Alberto Viviani: Il tragico «dandy»

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Non ho mai conosciuto — né potevo del resto averlo conosciuto — Verlaine; ma tutti mi dicevano che Giuseppe Vannicola gli somi­gliava perfettamente nella vita e nella spiritualità; che era insomma il ritratto moralmente pietoso del pauvre Lelian degli ultimi anni.

Conobbi molto bene Vannicola in una sera piovosa del novembre del 1913 alle «Giubbe Rosse». Avevo lasciato da poco Palazzeschi ed entravo nel caffè per salutare gli amici. Egli era seduto tutto curvo in avanti sull’orlo della sedia e siccome il capo gli toccava quasi la tazzina del caffè non fece lo sforzo consueto di alzare gli occhi per vedere il nuovo venuto. Magro, capelli tutti bianchi pettinati e ben divisi, faccia ossuta e violacea, bocca piccola e tagliata ad arco. Se rideva pareva la risata di un teschio e faceva impressione: era un gorgoglìo intermit­tente che saliva uguale e sommesso da quel corpo tutto contratto e spasmodico. Quando qualcuno gli disse il mio nome fece uno sforzo per guardarmi e mi porse la mano. Una povera mano rattrappita che doveva essere stata molto bella. Non sapevo nulla di lui, ma lo guar­davo senza alcun senso di pietà; perché la rovina di un uomo appena trentenne che mi stava davanti, suscitava in me più ammirazione che pena.

Siccome la pioggia non cessava e si faceva tardi egli si alzò per andarsene. Non aveva ombrello ma abitava assai vicino alla Piazza Vittorio Emanuele. Qualcuno insistè per farlo rimanere ma egli non volle. Mi offrii allora di accompagnarlo fino a casa per ripararlo sotto il mio ombrello. «Caro, giovane amico; si vede che lei è un poeta», mi disse appoggiandosi al mio braccio. Allora potei vederlo bene. Era nonostante tutto un vero e squisito signore. Di una eleganza raffinata nell’abito, candide ghette alle scarpe, una grossa gardenia all’occhiello,cravatt a alta e nera che lo fasciava fin sul petto. Un uomo insomma pieno di stile anche in quel suo camminare penoso tutto a scatti e a sbandamenti improvvisi. Era una di quelle figure tra il dandy e il gentleman così rare da noi ma che si rivedono subito aprendo un libro di Verlaine o di Baudelaire.

Fuori guardò il cielo cupo che rovesciava acqua senza pietà e si mosse.

— Andiamo — disse — mio giovane amico. Ma dove? — Seppi poi che qualche anno prima un’ereditaria forma d’artrite deformante l’aveva improvvisamente assalito e ridotto in breve quella povera cosa che era: un giovane di trentasei anni con i capelli tutti bianchi, curvo e incerto nel passo, impossibilitato a stendersi sul letto, condannato a non poter dormire. Pareva un vecchio di settantanni pieno di acciac­chi.

Durante il breve tragitto parlò lui per tutto il tempo: a scatti o con pacata bonomia mischiò paradossi a aneddoti, Beethoven a Wilde e a Laforgue, Verlaine a Gide. A un tratto s’interruppe bruscamente guardandosi intorno smarrito. — Dov’è una pasticceria qui vicino? — mi chiese. C’eravamo a due passi e gliela indicai. Entrò ed uscì dopo poco con due brioches involtate. — M’ero dimenticato di «Paquette» e sorrise come il teschio — la sua cena… — «Paquette» era una sua vecchia cagnetta fedele, bianca di pelo come lui, come lui piena di acciacchi e sempre mugolante in una cuccia che non godeva più.

La storia di Vannicola per sommi capi me la raccontò Papini. Era un musicista geniale uscito dal Conservatorio di Napoli; violino di spalla alla Scala di Milano, amicissimo di Butti e di Marinetti, collabo­ratore dell’«Alba» fondata da Giovanni Borelli quando abbandonò all’improvviso il «Corriere della Sera». A Parigi, a Londra, in Svezia e in Finlandia dette concerti guadagnando moltissimo e creandosi fama e gloria. Soffrì terribilemente per una donna in Russia — quella che poi per sua disgrazia doveva sposare — e allora si rinchiuse a Monte-cassino per breve tempo come novizio. Ma non ci resse molto. A Firenze capitò — sposato — nel 1903. Era nella pienezza della sua vita che credeva realmente felice. Aveva già scritto un romanzo «Sonata patetica», dannunziano e cristianeggiante — atmosfere di quel tempo

e nel 1905 ne pubblicò un altro: «De profundis clamavi ad te». C’era in questo secondo libro, ansia, amore, fanatismo, e una ondata meravigliosa di note musicali.

Poi la vita e l’amore cominciarono a tradirlo, si gettò allo sbara­glio nelle dissoluzioni di ogni genere e quando l’artrite lo afferrò nelle sue tenaglie, trovò una ben facile preda da stroncare e da ridurre quasi a niente. Era a Roma, in quel tempo, dove aveva fondato una rivista «Prose» arieggiante in tutto al «Leonardo» di Giovanni Papini. Per diverso tempo rimase immobile in una poltrona e dovevano por­tarlo in collo come un bambino. La musica ormai gli era completa­mente negata. Il meglio di lui se n’era andato per sempre. La lettera­tura e qualche traduzione furono la nuova strada su cui tentò di muovere ancora qualche passo.

Ma ormai era la fine per tutto. Beveva, proprio come quelli che si incontrano descritti nella vieta letteratura romantica e che dicono di farlo per dimenticare tutte le cose belle perdute. Ma lui beveva real­mente a quel modo, nelle pagine più nere e miserabili del libro della sua vita.

Era così Giuseppe Vannicola quando io lo conobbi; ed era anche ormai povero. Papini suo amico intimo da molti anni riuscì in quel tempo a farlo accogliere nella Colonia Arnaldi di Uscio come segreta­rio; avrebbe avuto un guadagno ed anche possibilità di ottime cure. Ma non potè resisterci. La privazione assoluta del bere e del fumare, il distacco completo da quella vita di caffè e di ospedale, di signore e di miserabile a un tempo, lo indusse a fuggire. E tornò a Firenze per poi andare a Roma e infine a Napoli occupato nel «Mattino» di Scarfoglio. Nell’agosto del 1915 morì a Capri. Di troppi mali e di troppa miseria.

Quando tornò da Uscio a Firenze, Ferrante Gonnelli, editore e libraio, m’invitò una sera nel retro del suo negozio dopo la chiusura perché Vannicola avrebbe letto un suo libro breve su Oscar Wilde, che aveva conosciuto a Parigi poco prima che morisse. Eravamo in tre: Gonnelli, Ugo Tommei e io, e, forse anche altri due giovani che non conoscevo e che non conobbi mai per nome. Mi domandai invano il perché di questo cerchio ristretto di uditori ma non me lo seppi spiegare. Vannicola non era un tipo che amasse le torri d’avorio in questi casi. Lo domandai anche al Gonnelli e anche lui si strinse nelle spalle. «Ha detto di far così o nessuno».

La lettura durò dalle dieci a mezzanotte, interrotta ogni tanto da qualche riposo che gli dava pretesto per bere dei colmi bicchieri di vino bianco. Non volle consensi, non discussioni, non giudizi. Deside­rava solo qualcuno che lo ascoltasse e lo capisse. Niente altro. Mi ricordo che la lettura mi piacque molto. Adesso anche volendo non saprei dir più nulla. So che alla fine chiuse il manoscritto con un gesto rapido, lo consegnò al Gonnelli che s’era impegnato di stamparlo in una edizione numerata, poi  cominciò a parlare di Uscio: «di quella prigione verde per donne stitiche ed antialcooliche» come lui la defi­niva. Raccontò qualche aneddoto sulla Colonia Arnaldi e ci salutò tutti. Non volle che qualcuno lo accompagnasse; e dopo poco sparì nella Via Cavour già mezza buia, sbandando sul marciapiede come uno di quei cani che guidano i poveri ciechi.

E non lo rividi mai più.


 

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