L’accusa di plagio sulla Voce

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CARLO MARTINI

Gustavo Botta

REBELLATO EDITORE PADOVA

Ecco la polemica svoltasi su LA VOCE riguardante

i plagi di Giuseppe Vannicola

 

*  * *

« Milano, 19 marzo 1913. — Caro Prezzolini, Rileggo l’articolo intitolato Il settimo comandamento e, invece di mandarlo a lei come mi proponevo di fare, senza esitazioni o rimpianti lo getto nel cestino. — Cosa vuole? Il giustissimo sdegno, che giorni sono mi dettava parole di molta violenza, è tutto caduto; e quel subitaneo mio turbamento si risolve in un sorriso. — Ora, con animo pacato e indulgente giudicando i fatti medesimi, mi sembra inopportuno inferire contro uno sciagurato, il quale scrive e non sa scrivere, traduce e non sa tradurre, plagia smaniosamente e non sa nemmeno plagiare. — Così mi asterrò, in quella misura che mi sarà possibile, dai commenti, limitandomi a comunicarle talune indicazioni precise. — Dunque, il signor Vannicola pubblicava: nel quarto numero di Lacerba (15 febbraio 1913), Le varie morali (Apologo per i giovani); nel primo numero del Vaglio (1° marzo 1913), I macchiatoli e Il cubismo: nel secondo numero del Vaglio (15 marzo 1913), Il simbolismo francese e La musica di Debussy; e firmava codesti suoi scritti col proprio nome. — Orbene: all’unico nome, così poco autorevole! di Giuseppe Vannicola, chi pregia la verità anche nelle bazzecole si compiaccia di sostituire per ordine i cin­que nomi seguenti: Lucien Jean, Jules Laforgue, Léon Paul, Fargue,  Henri de Régnier, Jacques Rivière. — E infatti, il racconto Le varie morali, che propriamente apologo non sarebbe, è traduzione, abborracciata e servile, di L’homme dans un fosse, contenuto nel buon volume Parmi les hommes di Lucien Jean, scrittore sincero e caldo, anima pura. Qui va notato che il Vannicola fa qualche taglio, trala­sciando in grazia di un pessimo gusto inesorabile o forse per discrezione, le finezze migliori. E va pur detto come, dai ferocissimi uomini che dirigono Lacerba, questo brutto plagio fosse dichiarato, sebbene in modo alquanto inesatto e non palese abbastanza. Quella volta, misero da banda anche loro la crudeltà prediletta, per mostrarsi pietosi fin troppo con l’amico e collaboratore, che li aveva ingannati. E ognuno può leggere, con l’aiuto di una lente bensì, tale dichiarazione impressa a caratteri microscopici nel quinto numero di Lacerba, sopra la firma del gerente responsabile. — Una buona parte dell’articolo I macchiaioli è composta di brani tratti dai Mélanges posthumes del grande Laforgue e male cuciti insieme (p. 133, 144, 162, 160, 161, 155, 156, 151, 141, 142); l’altra, che odora forte di copiatura, non saprei a chi attribuirla. — La chiacchierata intorno al cubi­smo è tradotta a parola, coi tagli consueti e non senza sva­rioni, da una mediocre Nota di Léon-Paul-Fargue, inserita nel quarantottesimo numero della Nouvelle Revue Francaise (p. 1088, 1089, 1090, 1091). — Il simbolismo francese e, com­presa quella citazione lunghetta dal de Gourmont, un mosaico fatto di pezzi, tolti da una discreta conferenza di Henri de Régnier: Poétes d’aujord’hui et poesie de demain; la quale sta nel volume Figures et caractéres (p. 327, 317, 319, 330, 331, 332, 333, 337, 342, 343). – E finalmente La musica di Debussy è traduzione scadente e letterale, con istrani tagli, di due pregevoli scrìtti di Jacques Rivière, ingegno acuto (Pelléas et Mélisande de Claude Debussy e Les poémes d’or­chestre de Claude Debussy) raccolti in Etudes. ottimo libro (da pag. 156 a 164). — Questi semplici ragguagli che io le ho dato, Prezzolali mio caro, mi fanno nascere nella mente certe considerazioni tragicomiche. — Meglio tacerle, almeno per ora. — Affettuosamente suo  Gustavo  Botta ».

[La Voce, a. V, n. 15, 10 aprile 1913]

* * *

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Andrè Gide

UNA LETTERA DI GIDE

« Mon cher Prezzolini, — Ce n’est pas sans étonnement, je l’avoue, que j’ai lu, dans le dernier n. de la Voce, le réquisitoire de M. G. Botta contre G. Vannicola. Je ne doute pas que M. G. Botta n’ait été trés qualifié pour jouer ici ce ròle du justicier qu’il assume, à quoi le destinai! évidemment cet animo pacato e indulgente qu’il se reconnait. Pourtant j’aurais préferé qu’il laissait se plaindre ceux de auteurs qu’il cite, Leon-Paul Fargue, Henri de Régnier, Jacques Rivière — pour ne parler que des vivants — comme ayant été lésés. Bien que ne trouvant pas mon nom parmi ceux-ci, peut étre estimerez-vous que j’aie quelque droit à répondre, comme un des ceux traduits par Vannicola, il quale traduce e non sa tradurre. — Les relations artistiques entre la France et l’ Italie ont été, de tout temps, des plus cordiale. Les célèbres pastiches de d’Annunzio ne scandalisent aujourdui plus personne, et, tout au contraire, ceux des Francois que son rare talent a estimés dignes d’emprunt, s’en sont trouvés fort honorés. Plus récemment, un Enfant Prodigue était donne à Rome sur la scène de l’Argentine, petit de temps après la publication dans Vers et Prose de mon Retour de l’Enfant Prodigue, que l’auteur de la piéce, M. F. M. Martini avait bien voulu lire et trouver ci son gout. M. F. M. Martini, me fit la faveur d’adopter cet opuscule et de l’adapter à la scène fond et forme; à part mon nom, tout y était; de sorte que M. Jean Carrerè, dans une chronique dramatique du Temps, put reconnaitre une des plus originales du théàtre italien contemporain. Encore une fois, voilà qui entretient la cordialité. — De quoi s’agit-il aujourd’hui? d’une oeuvre d’art? Non point: mais simplement de quelques articles de journaux ou de revues, d’articles de vulgarisation; Vannicola est accuse d’y avoir suivi d’un peu trop prés certaines idées de quelques auteurs francais, qu’il a sans cesse loués, eités, et pour le succés desquels il a toujours travaillé. M. G. Botta peut-il douter que ceux ci ne lui en garden une très vive reconnaissance? — Je ne parle ici qu’en mon nom propre, mais ne mets pas en doute que, s’ils connaissaient cet articles, André Ruyters, traduit également par Vannicola, Henri de Régnier, Léon-Paul Fargue et Jacques Rivière — ne joignent à la mienne leur protestation indignée. — Croyez, mon cher Prezzolini, à mes sentiments les meilleurs, André Gide. — P.S.C. — Est-il bien nécessaire d’ajouter que j’écris rette lettre complétement à l’insu de Vannicola? ».

Traduzione:

Una lettera di Gide

“Caro Prezzolini,

stupito, leggo sull’ultima Voce la requisitoria di G. Botta contro G. Vannicola. Non dubito che a Botta spetti il ruolo di giustiziere, cui lo destinava evidentemente l’animo pacato e indulgente [in italiano nel testo – NdT], come crede che sia il suo. E preferirei che a lagnarsi, come parti lese, fossero gli autori citati: Léon-Paul Fargue, Henri de Regnier, Jacques Rivière – per citare solo i viventi. Però, sebbene io non sia citato, forse lei mi lascerà replicare,perché sono tra gli autori tradotti da Vannicola. Che traduce e non mi traduce.

I rapporti artistici tra Francia e Italia sono sempre stati cordialissimi. I noti pastiches [testi scritti a imitazione altrui – NdT] di Gabriele d’ Annunzio ormai non scandalizzano più nessuno. Anzi: i francesi copiati dal suo raro talento ne sono lusingati.

Ora, poco dopo l’uscita su Vers et Prose del mio Retour de l’Enfant Prodigue, al teatro Argentina di Roma si è rappresentato un FIgliol prodigo di F. M. Martini. Egli doveva aver letto il mio lavoro, apprezzandolo al punto da adottarlo e adattarne forma e sostanza per la scena: qui tutto è mio, tranne la firma. E infatti, recensendolo su Le Temps, Jean Carrère vi ha scorto una delle opere più originali dell’odierno teatro italiano. Infinita è la cordialità.

E oggi di che cosa si tratta? Di un’opera d’arte? No, solo di alcuni articoli di giornali o riviste, articoli di volgarizzazione. Si accusa Vannicola d’aver seguito un po’ troppo da vicino le idee di alcuni autori francesi, che ha regolarmente citato e per il successo dei quali ha sempre lavorato. G. Botta dubita della loro gratitudine per lui? Qui parlo per me, ma sono certo che – se sapessero di questo articolo –  André Ruyter, anch’egli tradotto da Vannicola, Henri de Regnier, Léon-Paul Fargue e Jacques Rivière s’unirebbero alla mia indignata protesta.

Coi più cordiali saluti.

André Gide.

P.S.  Vano aggiungere che le ho scritto senza informarne Vannicola? ù

 

(La Voce, n. V., n. 16, 17 aprile 1913)

 

* * *

«Caro Prezzolini, — lo mi dolgo, e non poco, di dover ripigliare un increscioso discorso; ma m’inducono a ripi­gliarlo le parole, secondo me alquanto inopportune, di André Gide. Il quale mi si fa incontro stringendo l’armi corte de’ suoi cavilli sottili e con una certa aria di ambi­guità nel volto sorridente. Ed ecco che, in luogo del Van­nicola, mi risponde lui. — Ciò mi parrebbe un poco strano, s’io non avessi da buona fonte che, proprio quando la modesta mia lettera veniva in luce, egli era di passaggio costì a Firenze, come non risulta dalla sua. — Diciamola subito, e senz’ambagi: questa gran difesa, improvvisata dal Gide lì per lì, s’impiglia in errori di giudizio e di fatto e si trascina malamente per vie tortuose: così debole da non potersi reggere senza l’aiuto di una gruccia. — La gruccia sarebbe, se m’è consentita l’immagine, sarebbe la firma dello scrittore conosciuto. — No, no! Non si tratta già di sapere se il tale o tal’altro autore, più o meno sac­cheggiato, se ne compiaccia più o meno; né di concedere ai plagiati, soltanto ad essi (e siano pure morti!), il sin­golarissimo privilegio d’insorgere o ringraziare, secondo il carattere di ciascuno, l’animo, il capriccio. — Chi scrive ha dei doveri: li osservi. Chi legge ha i suoi diritti, e non li cede; non patisce che lo ingannino: scoperto l’inganno, si sdegna. Per gli uomini probi la questione, che a certuni pare tanto imbrogliata, è semplice assai. E se i contorni di essa non si delineano netti, fra la caligine del sentimento nel sole della ragione brillano evidentissimi. Più che di estetica, è questione di etica; e che trascura e trascende gl’interessi dei singoli; ch’è superiore ai contratti clande­stini e ai taciti baratti fra chi vive e chi trascrive; que­stione riguardante la storia, la verità della storia, e quindi lo spirito, che non dev’essere violato. — E d’altra parte, alla inverosimile gioia di chi si vede togliere, e spesso guastare, l’ intimo frutto del proprio ingegno e del proprio lavoro, io non ci credo niente. O allora perché lo stesso Gide, invece di crogiolarsi muto nella sua gioia, agguanta l’occasione di divulgare fra noi come qualmente in Roma, all’Argentina, venisse rappresentato, con altro nome dal suo, un lavoro drammatico levato di peso dal Retour de l’enfant prodigue, opera di lui? Perché ce ne informa, se non col fine di rivendicarne a sé la paternità spirituale? Perché dunque, se non per raccontarci come, al giornalista Jean Carrére, francese, quel lavoro sembrasse un dei più originali fra quanti ne dà il teatro italiano odierno? (al quale giudizio falso o vero che sia, pensino i drammaturghi nostrani). —

Dopo tali considerazioni io mi fo lecito di pensare che, in questa fastidiosa faccenda, la sola cosa che al Gide prema veramente, l’unica che gli sia proprio a cuore, è la storiella di quest’altro plagio novissimo, ch’egli denuncia con amabilità sopraffine. — Ma lo denunzia; e pel timore d’esser frainteso, insiste; pur tra i rimproveri mossi a me, e con un suo ghigno signorilmente oltraggioso, lo denunzia alla riprovazione dei  lettori che, più  che alle ciarle eleganti, badano alla cosa. — Sicché, tanto per concludere, io dirò che questa lettera del Gide, guardando bene addentro nella sostanza sua vera, mi appare quale uno de’ suoi pretesti meglio indovinati. Ed è poi facile comprendere che stima io faccia di certa indignazione di maniera. Ne rido. Così, a dispetto dei retori, dei maligni e dei neghittosi, io se­guiterò a pubblicare quelle fonti che, senza ricercarle, mi cadranno sott’ occhi, ma distinguendo, come Vittorio Imbriani faceva, tra incontri fortuiti, reminiscenze, imitazioni e plagi veri e propri; e tenendo le fonti nel giusto conto in che si debbon tenere, come Benedetto Croce insegna molto limpidamente. Seguiterò, pacato ma senza falsa pietà verso i plagiari, attenendomi a quella sentenza di Leonardo, severa ma giusta: Chi non punisce il male, comanda che si facci ».

Segue un « esempio di plagio » (da G. Vannicola, Il Va­glio, n. 1 col confronto del testo di L. P. Fargue, La Nouvelle Revue Française, n. 48). — La lettera del Botta così prosegue: « lo sono dispostissimo ad esaminare, se occorra, la traduzione della Salome, perpetrata dal prelodato signore. Ed esaminerò pure, se stimerò conveniente di farlo, la tra­duzione contenuta nella raccolta Prose, del Viaggio su l’ Oceano patetico di André Gide; traduzione codesta, di altro autore, e non paragonabile di certo a quella citata prima — pessima per ogni conto — ma che tradisce, nello spirito e nella lettera, il testo francese. — La qual raccolta Prose, diretta dal Vannicola appunto, si propone — chi non lo sapesse — d indicare all’attenzione del pubblico quegli scrittori la cui arte rifiuta di disseccare nell’erborarlo [sic] delle catalogazioni ecc. — Ora, se André Gide, così fino e arguto artefice di prosa, avesse una miglior cono­scenza della nostra lingua e letteratura, anziché maravigliarsi delle mie censure giustissime, si maraviglierebbe dell’impu­dore letterario del signor Vannicola, e con ribrezzo indie­treggerebbe la testa leggendo gli strafalcioni di lui e le scioc­chezze, e non si scalmanerebbe tanto a difendere, com’egli fa, la porta inedita e astrusa della baracca dell’ Errore. — Ed io vedendo uno scrittore pregiato sostenere, contro di me galantuomo, le parti di uno scribacchino plagiario, ho provato un vero disincanto e uno stupore grandissimo. Tale stupore che, per darne un’adeguata idea al lettore distratto, io son tentato di manifestarlo con una frase molto magistrale, e tolgo a prestito anche questa da un libercolo di esso Vannicola: Il mio stupore fu così eccessivo che un bicchiere cadde in frantumi. – Delle quali gemme stilistiche egli rimane — e rimanga! — fabbricatore e signore legittimo e incontrastato.

Gustavo Botta ».

* * *

Vannicola non risponde alle precise, documentate accuse di Gustavo Botta.

La Voce pubblicò anche, nello stesso numero, una let­tera di Giovanni Amendola. — « Roma, 19 aprile 1913. — Egregio Direttore della Voce, leggo con viva soddisfazione nell’ultimo numero della Voce una lettera assai intelligente e spirituale di André Gide — che amerei ringraziare pubbli­camente sulle stesse colonne anche in nome di tutti coloro che hanno letto, con me, con molta noia e con qualche pena, il tacitiano saggio di critica fulminante che il signor Gustavo Botta ha voluto — per l’onore, certo, delle lettere italiane — consacrare al lavoro quotidiano del mio buono e simpatico amico, Giuseppe Vannicola. — All’opera del quale io — vedi negligente amicizia! — non ho mai potuto consacrare tanto ozio filologico, da trovarmi oggi in grado di poter valutare, con competenza di erudito, le valutazioni del sig. Botta: ragione per cui mi accontento volentieri del parere di André Gide, che in materia mi sembra attendibile. Una cosa soltanto posso affermare per mia scienza, ed è questo: che ho letto di Giuseppe Vannicola pagine e pagine —  sostanza della sua opera — nelle quali oltre un velo di letteratura francese, è la personalità viva e singolare del loro autore espressa con stile poetico che gli appartiene. — Dopo di che le esercitazioni critiche del signor Botta (quanti oggetti più rimunerativi per tanto lavoro!) perdono molto del loro interesse. Valgono almeno tanto poco quanto quelle di coloro che pretendono di liquidare un uomo di pensiero mediante il catalogo degli spropositi, molti o pochi, che si possono rinvenire nei suoi libri, oppure un uomo d’azione in base agli errori, grandi o piccoli, che possano diminuire il pregio della sua opera. Io rivendico per me e per tutti, a dispetto dell’ozio filologico il diritto di spropositare e di errare: non per questo ci chiuderanno in faccia le porte del paradiso! — Giovanni Amendola ».

[La Voce,  a. V, n. 17, 24 aprile 1913]

 

* * *

Risposta del Botta alla strana lettera-difesa di Giovanni Amendola. —

« Caro Prezzolini, Brevi parole circa la lettera del signor Giovanni Amendola: alla quale, se non m’inganno, toglievano molto di efficacia le mie documentate ragioni. Dunque, vediamo. — Prima di tutto: se il signor Amendola non ha — e così sembra purtroppo! una bastevole cognizione di quanto scrisse l’amico suo Vannicola, non dovrebbe met­tere bocca nella disputa; e non dovrebbe accogliere il giudizio (di grazia, quale giudizio?!) di uno straniero, sì, geniale, ma incompetente a decidere sul caso nostro. A ogni modo, io consiglierei l’Amendola a leggersi, fra l’altro, nel volume Prétextes, l’articolo La Route Noire, dove il Gide esprime reciso alcune idee intorno agli errori e mette in mostra i frutti del suo filologico ozio. — Inoltre, io non vorrei che l’Amendola, per troppo zelo e fidando nei malcerti ricordi, s’impancasse ad asseverare che, nelle pagine del Vannicola, oltre un velo di letteratura francese, è la personalità viva e singolare del loro autore espressa con stile poetico che gli appartiene. Non vorrei: perché qualcheduno, meglio eru­dito e forse più sagace critico di lui, potrebbe agevolmente, a un bisogno, con le prove alle mani e considerazioni vali­dissime, distruggere la sua strana illusione. — Infine, sarebbe assai bello che l’Amendola e con lui cert’altre persone, smet­tendo le congetture fantastiche, si rassegnassero a credere, con intelligente semplicità questo: che io, sebbene mi sono, per via di lunghi e amorosi e pazienti studi façonné une oreille, camme un trouveur de sources, non cerco, né ho cercato mai, di proposito, nessuna fonte. E se n’ho trovate, non mi pare sia da farmene un carico. E chi sa poi che non si nasconda, dietro codesto preteso ozio filologico (il quale in sostanza varrebbe su per giù quanto l’ozio filologico), non si nasconda cosa, che altri, accecato dalla presunzione, non vede! — Però i fatti, nonostante il ronzio delle chiacchiere, rimangono quali io li ho dichiarati: né più né meno. E qui, sperando di finire la uggiosa controversia, fo punto. E le stringo la mano. — Gustavo Botta. — Milano, 27 aprile 1913 ». — [La lettera porta, a mo’ d’epigrafe, queste parole di Gide: « Mais que me font, direz-vous, ces erreurs si le livre lui-méme est bon. Mais, monsieur, comment voulez-vous que cela soit? L’auteur na pas changé, pour penser ce livre et pour écrire ces phrases. Le livre, l’auteur et cela, cest tout un ». — André Gide (Prétextes, p. 233).

* * *

Una lettera di Fausto Maria Martini. — Roma, 25-4-13. — « Signor Direttore, La prego di pubblicare questa ri­sposta alla lettera di André Gide: — Ecco la verità: André Gide mi accusa d’aver plagiato il mio Ritorno, un atto rappresentato or sono quattro anni con buon successo al­l’Argentina, da una sua prosa o lirica non ricordo, pubblicata in Vers et prose. Orbene, per lanciare un’accusa di tale entità, occorre avere dinanzi agli occhi i due termini di confronto. Il Gide ne ha uno solo: il suo lavoro. Infatti egli non conosce il mio atto che non è stato mai pubblicato. Esso fu rappresentato due sole volte a Roma, mi consta che in quelle due sere André Gide era a Parigi. — Basterebbe questo per stabilire la mia completa discolpa. — Devo ag­giungere, in omaggio alla più stretta verità: il mio Ritorno trae ispirazione dalla parabola evangelica, e se per una certa variante, ricorda la poesia o prosa di Gide, io fui così ga­lantuomo che posi come epigrafe sulla prima pagina del mio lavoro talune parole del Gide. E tutto ciò è normalissimo nella produzione letteraria. — Concludendo chiedo lo stesso galantonismo a André Gide. Egli ha dimostrato di mancarne. Dice che dall’articolo, invero di gran lode, che il Corriere scrisse sul Temps a proposito del mio Ritorno, egli ha de­dotto l’esistenza del plagio. Ma allora il Carrère, che è onestissimo critico e che conosce bene l’opera intera del Gide, sarebbe stato il primo a rilevar la mia colpa. — Resta un sol fatto: che il Gide mi ha messo fra i plagiari, in com­pagnia di Gabriele D’Annunzio. Francamente, non posso che ringraziarlo. — Fausto Maria Martini ».

* * *

Una lettera di Arturo Onofri. — «Egregio signor Diret­tore, mi conceda una breve risposta al sig. G. Botta per (pianto egli dice, nella Voce del 24 corr., sulla mia tradu­zione del Viaggio sull’oceano patetico di A. Gide, apparsa, ai primi d’aprile del 1912, con la data del febbraio, nel IV numero della raccolta Prose diretta da G. Vannicola, e pubblicata dall’editore Baldoni di costì. — Dopo ch’io ebbi mandato il manoscritto di detta traduzione passarono alcuni mesi senza che ne sapessi più nulla. Finalmente la posta mi recapitò il suddetto fascicolo, già bell’e stampato e pubblicato. Stupii, poiché avevo richiesto ripetutamente di correggere le bozze, come di diritto; e rileggendo man mano la presunta mia traduzione, trasecolai addirittura. Non solo gli strafalcioni tipografici si rincorrevano a frotte, pa­gina per pagina, sconciando il testo; ma il peggio (molto peggio!) si era che la mia traduzione era stata manomessa da qualcuno che si era arrogato il diritto di farvi emen­damenti per suo conto, sostituendo parole ad altre, frasi ad altre, talvolta togliendo parole o frasi, e sempre spropo­sitando senza ritegni. — Minacciai processo e diffida al Vannicola e all’editore, intimando l’errata-corrige e la re­stituzione immediata del manoscritto. — Tralasciando per ora ciò che tocca solo i miei affari privati, trascrivo le parole del Vannicola in risposta alla mia intimazione, e sono pronto, nel caso, ad esibire le nostre lettere, nonché il mio manoscritto. — li Vannicola dunque mi rispose: « A tua soddisfazione ti spiego: 1°, che la tua traduzione del Viaggio sull’oceano patetico di André Gide è stata real­mente manomessa da qualcuno che si è arrogato il diritto di farvi emendamenti per suo conto, ecc. Questo qualcuno, caro Onofri, è stato precisamente André Gide, il quale si trova appunto a Firenze (indirizza, se vuoi, presso la Li­breria della Voce); 2°, che la correttura delle bozze, già fatta dal Gide stesso unitamente a me, è stata ripetuta da Bontempelli e in ultimo da Papini: per cui non ho creduto assolutamente indispensabile fartela rivedere, visto anche l’urgenza di far sortire il n° ecc. ». — E allora non mi ressi: e mi misi a ridere. — Credo ora che sarebbe super­fluo e ingenuo ogni commento da mia parte. — Tanto do­vevo allo scrupolosissimo sig. Botta, a cui non erano sem­brati sufficienti indizi gli spropositi tipografici, e ai lettori della Voce. Con ossequio. — Arturo Onofri. — Roma, 24 aprile 1913 ».

 

* * *

 

Finalmente Vannicola si fa vivo. — Firenze, 25 aprile 1913. [ricevuta da La Voce il 28]. — Caro Prezzolini, per­metti ch’io mi scusi presso i lettori della Voce della grande attenzione che il sig. Gustavo Botta dà al mio nome. — Vi sono plagi, nello spirito, molto più immorali di quelli che possono accadere nella lettera per ragioni che il sig. Botta ha la fortuna di non conoscere. La maggior parte della gioventù di oggi, ad esempio, è plagiaria dell’ultimo Libro o della più recente importazione estetica. — Il sig. Botta continui pure a promettere agli amici di essere un grande poeta, ed insista, se ciò può fargli piacere, ad indagare così scrupolosamente nell’opera altrui. — Tant mieux ou tant pis ou tant mieux [In calce: « Ah! dimenticavo av­vertire che è un verso di Verlaine »]. — Io amo la vita e, malgrado dolorose avventure, la vita non ancora ha cessato di amarmi. La mia opera letteraria, a cominciare dal Trit­tico della Vergine (che il sig. Botta ebbe la compiacenza di lodarmi a voce, molti anni or sono) ha, per me, l’im­portanza del fiore che metto all’occhiello. — Credimi, caro Prezzolini, tuo G. Vannicola ».

[La Voce, a. V, n. 18, 1° maggio 1913]


 

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