Papini su Vannicola…

giovanni-papini

Papini, appena ricevuta la notizia della morte dell’amico, avvenuta a Capri il 10 agosto 1915, scrisse di getto un commosso necrologico per La Nazione di Firenze, che uscì subito, il 12 agosto.

Con qualche modifica, l’inserì in Stroncature, Vallecchi 1920.

Ma per Vannicola non si trattò di una stroncatura… ma di un ricordo commosso dell’artista che aveva lasciato un segno importante nella sua vita.

Giuseppe Vannicola

(1915)

Giuseppe Vannicola, uomo peccante verso sè ed altri, ha pagato con la morte le sue colpe, E forse l’aveva già pagate colla vita che fu, specie negli anni ultimi, tristissima, misera e tra­vagliosa. E nessuno potrà fargli i conti addosso, nè ora nè mai, e chi gli ha voluto bene specialmente.

Come me, ad esempio, che non l’ho conosciuto soltanto mal ridotta figura curva e verlainiana, cercante invano riposo e dimenticanza di città in città, di caffè in caffè, di casa in casa, ma anche lo vidi e l’amai nei giorni più belli, quando ancor dritto nella persona sperava osti­nato in ideali di purezza e godeva dell’arte sua pienamente — cioè della musica, ch’era l’espres­sione più naturale della sua anima.

Non abbiamo da perdonargli nulla, alla fine. Che se la sua vita non fu esemplare di quelle astinenze o incapacità che i mescitori d’espresse verità chiamano virtù e nobili sentimenti, non v’è nessuno che possa dimenticare il suo cuore e il suo sorriso — ch’eran d’artista vero e perciò nativamente e necessariamente buoni.

Chi l’ha conosciuto gli ha voluto bene anche se lo disgustò qualche sua dolorosa incarnazione di assetato vagabondo e di stanco vizioso. Anche se un momento s’è rattristato nel vederlo ridotto a vivere in modo che a noi, uomini purtroppo regolari, sembra fuor di natura.

Di lui non vogliamo serbare che immagini belle di colore e di gusto: bontà di ragazzo, de-licatezze di raffinato, spasimi di violino, grazie allegre di uno spirito — con tutto il suo cosmo­politismo decadente — italiano e bonario.

Nacque a Monte San Giorgio il 18 novem­bre 1877 ma la famiglia era di Roma e a Roma, tra prima e dopo, stette moltissimo. Studiò a Napoli, al Conservatorio, e più che della teoria dei maestri s’impregnò di quell’aria, di quel canto, di quell’amore e Napoli gli rimase sempre come l’ideal patria più sua, caro lazzarone d’ingegno.

Dopo andò a Milano: suonò alla Scala; fu amico di Butti e di Marinetti; scrisse nell’Alba di Giovanni Borelli una serie di note in margine che intitolò «Lettere di Pierrot ». Poi fu a Pa­rigi — dove servì come modello a Balestrieri per il suo, ahimè, famoso Beethoven — e a Londra dove fece concerti con molta fortuna e finalmente in Isvezia e di là in Finlandia dove trovò la donna che doveva essere, come tutte le donne, la sua felicità prima, la sua infelicità poi. Tor­nato in Italia si fece novizio benedettino a Montecassino ma ci stette poco. Gli restò del convento l’amore del canto fermo e delle pianete e un certo misticismo liturgico che somigliava un po’ troppo a quello di Huysmans e, peggio an­cora, di Peladan.

Poi sposò la sua russa e venne a stare a Firenze. Lo conobbi allora, alla fine del 1903. S’era tutti e due nel Regno di Corradini : lui fa­ceva, o doveva fare, la critica musicale. Faceva invece molta musica in casa sua e anche un po’ di letteratura. Aveva già pubblicato a Milano, nel 1902, un romanzo. Sonata Patetica: dannun­ziano, come portavano i tempi e con riflessi di letteratura francese cattolica. Ma la sua passione sincera ed essenziale era nella musica e tutto di musica è il volume che scrisse e stampò a Firenze nel 1905: De Profundis clamavi ad te. Non so quanto ci sia di veramente suo in questo libro ch’è un coro d’inni ai grandi profeti moderni dello spirito musicale: Mozart, Beethoven, Wag­ner. Ma c’è di suo, lo giurerei, l’amore e l’ansia fanatica: non son cose che si fingono. Ed io l’ ho sentito parlare di quegli uomini ed ho sentito e sofferto l’angoscia ch’egli sapeva strappare dal violino, in quelle sere lontane, sotto i lumi calmi, fra le tende immobili e i volti silenziosi.

Furono, quegli inverni del 1905 e 6, i più belli della sua vita e fu in quel tempo che più ci sentimmo vicini. Alcuni anni dopo, dedicandogli un libretto mio, scrivevo: « Tu sai quanto il cinico sottoscritto ti vuol bene, e non da ora ma da parecchi anni, da quanto tu, ancor fresco delle glorie milanesi di Pierrot, venisti a Fi­renze come un pellegrino amoroso del Cavalcanti e nascondesti vicino al Poggio Imperiale il dop­pio mistero del tuo amore e della tua anima. Io ricordo sempre con eguale voracità la lettura del De Profundis e il vino vecchio della tua tavola; il tuo appassionato violino e l’odoroso the coi dolciumi di Giacosa. Tu che sei uomo di spirito e di fede e perciò pronto a trovare Iddio nella cattedra e nell’osteria, in Beethoven e nella birra chiara, non ti arrabbierai dicerto per questi accoppiamenti. Tanto più che in cima ai miei ricordi, proprio nel mezzo più luminoso delle mie memorie, te solo mi appari, te solo col romantico violino stretto fra il collo e la spalla. Non ho mai visto in vita mia una trasfigurazione più completa e improvvisa d’un uomo. Non ho mai visto un volto così acceso, così assorto, così divinamente amoroso e doloroso come il tuo, mentre l’arco tenuto dalla tua mano di signore strappava alle corde e al legno quei sentimentali gemiti d’inutile nostalgia e d’inappagabile de­siderio che mi commuovono anche oggi al solo ricordo…. Tutto rosso e infiammato sotto il ros­seggiare dell’elettricità; tutto sperduto e rapito in quei singulti che sembravano uscire da un petto di carne e non da una cassa di legno; cogli occhi socchiusi e le mani irrequiete, solo, divi­namente solo in mezzo a noi tutti, in mezzo al silenzio di noi tutti, eri, ti assicuro, bellissimo. Non foss’altro che per quell’ore invernali di Via Montebello dovrei tessere intorno alla tua cani­zie giovanile una corona di gratitudine». Volle partire : tornò a Roma. Ma una tremenda artrite ereditaria, aggravata dalla vita strapazzosa che già aveva cominciato a sciuparlo, lo rese, laggiù, quasi immobile. Dovevan portarlo in collo per le scale. Nonostante fondò e diresse a Roma una rivista : Prose — a somiglianza del mio Leonardo, dove pure aveva scritto. Poi venne la rovina. Per due anni non si seppe più nulla di lui. Girò per l’Italia tentando di guarire. Non poteva più suonare: il meglio di sè non aveva più strada per sfogarsi. Massima condanna e disperazione per chi viveva soltanto nella musica. Insieme all’ag­gravarsi del male venne la miseria. Si rinchiuse ad Albano: stette per mesi al Policlinico. Poi ricomparve a Firenze, più curvo e magro di prima. Non poteva ne stendersi nè dormire nè mangiare. Non aveva soldi. Gli restavano pochi amici e al­cuni lampi di cinica gaiezza. Gli amici fecero per lui tutto quel ch’era possibile. Ne trovò altri nuovi. Tentò di lavorare. Ma la musica ormai gli era tolta. In letteratura non aveva la forza e la voglia di far qualcosa davvero di suo: si con­tentò di tradurre, per vivere. Fondò una pic­cola raccolta di traduzioni — pur intitolata Prose — che fece precedere da un opuscolo sull’Arte d’eccezione. La quale sarebbe stata la sua se avesse potuto esser qualcosa di più consistente come scrittore. I suoi eroi erano moderni malati e raffinati come lui: Oscar Wilde, Verlaine, Laforgue, Jean de Tinan, André Gide. Scettici, cinici, perversi, leggeri, nervosi malinconici; com’era, come avrebbe voluto essere, se fosse arrivato a manifestarsi.

Ma ormai più che un uomo era una rovina: ogni poco a letto, poi si ritrascinava al sole, col suo cane e il suo bastone, e ricominciava a ridere col suo riso di teschio — e a soffrire. Be­veva: come bevono molti che non hanno le sue ragioni per volersi scordare di tutto quello che hanno perduto.

La sua conversazione, per chi gli fosse in­timo, attirava anche nella sua frivolezza: fatta di capricci, di paradossi, di aneddoti, di scatti, e di tratti di sensibilità femminile.

Sempre signore e gentleman (anche nei ve­stiti e nel modo di fare) fino all’ultimo seppe dare uno stile anche alla sua degradazione. Fu in Italia, un po’ in ritardo, l’unico letterato che ricordasse il tipo francese — tra il dandy e il bohémien, tra l’incurabile e l’eccentrico — che s’incarna in Baudelaire e in Verlaine. Uomini di caffè e d’ospedale — ma che hanno dato tanta di quella nuova poesia che ci vorranno cento milioni di normali a capirne soltanto la lettera.

Vannicola non fu di questi e non arrivò a dir nulla che fosse proprio suo e proprio nuovo. Ma la sua vita, la sua figura, la sua maschera furono di per sè opere d’arte non scritte — e che non si dimenticheranno.

Aveva promesso di raccontarmi la sua vita: io l’avrei scritta. Ma in quel tempo riuscii a farlo accettare nella Colonia Arnaldi, come segreta­rio, e intanto si sarebbe curato. Non l’ho più ri­visto. Da Uscio tornò a Roma dove seguitò a strascicare alla peggio la sua vita sciupata. Fi­nalmente seppi che aveva trovato da fare a Na­poli, nel Mattino. Da Napoli mi scrisse tempo fa per chiedermi alcuni libri miei. Glie li mandai ma non seppi più nulla. Oggi, 10 agosto, mi arriva da Capri la notizia improvvisa della sua morte.

È morto di molte malattie — e di povertà irrimediabile. In guerra — anche lui, — nella guerra del debole contro il destino, dell’artista contro il denaro nemico.

E un altro pezzo di vita mia che sparisce. Così, pezzo a pezzo, prima dell’ultima morte, si muore. Ormai, per quanto sia giovane sempre, ne ho visti morire parecchi di quelli che mi fu­rono amici. E quest’anno, colla guerra, il calen­dario è tutto un camposanto. A poco a poco si resta soli. E quando saremo soli davvero che gusto ci sarà a vivere?

E per chi vivremo?

I tuoi capelli bianchi, Vannicola, il tuo volto pallido o paonazzo, il tuo riso, il tuo fiore all’occhiello, la tua passione: finito ogni cosa.

Resta nella memoria, a baleni di momenti. Poi finiranno anche questi. E ci sarà una vita di più vissuta invano, un dolore di più sofferto senza ragione.


Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...