensare di lui ciò che egli scrisse di Oscar Wilde che tanto amò:

Era deliziosamente chino verso il sorriso.

In qualunque circostanza della sua vita – spesso così elegantemente dolorosa! – egli sempre e dovunque cercava di realizzare ciò che aveva teorizzato a proposito di quel suo adorabile maestro: Si comincia a comprendere, che il primo dovere dell’uomo è di godere. Se no, perché vivere?».

Ed infine Libero Altomare: «Un’anima aristocratica e irrequieta che aveva ten­tato tutte le esperienze e corso tutte le avventure prima di adagiarsi in uno scetticismo operoso, una intelligenza sempre vigile tra le ebbrezze della fantasia, un corpo ricurvo come un archetto vibratile troppo intensamente tormentato: ecco Giuseppe Vannicola quale mi apparve quindici anni or sono, quando la breve parabola della sua esistenza già declinava…

Avvicinandolo, subito si restava conquistati dall’in­tima freschezza spirituale che sopravviveva a Lui come una fresca sorgente di entusiasmo che animava le nostre amichevoli conversazioni e ch’egli invano cercava di na­scondere sotto le più sconcertanti ironie. Perché quella sua adorazione per la Bellezza, ch’egli identificava con la Bontà e la Verità, finiva per trionfare su tutte le preven­zioni ostili, su tutte le diffidenze».

Strappando così, a caso, fronde e fiori dalla corona di pensieri che i suoi amici vollero deporre sulla sua memoria, nella bella, affettuosa rievocazione di Carlo Scarfoglio, si trova una foglia d’amaro sapore, un fiore d’evanescente profumo: Vannicola non ha lasciato un capolavoro.

Non ha lasciato, infatti, che il suo corpo malato, esanime, su un muro, al Sole di Capri… E quello che non fece lui, fece, di lui – morto – l’Isola del Sole.

André Gide allude all’ultima passeggiata dell’amico: «La promenade s’est terminée dans les larmes. Une vallèe d’abord souriante de fleurs et sonore de chants d’oiseaux qui s’étrécit bientòt et se dé sole; et le pèlerin qui s’acheminait au matin plus joyeux que l’oiseau, plus insoucieux que la fleur, n’ayant plus pour compagnon que l’angoisse, désespéré, succombe avant le soir».

«Vannicola! Je voudrais que ton coeur n’évoquàt le souvenir que de ton accueil, de ton rire et de ta fantai-sie. N’as-tu pas été pour moi le premier compagnon su cette terre italienne si belle et si prodigue de sa beauté? J’oubliais près de toi tout ce qui n’est pas poesie. Il n’était rien d’exquis dont ton avidité ne sùt s’éprendre et tu faisais ferveur de tout. Cher imprudent ami qui ne connaissais pas la réserve, pensais-tu te faire un trésor de ce que tu dépensais follement? Tu croyais, excessif en tout et parce-que l’oeuvre d’art t’apportait un excessif plaisir, que l’art lui mème est un excessif plaisir, que l’art lui mème est un excès et s’obtient par intempé-rance, mais il est fait de réserve; tu n’allumais que ton bùcher».

«D’année en année je te retrouvais un peu plus courbé; ton rire devenait plus spasmodique, ton exaltation moins spontanee et ta ferveur plus ténébreuse. Pauvre ami douloureux qui sus garder une àme enfantine, dans un corps sur mene, déjeté de douleurs et plié par le poids de la vie, tes écrits les plus tristes ne sont pas aussi pathétiques que ta misérable agonie».

«Que du moins, avec quelques fidèles, j’apporte su ta tombe, comme un hommage à ton grand coeur, ce témoi-gnage de mon amicale piété».

La passeggiata, M. André Gide, è finita nel Cimitero di Capri – in una risata: ecco il capolavoro.

Vannicola venne a Capri dopo aver conosciuto i trionfi di violinista – a Milano, in Russia, in Finlandia; dopo la gloria del cenacolo fiorentino, attaccato dalla tabe, logorato dall’alcole, straziato dall’«anima slava…».

Il suo violino gli aveva strappato solo gemiti e sin­gulti, il tormento fisico gli aveva increspato la bocca d’un amarissimo ghigno.

Quando approdò all’Isola beata, aveva svuotata la coppa della vita di ogni giocondo umore; Capri gli diede un’ultima boccata di sole, del quale egli era avido, un ultimo sorso di vino, del quale era sempre sitibondo -ma non arrivò a farlo ridere, in vita, l’Isola ridente. Bru­ciato dal sole, arso dal vino, s’addormentò sopra un muro, morente; le cure affettuose di pochi amici, la cura amo­rosa d’un’amica, gli alleviarono le sofferenze della fine.

Morì senza pagare il debito della trattoria e, peggio, truffando le spese del funerale.

La pietà degli amici dell’ultima ora – poiché s’era sfoltita la schiera degli ammiratori compassionevoli – si commosse, per qualche giorno, fino alla somma comples­siva di sessanta lire. Poche anche pel funerale, assoluta­mente insufficienti per dargli il riposo in una sepoltura perenne.

Ebbe una sepoltura temporanea, come tutte quelle che, nel Cimitero di Capri, sono riservate agli artisti, ai suicidi ed agli scomunicati: una sepoltura temporanea e mobile. Lo misero in una di quelle tombe a salma inter­cambiabile del sistema reso celebre, molti anni or sono, da Don Biagio Maltese, Custode del Camposanto Acat­tolico.

Lo misero lì e starebbe ancora lì, se, durante l’Am­ministrazione che tentò qualche esperimento futurista, non fosse venuto in mente al Sindaco di mettere lo scom­piglio anche nel Cimitero. Quel tale Sindaco incominciò per abbattere il brutto muraglione che cingeva il Cimitero a tramontana e che, come lui diceva, «toglieva la vista»: la vista meravigliosa del Golfo di Napoli, ch’era stata ostruita, prima dall’ignobile muraglione, poi da una qua­druplice fila di colombari tutti scompartiti a cassettini, con le loro brave maniglie di bronzo fuso.

Al Municipio credettero che la proposta del Sindaco fosse uno scherzo, e lo lasciarono fare; purché non facesse sul serio, quel Sindaco lo lasciavano sempre fare.

Poi venne l’idea del reparto degli uomini illustri; do­vette chiamarlo così, il Sindaco, altrimenti non glielo lasciavano fare; ma quando spiegò che si trattava di preser­vare le tombe di qualche artista, di qualche poeta, al Municipio si incominciarono ad impensierire, fecero ca­pire che quelli, per antica tradizione, s’erano sempre sot­terrati nel Camposanto protestante, e se ne capitava qual­cuno in terra consacrata, lo si metteva direttamente nella fossa comune. Allora il Sindaco disse: – Facciamo il re­parto degli uomini illustri!

C’era, per esempio, Vannicola, c’era Leto, il pittore, e Lovatti…

Vannicola, chi?

Ma come, non si sapeva chi fosse Vannicola?

La cosa decisamente non «quagliava» ed invano il Sindaco spiegò che si trattava d’un edonista, dell’allievo di Baudelaire, di Verlaine, di Aloysius Bertrand e di Laforgue; il modello del Beethoven di Lionello Balestrieri…

Ma che ha fatto questo Vannicola?…

Era difficile spiegare quello che aveva fatto Vannicola: ne aveva fatte tante! Era un esteta affamato; con gli ultimi soldi che gli restavano, prima di venire a Capri, una mattina, sul Corso, a Roma, s’era avviato per fare cola­zione, ma poi, fermato davanti alla vetrina d’un fioraio, con quei pochi soldi in tasca, prima indeciso fra la cola­zione ed un mazzo di gardenie, fattosi coraggio, aveva finito per cedere alle gardenie.

Ma questo non si poteva dire al Municipio, né si poteva dire che Vannicola era un bohémien, e cioè l’esponente sublimato di una civiltà satura di tutte le raffina­tezze dell’arte, un tipo di decadente e cioè il riflettored’un’arte ipersensibile, voluttuaria, fosforescente, tortu­rata da nevrosi estetica, intossicata dagli eccitanti dei paradisi artificiali. Questo non si poteva dire perché, ap­pena fosse accertato che Vannicola era un artista, come tanti altri depravati che vengono a Capri, sarebbe andato a finire, anche prima del tempo, nella fossa comune. Il Sindaco, però, che era furbo, spiegò meglio la cosa; disse: – Come, non sapete? Si tratta proprio del celebre Vannicola, professore di violino e di belle lettere, molto conosciuto all’estero e già premiato in diverse esposi­zioni… Cav. Uff., anzi Commendatore… Ve lo immagi­nate, un Commendatore, che vada a finire nella fossa comune?

Fra i membri della Giunta, ai quali il Sindaco spie­gava la cosa, corse un brivido. Erano quasi tutti Cavalieri, e due di essi, anzi, Cavalieri Ufficiali; tutti poi, indistin­tamente, sarebbero finiti Commendatori. Proprio in quel tempo i due candidati politici si contendevano il Collegio a colpi di croci; il candidato democratico, in meno di tre mesi, aveva fatto fare undici Cavalieri, e quello popolare faceva il gioco grosso, di commenda: tre Commendatori in due mesi. Il Sindaco futurista fece capire che Vannicola doveva essere, per lo meno, Commendatore, anzi all’estero, forse, Gran croce. A Capri era indispensabile il reparto degli uomini illustri, e si sarebbe potuto comin­ciare con lui: poi – spiegò il Sindaco – fra cent’anni ci sarebbero andati tutti gli assessori, i consiglieri, tutti gli elettori principali dei due candidati, democratico e popo­lare, nel nuovo reparto. Così fu votato il reparto degli uomini illustri al Cimitero di Capri e fu votata la conces­sione del suolo per la tomba di Vannicola. A Capri una tomba, a votarla, si fa presto: il guaio sta a trovarla. Quando incominciarono le prime ricerche per la tomba di Vannicola, si disperò di trovarla; il custode del Cimi­tero diceva vagamente, additando con un gesto compren­sivo della mano i più recenti – dal 1915 al 1917: – Dev’essere uno di quelli!

Si dovettero fare gli assaggi, come era solito in quei tempi. Si usava, così, per essere sicuri: quando si cercava una salma, si provavano i cadaveri più probabili, finché veniva fuori quello desiderato. Al primo assaggio fatto per trovare Vannicola, venne fuori un colonnello bavarese. Poi tentarono altre tombe.

Ma a quest’ora starebbero a cercarlo ancora, se non ci fosse stato il Cappellano del Cimitero, il quale, tanto per passare il tempo, ma da dilettante, si occupava anche lui di inumazioni ed esumazioni. Il Cappellano, che aveva una memoria di ferro, ricordò che, proprio nei giorni in cui era morto Vannicola, avevano esumato il milionario americano Rumford Clark, per mandarlo al suo paese. Rumford Clark aveva fatto una fortuna col Tangle Foot, l’unica carta veramente efficace per acchiappare le mo­sche, ed era morto a Capri, facendo credere di essere cattolico apostolico romano; poi s’era scoperto che era protestante, l’avevano esumato e nella tomba vuota ci avevano usato lo stesso numero, in majolica, l’istessa croce e l’istessa tabella, col nome e cognome e con la professione e le date di nascita e di morte di Rumford Clark.

Il Cappellano non s’era sbagliato. Quando esplora­rono la tomba sospetta, venne fuori un teschio, con le mandibole spalancate da una risata postuma.

Vannicola deve aver gustato quello scherzo e la sua ombra, tutto quello che di lui resta – il suo capolavoro – si è così perpetuata e resterà sempre.

L’ombra del teschio che ride.


Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...